Viaggio tra le aule del tribunale di Palermo

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Continuano i viaggi del nostro collaboratore Emanuele Miceli che ha girato il mondo e che stavolta proprio a Palermo ha individuato “Una Sicilia che non vogliamo vedere”.

“Entrando nel Palazzo di Giustizia di Palermo non immaginavo che una semplice mostra fotografica potesse farmi ripercorrere uno dei periodi più bui della storia della nostra isola. Si entra quasi in punta di piedi. Intorno il via vai di magistrati, avvocati, cancellieri e cittadini che attendono il proprio turno. Tutto sembra appartenere alla normalità di un tribunale. Poi, improvvisamente, lo sguardo viene catturato da grandi pannelli fotografici che trasformano quell’atrio in un vero e proprio viaggio nella memoria. Non è una mostra sulla mafia. È una mostra sullo Stato. Su quegli uomini che, quando ancora la parola “mafia” veniva pronunciata con paura e spesso con superficialità, avevano già capito tutto.

Camminando tra quei pannelli si ha la sensazione di sfogliare un gigantesco fascicolo investigativo. Ci sono fotografie, rapporti riservati, pagine del quotidiano L’Ora, annotazioni originali, immagini dei luoghi del delitto e dei protagonisti di una guerra silenziosa che per troppo tempo ha insanguinato la Sicilia.

Mi soffermo davanti alla figura del maggiore Giuseppe Russo. Nel dicembre del 1974, durante un’audizione davanti alla Commissione parlamentare antimafia, affermava con chiarezza che “Cosa nostra era un’organizzazione unica”, capace di controllare il territorio, la politica, gli appalti e gli interessi economici. Oggi quella frase sembra scontata. Allora era quasi rivoluzionaria.

Continuando il percorso incontro il capitano Emanuele Basile.

Le sue indagini ad Altofonte, i collegamenti con Antonino Gioè, i traffici internazionali di droga, le connessioni tra la mafia rurale e quella cittadina raccontano quanto fosse avanti il lavoro investigativo di quegli anni. Molte delle verità che oggi conosciamo erano già scritte nei loro rapporti.

Poi arriva il maresciallo Vito Ievolella. Una donna entra in caserma e decide di parlare. Racconta nomi, traffici, omicidi, collegamenti tra Palermo e Napoli. Il maresciallo annota tutto. Ancora una volta la sensazione è sempre la stessa: gli investigatori avevano già ricostruito una parte importante dell’organizzazione mafiosa molto prima che il fenomeno venisse compreso fino in fondo.

Le fotografie proseguono.

Compare il capitano Mario D’Aleo, che continua il lavoro di Basile dopo il suo assassinio. Anche lui viene ucciso.

Poi compare il volto del generale Carlo Alberto dalla Chiesa.

Sono passati appena cento giorni dal suo arrivo a Palermo quando la mafia decide di eliminarlo insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente Domenico Russo.

Guardando quelle immagini ci si rende conto che ogni investigatore assassinato lasciava un fascicolo aperto che veniva raccolto da un altro ufficiale. Era come una staffetta. Cadeva un uomo e un altro riprendeva immediatamente il suo lavoro. La mafia eliminava le persone. Lo Stato cercava di non far morire le idee. Ma è nella parte finale della mostra che succede qualcosa. Le fotografie cambiano completamente. Non ci sono più soltanto divise, rapporti investigativi e scene del crimine. Compaiono le mogli. I figli. Una cena tra amici. Un padre che sorride alla propria bambina. Il maggiore Giuseppe Russo con la sua famiglia. Il maresciallo Vito Ievolella con la figlia Lucia. Il generale dalla Chiesa accanto alla moglie. Il capitano Mario D’Aleo durante un momento di serenità.

In quell’istante quei nomi smettono di essere soltanto eroi dello Stato. Diventano persone. Ed è forse questo l’aspetto più bello della mostra.

Per anni abbiamo ricordato questi uomini soltanto attraverso la loro morte. Qui, invece, vengono restituiti alla vita. Li vediamo sorridere. Li vediamo vivere. Li vediamo amare. Ed è proprio questo che rende ancora più insopportabile il prezzo che hanno pagato.

Al centro dell’atrio del Tribunale si erge infine il monumento dedicato “A tutti i martiri caduti per la giustizia”.

Mi fermo qualche minuto. Non è soltanto una scultura. È il simbolo di ciò che questa città ha attraversato. È il ricordo di uomini che non cercavano gloria. Facevano semplicemente il proprio dovere.

Mentre esco dal Palazzo di Giustizia continuo a pensare a una cosa. Noi siciliani siamo spesso bravissimi a ricordare i nomi dei boss. Molto meno quelli di chi li ha combattuti. Forse dovremmo invertire questa abitudine. Perché la storia della Sicilia non è scritta soltanto dalla violenza mafiosa. È scritta soprattutto dal coraggio di uomini come Giuseppe Russo, Emanuele Basile, Vito Ievolella, Mario D’Aleo, Carlo Alberto dalla Chiesa, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e da tanti altri servitori dello Stato che hanno sacrificato la propria vita affinché oggi noi potessimo vivere in una terra più libera. Uscendo dal Tribunale ho avuto una sensazione precisa. Quella Sicilia raccontata da queste fotografie non deve essere dimenticata, perché dimenticare significherebbe correre il rischio di riviverla. Ma deve restare definitivamente alle nostre spalle. Perché la Sicilia che vogliamo consegnare ai nostri figli è un’altra.

Ed è stata costruita, anche, con il sangue di questi uomini”.

EMANUELE MICELI