Ritratti: scrittori del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Giacomo La Russa

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In una delle poesie più toccanti “La matri di li carusi” Ignazio Buttitta, il grande poeta di Bagheria, esprime il suo straziante dolore nei confronti del dramma delle madri dei carusi con questi versi:

“Matri chi mannati li figghi a la surfara,

ju vi dumannu: pirchì a li vostri figghi

ci faciti l’occhi

si n’un ponnu vidiri lu jornu?

Pirchì ci faciti li pedi

si caminanu a grancicuni?

Nun li mannati a la surfara;

si pani nun nn’aviti

scippàtivi ‘na minna,

un pezzu di mascidda

ppi sazialli.

Disidiràticci la morti chiuttostu;

megghiu un mortu ‘mmenzu la casa

stinnicchiatu supra un linzolu arripizzatu,

ca lu putiti chianciri

e staricci vicinu.

Facitili di surfaru li figghi…

Con queste parole Buttitta descrive lu N’fernu veru come lo chiama Alessio Di Giovanni, grande poeta di Cianciana.

E’ una febbre, quella dello zolfo, che cresce con il tempo, una drammatica epopea che si sviluppa nell’arco di due secoli, tra congiunture, crisi, crolli di prezzi, riprese e miracoli, raggiunge il suo acme tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento decresce fino a sparire verso gli anni cinquanta. Il marchese Francesco Paternò di Raddusa proprietario di zolfare, ai commissari dell’inchiesta parlamentare sulla Sicilia ha dichiarato: “Nelle zolfare lavora tutta la gente più cattiva, più infame e più corrotta”. Molti scrittori siciliani hanno descritto la terribile vita dei carusi, da Pirandello, a Verga, da Alessio Di Giovanni a Rosso di San Secondo, da Leonardo Sciascia ad Antonio Russello, da Angelo Petyx a Carlo Levi con il capolavoro “Le parole sono pietre”.

Conosco Giacomo La Russa da tanto tempo, anche se ci siamo incontrati poche volte. Ho letto con grande interesse “I sepolti vivi La rivolta della Ciavolotta”, una storia amara che fa parte della mia infanzia, nella terra che mi ha visto nascere, sognare e riflettere. Un libro che tutti dovremmo leggere, per non dimenticare quello che abbiamo passato. Questo lavoro ha ricevuto importanti riconoscimenti. Spero che si possa presentare in altre città siciliane, soprattutto a Palermo alla presenza di esperti come Salvatore Ferlita, Antonio Patti e con le preziose e inedite musiche di Zarcone sui canti di solfatara. Ma andiamo a conoscere meglio il libro di Giacomo La Russa.

– Quando inizia la tua passione per la scrittura?

Non so. Non credo esista un momento preciso. Penso, anzi, che certe cose vengano da molto lontano e che forse anticipino la nostra stessa esistenza. Ritengo, che l’humus su cui poi si innestano certe nostre inclinazioni si prepari nel corso del tempo, si sedimenti anche attraverso le generazioni precedenti e scorra già nel sangue di chi è venuto prima di noi. In questo senso, non penso che una certa limpidezza di stile e di contenuto che rintraccio nelle vecchie carte dello stesso mio nonno Giacomo sia del tutto estranea alla tendenza che ho sempre avuto di scrivere, di raccontare qualcosa. Detto ciò, ci sono poi esperienze, quelle soprattutto che si vivono durante l’infanzia, come l’incontro con certi personaggi e le loro storie o con un certo mondo, una certa atmosfera o con certe letture, che sono determinanti nell’avviarti verso quella forma di ricerca che costituisce, secondo me, la base di ogni impegno civile, anche letterario.

– Ti senti più un avvocato o uno scrittore?

Mi sento un avvocato perché ho conseguito l’abilitazione ed esercito da più di venticinque anni. Mi sentirei uno scrittore nella misura in cui riuscissi davvero a raccontare un mondo, a ricostruirlo, a offrirne l’essenza a chi non lo abbia conosciuto o non ne conservi memoria. In questo senso, penso che I sepolti vivi costituiscano una parte di questo mondo. Scrittore, insomma, non è colui che scrive ma colui che si porta dentro un mondo, che ne ha la responsabilità.

– Tra i tuoi libri c’è un romanzo dal titolo La storia di Jason. Quando nasce e che cosa vuoi comunicare con questa storia?

La storia di Jason è venuta fuori da un fatto giudiziario realmente accaduto: la vicissitudine di un nigeriano accusato di avere ucciso un immigrato durante la traversata verso Lampedusa. Non ho inteso però farne né una cronaca né tantomeno un giallo. In realtà, il romanzo è l’incontro di due solitudini destinate a rimanere tali: quella del “nero” che si dichiara innocente e quella del bianco chiamato a difenderlo (con tutte le angosce e i problemi di coscienza che ogni difesa mette fatalmente in gioco). Ma La storia di Jason è anche un’amara riflessione sul sistema giudiziario e sul tema del destino. E, in definitiva, costituisce il tentativo di ricondurre la stessa realtà del diritto dentro il generale processo di colonizzazione dei Sud del mondo. In questo senso, colpevole o meno, costretto a imbarcarsi per sfuggire alla guerra e alla miseria, Jason rimane, in ogni caso, una vittima di questo ingiustificabile sistema.

– Tu sei giovane e, quando sei nato, le miniere erano già chiuse…

Sì, quando sono nato, le miniere erano già state acquisite dalla mano pubblica e, sostanzialmente, non producevano più. Dagli anni ’60 in poi Favara ha smesso di essere un paese minerario. A parte gli zolfatari rimasti a operare in attesa della pensione, il resto dovette emigrare o accettare la propria trasformazione in manovali.Da allora il paese è fatalmente sprofondato nell’attività impiegatizia e nel terziario. Ha perso quasi del tutto la propria capacità produttiva. Da qui anche un processo di oblio del mondo minerario, un tentativo di gettarsi alle spalle questo passato ritenuto, peraltro, vergognoso, segno di miseria e di sfruttamento.

– Dove nasce l’ispirazione per la scrittura de I sepolti vivi?

I sepolti vivi si collega ad un lavoro di ricerca, all’esigenza di conoscere, di scoprire, di portare alla luce ciò che è, appunto, seppellito, dimenticato. É, del resto, questa, io credo, la funzione essenziale della letteratura. Non credo molto nell’ispirazione. Credo piuttosto nella conoscenza, nella fatica. In questo senso, il racconto nasce a seguito dell’incontro che ebbi diversi anni fa con un minatore, oggi deceduto, Giovanni Manganella. Fu lui a raccontarmi l’episodio che, relativo all’occupazione del 1954, ha costituito lo spunto da cui è nato il mio lavoro letterario.

– Lo scrittore Leonardo Sciascia sostiene che, senza l’epopea dello zolfo in Sicilia, non ci sarebbe stata la scrittura. Cosa intendeva dire secondo te?

Al di là della sua esperienza personale, (sia il padre che il fratello dello scrittore racalmutese lavorarono in miniera), credo che Sciascia intendesse dire che, in Sicilia, la scrittura non poteva non interessarsi e non poteva, dunque, non maturare attorno a quella che, correttamente, viene definita come l’epopea dello zolfo. Si consideri che, nel corso dell’’800, la Sicilia produceva il 90% dello zolfo mondiale e che solo lo zolfo americano, grazie alla sonda Frasch, riuscirà nel corso del ‘900 a scalzarne il primato e a metterlo progressivamente fuori mercato. Una miniera di zolfo era un mondo straordinario. Vi ruotavano attorno decine e decine di mansioni e di lavoratori di ogni genere e tipo. Senza considerare l’indotto che vi era strettamente collegato. In questo senso, lo zolfo ha rappresentato, dal punto di vista narrativo, un’occasione irrinunciabile per scrittori come Luigi Pirandello, Alessio Di Giovanni, Rosso di San Secondo fino ad arrivare allo stesso Angelo Petyx e a Nino Di Maria.

– A chi si rivolge il tuo libro che ha già ricevuto numerosi riconoscimenti?

Si rivolge a tutti coloro che non vogliono dimenticare, che custodiscono qualcosa che li lega in qualche modo al passato, che hanno l’ambizione di conservare, attraverso la memoria, la loro stessa umanità. Mi piacerebbe molto che il racconto venisse letto dalle nuove generazioni, da coloro che vanno ancora a scuola e sono proiettati in un mondo apparentemente così lontano dall’atmosfera e dalle tematiche de I sepolti vivi.

 

– Cosa pensi del film Il Cammino della speranza di Pietro Germi e, soprattutto, del messaggio finale di speranza, di solidarietà e di inclusione?

Il film l’ho visto diverse volte in momenti differenti della mia vita. Contrariamente a quand’ero più giovane, oggi penso che l’opera di Germi non abbia un grande valore artistico. Mi sembra decisamente appesantita da una certa retorica e trovo la storia d’amore (attorno alla quale il film sembra alla fine costruito) una vera e propria forzatura. Inoltre, ritengo che la scelta di attribuire il ruolo di protagonisti ad attori (Raf Vallone ed Elena Varzi) del tutti estranei alla lingua e alla cultura siciliana abbia rappresentato un grave errore togliendo alla pellicola gran parte del suo realismo. Sotto questo punto di vista, Il cammino della speranza non è certo in grado di raggiungere i livelli artistici di un film come Accattone di Pier Paolo Pasolini, tanto per fare un esempio. Detto questo però, mi sembra che, dal punto di visto documentaristico, il film di Pietro Germi rimanga straordinario. In particolare, la prima mezz’ora girata a Favara ci restituisce gran parte del paese di allora con la sua stessa miniera, il suo Calvario, le sue case di pietra, le sue putìe di vino, le sue strade fangose, i visi della sua gente, le sue musiche, la sua chiesa di San Calogero, ecc… Quanto al messaggio di speranza, solidarietà e inclusione, consentimi di dire che l’arte non dovrebbe occuparsene. La sua funzione è solo quella di raccontare storie. Poi ognuno ci veda ciò che vuole.

– La tua storia si svolge nel luglio del 1954, 27 zolfatari decidono di occupare la Ciavolòtta, cinque mesi di lotta, di sofferenze, di patimenti fisici e psicologici.

Sì, la vicenda dei ventisette minatori si svolge in un’epoca in cui lo zolfo siciliano era ormai fuori mercato e sulle miniere siciliane si agitava lo spettro del ridimensionamento se non della vera e propria chiusura. Ecco, io penso che il racconto provi a fare ciò che un racconto dovrebbe alla fine fare: ricreare, riprodurre quella che è spesso la complessità della condizione umana. Non solo dare conto dell’ambivalenza di alcuni personaggi (lo stesso Michelangelo Fanello, per esempio, che soffre perché, nel suo foro interno, riconosce che anche il padrone ha le sue ragioni; o il deputato che si sente quasi costretto a ingannare gli operai che il suo partito di natura classista dovrebbe invece tutelare; o il presidente del tribunale che, pur provando un sincero affetto nei confronti degli imputati, sa che la legge non ammetterà sconti), ma anche rappresentare la stessa irriducibilità dei conflitti sociali, umani ed economici. Perché è chiaro che, all’interno di quel quadro di rapporti e di quel sistema, la Ciavolòtta era destinata a chiudere i battenti e i ventisette sepolti vivi rimanevano degli eroi senza speranza. Eroi, forse, proprio perché senza speranza.

– Perché le nuove generazioni è giusto che conoscano l’inferno dei carùsi?

Dovrebbero conoscerlo non certo come fatto storico, esempio di archeologia, momento di un tempo ormai andato. Dovrebbero conoscerlo come espressione di quello sfruttamento dell’uomo sull’uomo che, sotto forme diverse, continua ancora oggi. Insomma, l’inferno del lavoro, lo scandalo della sottrazione della fatica altrui per generare vergognose plusvalenze, nell’epoca soprattutto della dilagante globalizzazione e della selvaggia delocalizzazione, è più attuale che mai.

– Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Continuare nel tentativo di ricostruire il mondo del quale, come detto, I sepolti vivi rappresentano solo un frammento.