Desidero iniziare questa intervista con una dichiarazione dell’editore Antonio Liotta responsabile della Casa Editrice Medinova, a proposito di Francesco Rizzo…
“Ho avuto modo di conoscere Francesco due anni fa, in occasione della presentazione di un libro. Ho potuto apprezzare le sue qualità culturali e umane, oltre a quelle organizzative. E’ stato facile discutere, tornare ad incontrarci, stabilire nuove collaborazioni. Oggi è un validissimo Autore della famiglia Medinova, che con i suoi pregiati lavori, arricchisce il patrimonio storico/ culturale mediterraneo e nazionale.
-Quando nasce la tua passione per la scrittura, quanti libri hai scritto finora?
La mia vocazione per la scrittura e per l’indagine filosofica nasce dall’urgenza viscerale di operare una “guerriglia culturale”, un atto di resistenza metafisica contro l’asfissia di un dibattito pubblico ormai polarizzato e svuotato di senso. Finora ho scritto diversi testi, tra cui la monumentale Summa Sicana in quattro volumi, Francesco Magno. Un pontificato sine glossa, Ara Nova e, per l’appunto, Ogni tempo è medievale. Federico II sine-dogmate. Ma la vera radice metodologica di quest’ultimo lavoro, la passione che lo anima, risiede in una precisa eredità del 1976: il magistero di Andrea Camilleri e le sue “Interviste Impossibili”. In quegli anni di piombo, Camilleri intuì che per scardinare il dogmatismo bisognava trasformare la radio in una “catacomba intellettuale”, dando voce ai fantasmi del passato per interrogare i vivi. Oggi, nel nostro 2026, la mia scrittura fa lo stesso: riprende quel format sornione e rivoluzionario di Camilleri per bucare non più il rumore delle bombe, ma il silenzio del pensiero critico e la vacuità del digitale. Intervistare Federico II oggi significa compiere un “furto nel tempo”, disseppellendo una possibilità di civiltà che abbiamo colpevolmente rimosso.

– Marzia Sabella nella prefazione di “Ogni tempo è medievale” ha scritto parole forti sul mare e la Sicilia… perché le hai volute inserire nel libro?
Ho voluto fortissimamente che Marzia Sabella, magistrato in prima linea, aprisse il saggio, perché avevamo bisogno di una lente spietata sulla nostra realtà. Lei descrive magistralmente il nostro mare come un luogo dove “i pesci non hanno più fame tra i cadaveri di carne bambina e le carcasse tarlate di barconi affondati”. Smaschera una Sicilia intrappolata da “mafiosi, palazzinari, usurai”. Ho inserito queste parole perché denudano l’ipocrisia contemporanea: noi piangiamo la fine della civiltà ma tolleriamo che il Mediterraneo diventi un cimitero liquido a cielo aperto. Le parole di Marzia Sabella servono a creare un cortocircuito con la Sicilia federiciana, che era invece un “acceleratore di particelle” e un crocevia di popoli. Mostrano la fragilità delle nostre istituzioni e l’urgenza di ritrovare quell’identità dell’innesto che un tempo ci rendeva grandi.
-Nel tuo libro “Ogni tempo è medievale” che tipo di viaggio affronta il lettore?
Il lettore è chiamato ad affrontare un viaggio di “spoliazione” radicale, una vera e propria destrutturazione delle glosse ideologiche. È un cammino in cui si scopre che il potere, come ci insegnano parallelamente Federico II e Papa Francesco, è legittimo solo se si spoglia di sé per farsi custode della vita. Il lettore deve spogliarsi della retorica imperiale del Mare Nostrum inteso come possesso, per abbracciare l’idea di un “Mare Interlocutorio” e di una “Sicilitudine universale”. Nel libro traccio un parallelismo vertiginoso: così come Papa Francesco cerca una Chiesa sine glossa, spogliata del clericalismo per farsi “ospedale da campo”, Federico II edificò uno Stato sine dogmate, dove l’ordine politico trovava la sua spina dorsale nella Ratio e nel Diritto, libero dal fanatismo confessionale.

-Cos’è stato il Medioevo rivisto alla luce degli studi più recenti?
Il Medioevo, e in particolare quello federiciano, è stato il trionfo della Ratio sulla Spada. Noi usiamo il termine “medievale” come un insulto, ma siamo noi i veri barbari. Il nostro ultimo secolo è stato il mattatoio più spaventoso della storia: la Shoah con la sua catena di montaggio dell’omicidio, le bombe atomiche, i gulag, le pulizie etniche e l’analfabetismo degli arsenali. Il Medioevo di Federico, al contrario, fu l’epoca del Liber Augustalis, il primo codice di leggi universale fondato sulla Ragione di Stato e sull’eguaglianza formale di fronte alla norma. Fu l’epoca della “diplomazia del disarmo”, dove la Sesta Crociata venne vinta non spargendo sangue, ma scambiando quesiti di geometria e astronomia con il Sultano al-Kamil sotto le tende di Giaffa.
– A chi si rivolge il tuo libro?
Si rivolge a chiunque si senta soffocare nell’attuale “democratura digitale”, a chi è stanco di essere ridotto a un gregge alienato dagli algoritmi. Si rivolge a coloro che rifiutano la purezza identitaria, quella sterile ossessione necrofila che genera solo guerre, per abbracciare “l’identità dell’innesto”. Lo dedico a chi vuole recuperare una cittadinanza mediterranea basata sull’appartenenza funzionale e culturale, a chi non ha paura di mescolare la linfa per generare un frutto nuovo e più resistente.

-Quali sono secondo te i pregi del passato e i rischi del presente con l’avvento dell’intelligenza artificiale?
Il grande pregio del passato, metodologicamente incarnato da Federico II, era l'”ecologia dell’osservazione”: guardare le cose sicut sunt (così come sono). Federico, nel suo De arte venandi cum avibus, rifiutava il principio di autorità e le allegorie per osservare la natura con un empirismo che anticipava Galilei. Il rischio atroce del nostro presente tecnologico e dell’IA è la “cecità tecnologica”, la presunzione di poter dominare la natura riducendola a un inerte giacimento da depredare o a un algoritmo da manipolare.Rischiamo di smarrire lo “stupore” e la fatica dello studio, barattandoli con l’illusione di onnipotenza che ci lobotomizza.
-Siamo piombati nel libro di Pirandello, nei Quaderni di Gubbio Serafino operatore dove la scienza con le nuove tecnologie si mangerà l’uomo?
Assolutamente sì. Abbiamo i mezzi degli dèi ma la crudeltà dei fanciulli. La tecnica è diventata una malattia autoimmune del nostro stesso pianeta. Nel saggio uso la figura del falco pellegrino di Federico come icona della “libertà vigilata” e della “sovranità del limite”. Il falco torna al falconiere per scelta, non per costrizione. Oggi, invece, la nostra scienza tecnocratica non rispetta le distanze e l’indole della natura; impone, schiaccia e, in definitiva, aliena l’essere umano, proprio come aveva intuito Pirandello, riducendoci ad automi funzionali al meccanismo.
-Nel tuo libro si parla di ambiente, di Federico Secondo e del futuro del mondo, chi salverà il mondo la bellezza o la letteratura?
La bellezza e la parola che si fa carne. Federico II fu il primo sovrano europeo a praticare un’ecologia integrale ante litteram, comprendendo che la stabilità del Regno dipendeva dall’equilibrio degli ecosistemi. Promulgò leggi sulle acque e tutelò la fauna con intelligenza sistemica. C’è un’assonanza mistica tra il suo approccio e l’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco. La letteratura e l’arte salveranno il mondo se torneranno ad essere come la lingua della “Scuola Siciliana”: un collante politico, un atto deliberato per dare voce unitaria a un’amministrazione multilingue, una sintesi che unisce senza annullare le differenze.

-Puoi commentare questa frase: “Quanto ci è stato sottratto per seguire la sofferenza ipocrita dell’Arte che cerca nel brutto l’intellettualistico dolore?”
È un pensiero cardine espresso in profonda sinergia con il maestro Giorgio Kiaris, autore delle chine che fendono il testo del mio libro. Sottolineiamo come l’ostensione del male e del brutto non possa e non debba essere il segno della nuova estetica. La nostra epoca si compiace del nichilismo, scambiando il dolore intellettualistico per profondità. Ma la vita, quando è autentica, ha in sé la verità più bella e non delude mai. Dobbiamo recuperare la catarsi della bellezza, quella armonia severa che ritroviamo nell’architettura federiciana di Castel del Monte o della Cappella Palatina, dove Oriente e Occidente smettono di sgozzarsi per generare, appunto, pura bellezza.
– Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Il mio cantiere intellettuale è sempre aperto sulla destrutturazione dei miti storici e filosofici. Tra i miei prossimi lavori in corso di pubblicazione c’è El Cid. Il signore della guerra tra Croce e Mezzaluna, edito da Graphe, in cui indagherò le complesse dinamiche di scontro e incontro tra due mondi. Inoltre, sto curando Hosàytos. Pensare con Nunzio Incardona, per onorare e sviluppare il magistero contro filosofico del mio riferimento teoretico.
Biografia
Francesco Rizzo è nato nel 1995; è un accademico, saggista, docente e analista geopolitico. Ricopre l’incarico di Docente di “Storia della Filosofia Antica” alla Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia (Studio Teologico “San Gregorio Agrigentino”). Ha conseguito la Laurea Magistrale in Scienze Filosofiche e Storiche con lode all’Università di Palermo e una specializzazione in geopolitica presso la Scuola di Limes. E’ autore di numerose monografie, tra cui la Summa Sicana in quattro volumi, e del saggio Francesco Magno. Un pontificato sine glossa, che nel febbraio 2026 ha avuto il privilegio di consegnare personalmente nelle mani del Pontefice Leone XIV in udienza papale. Presiede il Centro Culturale “Hosàytos” e opera come Direttore Storico-Scientifico in progetti di destrutturazione della memoria come il “Museo Virtuale dei Miti Sicani” per i Borghi del Mito.





