Un giorno il regista Rosario Neri mi ha detto che mi avrebbe presentato una persona molto interessante, un giovane appassionato di fotografia, di giornalismo, di riprese televisive e cinematografiche. Il 23 di Giugno ho incontrato Davide Di Stefano, 55 anni, di professione giornalista professionista e operatore di ripresa. Davide è una persona che conosce bene il mondo dello spettacolo e del giornalismo, sa i segreti dei giornalisti e le curiosità di questo antico mestiere. Quel giorno dovevo andare all’ordine dei giornalisti e fu lì che lo incontrai per la prima volta. E’ stata veramente una mattinata piacevole, nella quale ho appreso tante notizie e curiosità sul mondo del giornalismo. Sono certo che questi consigli mi saranno utili per la vita. Ma iniziamo a conoscere Davide Distefano più da vicino.

-Qual è il momento in cui hai capito che il tuo mestiere sarebbe stato quello del giornalista?
Quando iniziai a vedere i primi TG di Studio Aperto. Vedendo quei servizi dicevo dentro di me, è mio desiderio fare il giornalista, l’inviato, voglio raccontare gli eventi attraverso le immagini, desidero essere sul fatto, sulla notizia. Questo mi ha dato l’input, allora ho capito che quello era il mio lavoro, il mio mestiere.
-In quali anni avviene tutto questo?
Mediaset ha iniziato negli anni 90 con le prime Tv locali, parliamo di Italia Uno, Retequattro e Canale cinque.
-In quale città hai svolto il tuo lavoro?
Parte tutto da Palermo. A me piace lavorare nel territorio anche se non mi dispiace partire. Avevo già iniziato a collaborare con le Tv private. Iniziai a lavorare con dei grossi service, Movie, all’epoca c’era Movie e i suoi rami erano in tutte le Tv, Rai Mediaset, Tv estere. Mi chiamavano tutti. Io facevo il servizio e lo consegnavo. Poi ho capito che il sistema a me piaceva molto. Certe volte riflettendo, pensavo che loro essendo grosse aziende mi sfruttavano, così ho deciso di mettermi in proprio ed ho acquistato una telecamera all’epoca del costo di 70 milioni. Allora una telecamera costava veramente tanto e ricordo di averla pagata piano piano, a 5 milioni, a 6 milioni, a tre milioni, perché lavoravo e guadagnavo.

-Che marca era questa telecamera?
Una Sony BVP7 una betacam broadcast. L’ho comprata piano piano, il fornitore mi ha dato la possibilità di dilazionare i pagamenti.
-Da chi hai appreso questo mestiere, le inquadrature, il colore, la luce, i segreti fotografici?
Tutto nasce per strada, amavo ed amo la fotografia. Da giovanissimo ho scattato delle foto in qualche cerimonia, poi ho capito che il matrimonio non era per me, avevo bisogno di nuovi stimoli, volevo vedere ed osservare la realtà, volevo vedere realmente quello che accadeva, quello che gli altri non riescono a vedere. La prima volta vedevo solo io e non potevo dare tutto alla televisione, così facevo una selezione di quello che raccontavo attraverso le immagini che avevo girato facendo grandissima attenzione ai dettagli.
-Con quali giornalisti hai lavorato a Mediaset?
Ho lavorato con molti giornalisti. Una volta ho lavorato con Emilio Fede che è sceso giù in Sicilia a Barcellona Pozzo di Gotto, ed abbiamo fatto delle riprese per Retequattro.
-Che ricordo hai di Emilio Fede?
Un professionista, una brava persona ma anche molto determinata.
Ho lavorato anche con Lamberto Sposini nel periodo delle stragi. Sposini è venuto qui mi ha dato delle indicazioni di ciò che bisognava realizzare ed io subito mi sono attivato ed ho raccontato l’evento attraverso le immagini, poi ho riportato tutto in studio e lui ha registrato l’audio ed ha completato il servizio.
-Tu hai lavorato molto con Salvo Sottile, che ricordi hai di questa lunga esperienza?
Si ho lavorato tantissimo con Salvo. Ricordo molti momenti trascorsi insieme. Il primo servizio che abbiamo fatto con Salvo Sottile è stato l’omicidio di Salvo Lima. Siamo stati i primi giornalisti ad arrivare sul posto. All’epoca non avevo ancora fatto gli esami di giornalista professionista, ero semplicemente un operatore di ripresa. Sono stato profondamente colpito da quel lago di sangue che mi ha traumatizzato, ma dovevo continuare a raccontare e riprendere da diverse prospettive quella scena molto cruda e dolorosa. Vedere a terra una persona senza vita è sempre un’esperienza toccante nell’animo, gli stessi sentimenti di dolore che ho provato con le stragi.
-Perchè la strage di Borsellino ha lasciato un segno profondo nella tua vita?
Quando è successo il fatto sono arrivato sul posto immediatamente, ho visto di tutto. Inizialmente potevo accedere dove era avvenuta la strage e vedere quello che rimaneva a terra. La cosa che mi ha reso triste ed amareggiato è stato vedere il giudice vicino al citofono carbonizzato.
Lo conoscevo bene, perché giocavo nei giardini di Villa Turrisi dove mia zia viveva a fianco l’abitazione della sorella Adele, era una persona veramente bella. Il giudice con me era sempre scherzoso e con il sorriso sulle labbra. Una volta lo vidi attraversare i giardini, a quei tempi ero un ragazzino, avrò avuto 13 anni e lui passando scherzosamente mi diede uno scappellotto in testa. Ripensando a questa esperienza e nel vedere quelle immagini veramente crude mi ha spezzato il cuore, ho dovuto buttare un paio di scarpe, i tappetini della macchina. Quando sono entrato dentro la vettura iniziai a sentire odore di carne bruciata, quell’odore non andava via, mi è rimasto nella pelle…

-Secondo Wim Wenders nel film Palermo Shooting questa città esprime il pensiero ossessivo della morte. Pensi di portare questo ricordo con te?
I ricordi di queste stragi, di questi morti di mafia non si allontanano, li porto dentro, come l’uccisione di Don Pino Puglisi. Eravamo una squadra, il cronista era Fabio Nuccio e quando siamo arrivati in ospedale avendo appreso la notizia di Don Pino Puglisi che era stato sparato, ci siamo recati immediatamente al pronto soccorso dell’ospedale Buccheri La Ferla. Poi è arrivata un persona che ci ha comunicato che non ce l’aveva fatta. Don Pino era morto.
-Ma secondo te era necessaria tutta questa violenza, in ogni strada di Palermo si ricorda un morto ammazzato?
Non te lo so dire il perchè. I fatti di cronaca sono ovunque, a Palermo, a Catania in Calabria e nel mondo. A Palermo c’è stata una maggiore presenza di morti di mafia ed è un ricordo che non si può cancellare. Spero che la morte dei giudici eroi, Borsellino e Falcone non sia stata vana. Mi auguro soltanto questo! Spero che le nuove generazioni possano apprendere i loro sacrifici per avere una città e un’ Italia migliore.
Mi puoi parlare della tua esperienza in Africa?
Era l’aprile del 1995. A pensarci ora, credo che sia stata una scelta un po’ incosciente quella di andare in Africa mentre c’era la guerra.
-Hai avuto paura?
No, forse perchè dentro di me c’è stata molta incoscienza. Non capivo realmente a che cosa andavo incontro: avevo 26 anni. Quando mia mamma mi ha chiesto dove stai andando, ho risposto in maniera evasiva, ho detto che andavo a fare un viaggio fuori Palermo, per girare un documentario, ma di fatto era un documentario sulla guerra dove gli Utu e i Tuzzi per un problema di etnia si uccidevano fra di loro. Ricordo, che siamo andati nei campi profughi dove c’era l’Onu che ci accompagnava, proteggeva e tutelava, Sono partito con due giornaliste di Mediaset Maria e Sandra. Maria è morta recentemente. Andavamo in posti inediti. Riavvolgendo il nastro della mia vita, certe volte penso quasi di aver vissuto nel set di un film oppure ho fatto un brutto sogno. L’Africa ha colori bellissimi, tramonti mozzafiato, ma sinceramente nel contesto in cui ho vissuto non ci vorrei più tornare. Ho visto il sangue, il dolore, la sofferenza dei bambini che morivano. Prima di partire ho fatto quattro vaccini protettivi. Era doloroso vedere quello che c’era intorno a me…
-Ci sono delle curiosità nella tua professionae che non hai mai raccontato a nessuno…
Da Pantelleria verso Palermo non essendoci collegamenti siamo partiti con la barca di un privato, abbiamo visto un mercantile, una grande nave che metteva giù le scialuppe e faceva scendere dei clandestini. Avevo la telecamera con me, stavo per alzarla e iniziare le riprese, ma sono stato bloccato dal comandante che ci stava ospitando in quella imbarcazione privata da diporto, non alzare la telecamera perché altrimenti qui ci sparano mi ha detto all’orecchio il comandante! Anche il cronista è rimasto basito, potevamo soltanto osservare in silenzio.

Di questa notizia non se ne seppe più nulla… Un giorno in tribunale ho incontrato un Monsignore che era stato inquisito ed era atteso da un noto giudice. Nell’attesa insieme ad Angelo Mangano ci siamo posizionati all’interno del tribunale aspettando che arrivasse il monsignore. In quel periodo stavo lavorando per Italia Uno, lo vidi arrivare e mi nascosi dietro un pilastro, quando spuntò il monsignore mi sono fermato al centro delle scale per riprenderlo, lui preso di sorpresa si è infastidito, così all’improvviso, in un attimo senza pensarci due volte ha preso la borsa e ha iniziato a darmi borsate nella telecamera. Questa è stata la notizia di apertura di Studio Aperto. “Monsignore prende a borsate il cameraman”!
La nota curiosa che al termine delle sue deposizioni, Monsignore all’uscita degli uffici giudiziari alzò la sua mano destra e iniziò a benedire tutti i cronisti.
Quindi all’ingresso borsate all’uscita la sua benedizione… In questo modo il Monsignore forse si era ravveduto! Non potevo fare altro che perdonarlo!
Un altro episodio che ricordo bene, davanti l’aula bunker, c’era una signora madre di un pentito, infastidita per la presenza di tanti giornalisti e ci prese a borsate, ero sempre nel centro dei fatti, perché ero molto veloce e determinato, dovevo raccontare l’evento a tutti i costi, forse per questo motivo mi presi la seconda borsata della mia vita da parte di una mamma esausta…

Meglio queste cose che altro!
Qual è il futuro dell’informazione?
La tecnologia ha fatto dei passi eccezionali non occorre più la parabola, basta un piccolo trasmettitore chiamato zainetto con all’interno delle SIM per collegarci in diretta e raccontare eventi in tutto il mondo.
-Tu e il cinema. Che rapporto avete?
Ho realizzato dei corti con registi veramente importanti. A questo punto della mia vita mi piacerebbe fare solo cinema. Questo è il mio sogno!
-Davide Distefano fotografo. Cosa mi puoi dire in proposito?
Faccio tante foto, ma la mia passione rimane l’immagine in movimento…
-Quali sono le persone famose che hai conosciuto nella tua vita?
L’ultimo personaggio che ho conosciuto è il noto regista Gianfrancesco Lazotti.
Con Gianfrancesco Lazotti abbiamo girato una parte della storia di Mia Martini splendida cantautrice scomparsa nel 1995.
– Puoi dare una definizione del dolore tu che nella vita l’hai conosciuto bene…
Il dolore non si può spiegare è qualcosa che ti rende partecipe.
Il dolore più grande è stata la perdita dei miei genitori
-Cosa pensi di Tornatore e delle sue immagini?
E’ un regista straordinario, una persona eccezionale, un poeta della fotografia. Tornatore riesce a raccontare sempre l’emozione all’antica. Quando facevo matrimoni l’ho intravisto a Villa Tasca con una cinepresa. Anche lui inizialmente girava matrimoni.
Lo conosco di vista non ci siamo mai incontrati. Conosco Daniela la sorella, anche lei una bravissima giornalista, certe volte abbiamo lavorato insieme.
– Riuscriremo un giorno a scoprire la verità sui delitti eccellenti?
Secondo me no! Sarà omesso tutto dall’omertà. Le verità di mafia non verranno mai fuori.
-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Spero un giorno di realizzare un film con qualche attore importante. Mi piacerebbe stare dietro la macchina da presa, ( non come regista), ma come cameramen, vorrei raccontare i colori, la gioia l’amore e le cose belle della Sicilia viste dai miei occhi.

Biografia
Davide Distefano ha 55 anni è nato a Palermo è un giornalista professionista. Nel tempo libero gli piace praticare la pesca, la nautica, la cucina e la fotografia. Ama soprattutto stare bene insieme alle persone care. È padre di un figlio. Attualmente è operatore di ripresa free lance.





