Ritratti: scrittori del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Giuseppe Barone

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Giuseppe Barone è un esperto di nonviolenza e diritti umani, stretto collaboratore di Danilo Dolci dal 1985. Ha dedicato numerose pubblicazioni alla sua figura e al suo pensiero, tra cui la biografia “La forza della nonviolenza” 2004 e il più recente “Danilo Dolci, una rivoluzione nonviolenta”. Ha curato l’edizione di carteggi Dolci-Capitini, una bibliografia e il profilo biografico di Danilo Dolci. È vicepresidente del Centro per lo Sviluppo Creativo Danilo Dolci e svolge un ruolo chiave nella diffusione dell’eredità dell’attivista siciliano. Giuseppe Barone è una delle voci più autorevoli per comprendere l’importanza e l’attualità di Danilo Dolci, il sociologo, educatore e attivista che ha lottato in Sicilia per il diritto al lavoro, alla democrazia e contro la mafia, seguendo i principi della nonviolenza. Con Giuseppe che avrei voluto intervistare da tempo, ci siamo sentiti telefonicamente. Fino ad oggi non abbiamo avuto la possibilità di incontrarci. Abbiamo degli amici in comune che mi hanno parlato di lui in maniera entusiasta, Salvatore Ferlita e Amico Dolci. So che prima o poi ci incontreremo tra Palermo e Napoli. Ci sono delle cose che ci legano non solo punti di vista, ma libri e grandi personaggi che hanno fatto la storia del nostro Paese come Danilo Dolci. Gli interessi che Giuseppe prova a coltivare sono diversi: dal teatro, all’arte, alla musica (solo come frequentatore di concerti, ahimè, dal momento che purtroppo non sa suonare alcuno strumento). La sua passione più grande rimane quella dei libri, sia perché ritiene che non sia possibile scrivere senza prima essere lettori, sia perché il libro continua a essere, e sarà sempre, uno straordinario strumento di scoperta di nuovi mondi e di esercizio di libertà.

Giuseppe Barone ama molto il teatro che ha praticato da giovane per una decina di anni, con una compagnia teatrale amatoriale. La passione è rimasta intatta, oggi lo segue da spettatore, ama seguire soprattutto le grandi tragedie greche, il teatro sperimentale e poi ascolta tanta musica con gusti moto eterogenei dalla musica classica, al jazz a quella etnica. Ama molto l’arte contemporanea e quando ha tempo frequenta mostre e musei. La lettura rimane in ogni caso la sua grande inesorabile passione.

A Giuseppe che è considerato uno dei maggiori conoscitori del sociologo triestino maestro irregolare, uomo di pace che voleva cambiare la Sicilia a mani nude, desidero porre alcune domande.

-Mi puoi raccontare la prima volta che hai conosciuto Danilo Dolci?

Danilo ho avuto la fortuna di conoscerlo a soli quattordici anni, nel febbraio del 1985, quando venne nel Liceo dove allora studiavo, ad Agropoli, in provincia di Salerno, a coordinare uno dei suoi “laboratori maieutici”, della durata di tre giorni. Fu una vera scoperta, forte e coinvolgente. Mi aspettavo di partecipare a un ciclo di conferenze, mi trovai invece immerso in un’esperienza in cui ciascuno era chiamato a mettersi in gioco, a esprimersi e ad ascoltare, a scoprire sé stesso e gli altri. Si trattava di un radicale rovesciamento di paradigma rispetto a tutto quello che avevo conosciuto fino a quel momento. Un momento indimenticabile, che ha cambiato e orientato la mia vita in modo decisivo.

-Perché sei rimasto affascinato da Danilo Dolci ?

Dopo questa prima esperienza, rivelatrice di un metodo che rifiutava le verità assolute somministrate dall’alto, senza alcuna forma di attenzione, ascolto e rispetto per le persone, volli saperne di più. Cominciai così a leggere tutto quello che mi fu possibile (libri, articoli, interviste) e, soprattutto, a essere gradualmente coinvolto nelle iniziative che Danilo promuoveva. Pur essendo, nei primi tempi, molto giovane, questo non ha mai rappresentato un ostacolo nel rapporto con Danilo, che da sempre aveva saputo relazionarsi e valorizzare ogni suo interlocutore, si trattasse di un contadino, un pescatore o un bambino.

-Per quanti anni hai collaborato?

Il rapporto con Danilo si è gradualmente intensificato e approfondito fino alla sua scomparsa, il 30 dicembre 1997. Ma non è retorico dire che non si è interrotto neppure allora. Danilo sosteneva che è possibile fare maieutica non solo con i vivi, ma anche con i morti. Penso che i suoi scritti, il suo pensiero, la sua straordinaria vicenda continuino a parlarci, a interrogarci, ad alimentarci.

-Cosa è successo in Sicilia dopo la sua morte ?

È una domanda estremamente complessa e vorrei perciò evitare il rischio della banalizzazione con una risposta condensata in poche frasi. Quello che però mi colpisce è che problemi gravi denunciati da Danilo già negli anni Cinquanta o Sessanta, e affrontati con la promozione di importanti iniziative, continuano oggi a essere quanto mai attuali e, per certi versi, persino più gravi di un tempo. Pensiamo ai rapporti estremamente perniciosi tra la criminalità organizzata e ampi settori della politica e delle istituzioni, che Danilo aveva analizzato e compreso con largo anticipo, arrivando a coniare il concetto di “sistema clientelare-mafioso”. O pensiamo ancora all’emergenza acqua. Cosa si è fatto (o cosa, spesso volutamente, non è stato fatto) perché le cose in Sicilia potessero andare diversamente? Ecco, in contesto mutato, anche profondamente, rispetto agli anni dell’impegno di Danilo Dolci, mi colpiscono certe tragiche persistenze.

-Quei sogni, quelle lotte, quei messaggi di pace si sono fermati o continuano ancora ai nostri giorni?

Dopo la scomparsa di Danilo, pur consapevoli delle difficoltà e dei nostri limiti, con il Centro per lo Sviluppo Creativo “Danilo Dolci”, abbiamo tentato di favorire la conoscenza della sua opera e di dare continuità alla sperimentazione del “metodo maieutico reciproco”, anche attraverso la proposizione di centinaia e centinaia di “laboratori maieutici”, realizzati presso scuole, università, gruppi, associazioni, ricevendo ogni volta conferme rispetto alla validità e all’efficacia di un approccio che è stato alla base del modo di operare di Danilo. Credo sia poi innegabile che la sua capacità di coniugare sempre riflessione teorica e azione nonviolenta continuino a costituire una fonte di ispirazione estremamente fertile per quanti non vogliono arrendersi allo status quo. È importante, poi, che molti dei principali libri di Danilo, fino a non molti anni fa divenuti introvabili, siano oggi nuovamente disponibili: la collaborazione che abbiamo portato avanti con alcune case editrici (in particolare Mesogea, Sellerio, Dante & Descartes, Altreconomia, e altre ancora) è stata in questo senso davvero preziosa. Infine,mi pare rilevante segnalare il progetto di ristrutturazione e rilancio del Borgo Danilo Dolci di Trappeto (quello che un tempo si chiamò Borgo di Dio), avviato dopo anni di abbandono e ancora in corso, che ha reso in larga parte nuovamente fruibile una struttura che sta gradualmente tornando a essere, come un tempo, un luogo dove è possibile organizzare laboratori, seminari, convegni, concerti, spettacoli, incontrarsi e sperimentare insieme… un luogo vivo, insomma, e non più soltanto di memorie.

-Perché Danilo è più conosciuto all’Estero che in Italia?

In molti paesi europei, e non solo europei, vi è stata maggior capacità di cogliere la portata innovativa della sua opera. Inoltre, all’estero non hanno operato quei condizionamenti che in Italia nel corso dei decenni hanno agito con il preciso scopo di limitare la diffusione delle sue denunce e delle sue attività. Sulla spinta di motivazioni che possiamo facilmente intuire!

-Quanti libri hai dedicato alla figura di Danilo?

Considerando anche le curatele una decina. Ma prendendo in considerazione anche i volumi nei quali è presente un mio contributo, una nota introduttiva o una postfazione… temo di averne perso il conto.

-A quale libro ti senti più legato tra le tue innumerevoli pubblicazioni?

Alla prima parte di questa domanda faccio molta fatica a rispondere. Sono diversi i suoi libri che continuano a costituire per me importanti punti di riferimento, per ragioni diverse, e ai quali sento periodicamente il bisogno di tornare: da Racconti siciliani a Palpitare di nessi a Comunicare, legge della vita a… Ma se proprio mi trovassi costretto a indicarne uno, sceglierei la sua ultima raccolta di versi, sintesi di quasi mezzo secolo di scrittura poetica: Se gli occhi fioriscono, pubblicata nel 1997, anno della sua scomparsa. Per quanto concerne le mie pubblicazioni, consentimi di indicarne due, per molti versi complementari: La forza della nonviolenza, edito dalla partenopea Libreria Dante & Descartes, e Danilo Dolci. Una rivoluzione nonviolenta, uscito per i tipi di Altreconomia. Entrambi i volumi mi hanno accompagnato nel corso degli anni, contando diverse edizioni. Entrambi sono tornati in libreria, rivisti e ampliati, nel 2024.

-Sei d’accordo sul fatto che ci hanno nascosto Danilo Dolci?

Mi pare impossibile non condividere questa affermazione che dà il titolo a un tuo fortunato libro. L’opera di Danilo Dolci, in virtù delle tematiche che ha affrontato e della sua dimensione estremamente concreta – che ci spinge non solo alla denuncia, ma all’azione – non è stata scomoda soltanto nei decenni durante i quali si è compiuta, ma continua a esserlo ancora oggi. Soprattutto in un paese dove i mezzi di informazione veramente liberi da vincoli e condizionamenti sono sempre di meno, come denunciato anche da diverse rilevazioni (l’ultimo rapporto di Reporter senza frontiere, per esempio, colloca l’Italia a un allarmante 49° posto quanto a libertà di stampa). È importante, tuttavia, dare conto delle tantissime voci (di singoli studiosi, gruppi, associazioni, centri educativi), che ignorando il silenzio di accademie e istituzioni, trovano nel pensiero e nel metodo di Danilo una preziosa fonte di ispirazione.

-Qual è la forza della nonviolenza?

Occorre subito sgombrare il campo da equivoci e banalizzazioni: la nonviolenza (ci tengo alla forma univerbata, tanto cara a Aldo Capitini e allo stesso Danilo) non è mai accettazione dell’ingiustizia, ma un modo diverso di promuovere il cambiamento. Una strada che mira non alla distruzione, ma alla valorizzazione di quanto ci circonda (le persone, il territorio), che non riduce mai l’avversario a un nemico, ma tenta anzi di comprenderne almeno in parte le ragioni. Con questi mezzi, Danilo e i suoi collaboratori hanno saputo scrivere pagine straordinarie di storia siciliana del Novecento. Mi pare che nulla più della sua opera riesca a mostrare e dimostrare quanto possa essere efficace l’azione nonviolenta.

-Quale messaggio non è passato in Italia sul grande sociologo e maestro irregolare?

Tornare all’opera di Danilo Dolci, alle questioni che ha affrontato e alle azioni che ha realizzato, ci aiuterebbe non poco a orientarci in questo tempo così confuso e inquietante, nel quale siamo persino tornati a considerare la guerra un fatto “normale”. Ritengo, tuttavia, che tra tanti temi cruciali della sua opera, quello ancor oggi meno indagato e compreso, concerne la riflessione alla quale Danilo ha dedicato in modo prevalente l’ultima fase della sua vita: la distinzione tra trasmettere e comunicare e tra potere e dominio, la critica severa del concetto di Modernità e la denuncia dell’inganno sistematicamente perpetrato con la cosiddetta “comunicazione di massa”. Un nucleo teorico robusto e aperto a ulteriori campi d’indagine, in grado di fornirci preziosi strumenti di comprensione di molti fenomeni che si stanno sviluppando davanti ai nostri occhi e ai quali fatichiamo a dare una lettura unitaria.

-E’ vero che nell’anno del centenario Danilo Dolci non è stato ricordato come meritava.

Il silenzio di tanti luoghi istituzionali mi è parso colpevolmente assordante e sicuramente non casuale. Ma forse meglio così, piuttosto che assistere a celebrazioni ipocrite e “edulcoranti” (passami questo termine), che sicuramente Danilo non avrebbe apprezzato. Mi pare, tuttavia, importante segnalare che a fronte di chi ha taciuto, sono state realizzate in centinaia di luoghi diversi (e non solo in Italia) innumerevoli iniziative, che hanno mobilitato associazioni, scuole, gruppi. In alcuni rilevanti convegni – tenutisi a Palermo, Roma, Napoli, San Marino – sono stati studiati e approfonditi molti aspetti della sua opera. Nei prossimi mesi vedranno la luce alcuni volumi che metteranno a disposizione di un pubblico ancora più vasto gli esiti di queste iniziative. Un’attenzione che, lontana dal clamore mediatico, non si è sopita con la conclusione del Centenario, ma continua a crescere.

-Danilo Dolci e la maieutica reciproca…

La maieutica reciproca ha rappresentato lo strumento attraverso il quale Danilo ha realizzato per intero il suo percorso, tanto che è impossibile comprendere davvero la sua opera senza studiare il metodo con il quale è stata realizzata, dallo “sciopero alla rovescia” alla diga sul fiume Jato, dall’attività antimafia al lavoro degli ultimi anni. Ma rappresenta anche un lascito estremamente rilevante che ciascuno di noi è chiamato a recuperare, valorizzare e approfondire. L’efficacia di questo approccio continua a mostrarsi ogni volta vi è l’occasione di mettersi in cerchio e ripartire dalle domande di Danilo (Qual è il tuo sogno? Quali sono le condizioni che favoriscono la creatività individuale e di gruppo? Qual è la differenza tra trasmettere e comunicare? e altre ancora) o dalle tante nuove domande che emergono con urgenza nei nostri giorni.

-Danilo Dolci e i bambini…

L’attività educativa di Danilo non ha riguardato solo i bambini, ma ha permeato tutta la sua esperienza. È innegabile, però, che il punto di partenza di qualsiasi progetto educativo non può che essere il bambino, la bambina: una consapevolezza che è stata sempre ben presente nel lavoro di Danilo, a partire dalla casa-asilo realizzata poco dopo il suo arrivo in Sicilia per i bambini di Trappeto, spesso orfani o con un genitore in carcere, passando per la sperimentazione avviata nel Centro educativo di Mirto negli anni Settanta, fino agli innumerevoli seminari promossi con migliaia e migliaia di piccoli studenti in tanti luoghi diversi fino alla fine dei suoi giorni.

-Che mondo sognava Danilo?

Un mondo molto diverso, ahimè, da questo che oggi viviamo e da quello che pare profilarsi, sempre più minacciosamente, al nostro orizzonte. Un mondo “creatura di creature”, fondato sul rispetto verso i propri simili e verso il territorio, dove ciascuno è posto nelle condizioni di esprimersi e affrontare, attraverso l’esercizio dell’azione nonviolenta, i “necessari conflitti”, non finalizzati alla distruzione del nemico, ma orientati al “reciproco adattamento creativo”. Un’utopia? Forse. Ma, mentre lo affermiamo, dobbiamo avere la consapevolezza che non considerare possibile un mondo diverso dall’attuale, significa arrendersi all’ineluttabilità della violenza, della mistificazione e della sopraffazione.

-Come sarebbe stata la Sicilia se fosse ancora vivo?

Non è facile rispondere a questa domanda, ma sicuramente Danilo avrebbe continuato, in questi anni, a osservare e indagare quanto stava accadendo e avrebbe fornito il suo contributo non solo in termini di analisi, ma anche sul piano delle proposte concrete. Più di tutto, ritengo, ci sono mancate e ancora ci mancano le sue domande, capaci di scuotere le coscienze e di innescare processi di cambiamento della realtà. Forse è banale dirlo, ma credo che avremmo avuto una Sicilia, e un’Italia, migliori.

-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

In questi mesi, con i familiari di Danilo e con altri amici e collaboratori, stiamo lavorando alacremente per la costituzione della Fondazione Danilo Dolci, che contiamo di poter annunciare entro i prossimi mesi: un ulteriore, rilevante strumento per favorire la conoscenza della sua opera, che non sostituirà, ma andrà ad affiancare le altre organizzazioni con le quali portiamo avanti le attività, in particolare il Centro per lo Sviluppo Creativo e il Borgo Danilo Dolci. Anche nei prossimi mesi abbiamo, poi, un calendario di iniziative molto fitto, non solo in Sicilia, ma in molte città e località italiane, segno evidente di un interesse crescente. Dal punto di vista editoriale, invece, stiamo lavorando con i nostri editori di riferimento per individuare i prossimi titoli tratti dal catalogo di Dolci da riproporre ai lettori: un percorso del quale siamo particolarmente orgogliosi e che ha consentito, nel corso degli ultimi anni, di far tornare negli scaffali delle librerie opere che mancavano, in alcuni casi, addirittura dagli anni Cinquanta e Sessanta.

Biografia

Giuseppe Barone è un esperto nel campo della nonviolenza, dell’educazione alla pace e della promozione dei diritti umani. Collaboratore di Dolci sin dal 1985, è attualmente vicepresidente del Centro per lo Sviluppo Creativo “Danilo Dolci” e coordinatore del comitato scientifico del Borgo Danilo Dolci. Autore di numerosi scritti comparsi in riviste, periodici e volumi, ha pubblicato, tra l’altro, La forza della nonviolenza. Bibliografia e profilo biografico di Danilo Dolci (Dante & Descartes, 2000; nuova ed. accresciuta, 2024),Danilo Dolci. Una rivoluzione nonviolenta (Altreconomia, 2007; nuova ed., 2024) e curato con Caterina Benelli il volume collettaneo Danilo Dolci educatore di comunità fragili. Una prospettiva interdisciplinare (Editoriale Scientifica, 2025).

Di Dolci ha, inoltre, curato il Carteggio con Aldo Capitini (Lettere 1952-1968, con Sandro Mazzi, Carocci, 2008), il volume antologico Ciò che ho imparato e altri scritti (Mesogea, 2008) e le nuove edizioni di Racconti siciliani (Sellerio, 2008; nuova ed., 2024), Palpitare di nessi (Mesogea, 2012) e Il Dio delle zecche (Mesogea, 2024).