Oggi il pesce spada non si è fatto vedere.
Eppure siamo tornati a terra con la sensazione di avere incontrato qualcosa di molto più grande di una semplice battuta di pesca.
Navigare sullo Stretto di Messina a bordo di una feluca spadara significa entrare dentro una storia che attraversa i secoli. Una storia fatta di uomini, mare, correnti, ingegno e leggende.
Ad accompagnarci in questa esperienza e’ stata Antonella Donato, a bordo della sua feluca, padron Marco, che, da sei anni opera nelle acque dello Stretto. Dovevamo andare alla ricerca del pesce spada. Alla fine abbiamo trovato soprattutto la sua storia. Prima ancora del pesce, però, bisogna raccontare il luogo.

Lo Stretto di Messina non è semplicemente quel braccio di mare che separa la Sicilia dalla Calabria. È il punto d’incontro tra due mari, il Tirreno e lo Ionio, con masse d’acqua differenti per caratteristiche, temperatura e salinità. Qui il mare cambia continuamente. Le correnti si alternano più volte durante la giornata: la montante lascia il posto alla scendente e viceversa. Tra una fase e l’altra arriva un momento di relativa calma, la cosiddetta stanca, quando la corrente rallenta prima di ripartire nella direzione opposta.
Stando sulla feluca, viene quasi da pensare che lo Stretto respiri. Spinge. Rallenta. Si ferma quasi. Poi riparte. Ed è dentro questo continuo movimento che, da millenni, passa il pesce spada.
Ma prima della pesca viene il mito. Bisogna tornare indietro di quasi tremila anni, al mondo dei Greci e alle storie nate intorno alla guerra di Troia. Secondo un’antica leggenda, dopo la morte di Achille, i suoi fedelissimi guerrieri, i Mirmidoni, disperati per la perdita del loro comandante, si gettarono in mare. La fantasia degli antichi li volle trasformati in pesci spada. Guerrieri anche nel mare. E quella lunga lama sul muso del pesce sembrava conservare per sempre il ricordo delle spade che quegli uomini avevano impugnato al fianco di Achille. Il pesce spada entrava così nell’immaginario greco non soltanto come animale, ma come figura quasi mitologica: un antico guerriero che continuava la propria esistenza nelle profondità del Mediterraneo.

Quando i Greci raggiunsero e colonizzarono le coste siciliane, conoscevano già il pesce spada, presente anche nelle acque del loro mondo. E nello Stretto lo incontrarono nuovamente.
Qui, però, accadde qualcosa che avrebbe avuto una grande importanza nella storia della sua pesca. Le imbarcazioni greche disponevano di alberi dai quali era possibile osservare il mare da una posizione più elevata. E dall’alto il mare cambia.
Un pesce che dal livello dell’acqua può risultare quasi invisibile diventa una sagoma riconoscibile quando lo si osserva da alcuni metri di altezza. Gli uomini cominciarono così a comprendere una delle regole fondamentali di questa pesca: prima di catturare il pesce spada bisogna riuscire a vederlo. E per vederlo bisogna salire.
Naturalmente avvistarlo non bastava. Bisognava raggiungerlo. Le popolazioni dello Stretto, che disponevano di imbarcazioni più semplici, adattarono progressivamente barche e tecniche alle caratteristiche di questa particolarissima pesca. L’imbarcazione a vela poteva offrire un buon punto di osservazione, ma inseguire un pesce spada era un’altra cosa. Serviva qualcosa di veloce e manovrabile. Si sviluppò così il luntro, una barca lunga, stretta e leggera, spinta dai rematori. Una volta individuato il pesce, iniziava l’inseguimento. I rematori dovevano portare l’arpioniere abbastanza vicino alla preda da permettergli di utilizzare l’arma.
Era una vera caccia sul mare. Forza, coordinamento, esperienza e conoscenza del comportamento dell’animale diventavano indispensabili. E lentamente, attraverso generazioni di pescatori, la tecnica continuò a evolversi.
Ed eccoci alla barca sulla quale siamo saliti oggi. La feluca spadara sembra quasi impossibile quando la si guarda per la prima volta.
Una torre altissima si innalza sopra l’imbarcazione, mentre dalla prua parte una passerella lunghissima che si protende orizzontalmente sul mare. Potrebbe sembrare una costruzione bizzarra. In realtà è il risultato di secoli di esperienza. La torre risolve il primo problema: vedere. La passerella risolve il secondo: avvicinarsi. Dall’alto l’avvistatore scruta una grande superficie di mare e cerca la sagoma del pesce sotto l’acqua. Quando lo individua, comincia il lavoro dell’equipaggio.
La feluca si muove seguendo le indicazioni provenienti dall’alto e, all’estremità della passerella, l’arpioniere cerca di arrivare nella posizione giusta. Tutta quella enorme struttura serve, alla fine, a ottenere una cosa semplicissima e difficilissima allo stesso tempo: portare un uomo abbastanza vicino a un pesce che potrebbe scomparire in pochi istanti nelle profondità del mare.
Il pesce spada è un grande predatore pelagico. I suoi spostamenti sono influenzati dalle stagioni, dalle condizioni dell’acqua, dalla disponibilità di cibo e dal ciclo riproduttivo. Ed è prevalentemente un animale solitario. Non bisogna immaginare un grande branco di pesci spada che attraversa compatto lo Stretto. Più esemplari possono seguire rotte simili e dirigersi verso determinate zone, ma ognuno compie sostanzialmente il proprio viaggio. Stessa stagione. Stessa direzione. Magari la stessa destinazione. Ma ognuno per conto proprio. Nel Mediterraneo trova pesci e cefalopodi come calamari e totani, oltre a crostacei. Tra le possibili prede ci sono anche pesci allungati come la spatola.
E quella lunga spada che tanto impressionò gli antichi non è soltanto ciò che gli dà il nome. Il rostro è uno strumento di caccia. Il pesce spada può utilizzarlo con rapidi movimenti laterali per colpire e stordire le prede, tornando poi a inghiottirle. La riproduzione avviene invece attraverso la liberazione delle cellule riproduttive nell’acqua: la femmina depone le uova e il maschio le feconda esternamente. Ancora una volta tutto dipende dal mare e dalle sue condizioni.
Poi arriva la parte che nessun libro può raccontare completamente. Bisogna salirci, su una feluca. Bisogna stare lì. Guardare. Aspettare. Oggi lo abbiamo fatto insieme ad Antonella Donato.
Padron Marco ci ha portati dentro questo mondo raccontandoci una tradizione che non si impara soltanto sui libri, perché una parte importante della conoscenza del mare continua a passare da uomo a uomo, attraverso l’esperienza.

La sua feluca opera da sei anni nello Stretto.
Abbiamo navigato guardando continuamente l’acqua. Una pinna. Un’ombra. Una variazione di colore. Qualunque cosa potesse annunciare la presenza del grande protagonista della giornata. Ma lui non è arrivato. O, almeno, noi non lo abbiamo visto.
E forse proprio qui sta la parte più bella della giornata. Eravamo partiti sperando di assistere alla pesca del pesce spada. Non è accaduto. Ma nessuno è tornato deluso.
Perché mentre aspettavamo il pesce abbiamo cominciato a vedere tutto il resto. Abbiamo visto lo Stretto. La Sicilia da una parte e la Calabria dall’altra. Abbiamo sentito il mare cambiare. Abbiamo osservato quella incredibile imbarcazione e finalmente abbiamo capito perché è costruita proprio così. Abbiamo ascoltato storie che cominciano con Achille e i suoi Mirmidoni e arrivano fino agli uomini che ancora oggi salgono su queste barche.
Migliaia di anni racchiusi in pochi chilometri di mare. E a un certo punto mi è venuto da pensare che forse il pesce spada fosse davvero lì. Magari qualche metro più sotto.
Noi sulla feluca a scrutare la superficie. E lui sotto di noi, silenzioso e solitario, a continuare il proprio viaggio.
Perché il mare non è uno spettacolo organizzato per chi arriva. Il mare non promette mai nulla. Puoi conoscerne le correnti, studiarne i fondali, imparare le stagioni e costruire una barca straordinaria per scrutarlo dall’alto. Ma alla fine decide sempre lui cosa mostrarti.
Oggi non ci ha mostrato il pesce spada. Ci ha mostrato qualcosa di diverso. Ci ha fatto capire perché, dopo migliaia di anni, gli uomini continuano ancora a salire su una barca e a guardare verso il blu.
E, credetemi, ne è valsa comunque la pena.
Emanuele Miceli





