Ritratti: giornalisti del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Guido Valdini che racconta Franco Scaldati

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A Villa Filippina, all’interno della rassegna culturale Logos coordinata da Giovanni Lo Giudice ho incontrato il giornalista Guido Valdini che conoscevo di fama, per aver letto per molti anni il quotidiano L’Ora di Palermo. A Guido Valdini che conosce molto bene il lavoro di Franco Scaldati drammaturgo, attore, e regista italiano, attivo principalmente in campo teatrale, considerato una delle voci più importanti del novecento, personaggio internazionale. Pochi sanno che durante la sua carriera si è impegnato a creare e recuperare nuovi spazi culturali. Ha aperto i teatri indipendenti Teatro & C., Re di Coppe e Il Piccolo Teatro. Alcune sue opere sono tradotte in catalano, in polacco e in svedese. In questa intervista Valdini ci racconterà la storia, la curiosità, l’arte, la cultura e il messaggio poetico dell’attore di Montelepre.

-Quando l’ha incontrato la prima volta?

«Nel 1974, alla Locanda degli Elfi. Una sorta di garage di fronte all’attuale stazione della metro di via Notarbartolo. C’era un ampio salone pieno di murales a colori accesi, vecchie poltrone e arredi kitsch, dove si alternavano in pittoresco disordine aspiranti scenografi, abili falegnami, promettenti musicisti, attori alle prime armi; vi si improvvisavano concerti tra il folk e l’Oriente, e pezzi di improbabile teatro. Uno spazio marginale, autofinanziato e senza regole. Lo chiamavano così perché era un’officina di fantasia. Erano gli anni delle “cantine” teatrali, dove novità e curiosità, ingenuità e sperimentazione mischiavano le carte ogni sera. Qui incontrai Scaldati mentre provava i frammenti delle sue prime pièces assieme ai suoi compagni di ventura. Era laconico e riservato, dotato di una schiva gentilezza e di un fulminante humour. Ma si accendeva quando si parlava dei sogni della città e dei problemi dei quartieri. Discutendo di teatro e di Palermo, s’instaurò subito un felice rapporto».

-Franco era diverso dagli altri attori, raccontava gli ultimi, i diseredati, gli acchiappamosche, gli assassini, gli ubriaconi, i venditori di ombrelli sfondati, i sognatori pazzi che facevano la serenata alla luna, i figli di una Palermo dimenticata, disperati ma pieni di umanità…

 

«Scaldati è stato innanzitutto un autore, un drammaturgo, il poeta degli ultimi. La sua opera è un canto tenerissimo e disperato agli emarginati, ai senza rifugio, ai senza voce, a tutti coloro privi di difesa, di conforto, di considerazione sociale, ai portatori di disprezzo, agli appestati, ai folli. Ma gli ultimi dell’universo di Scaldati tanto sono poveri di beni materiali e, talora, anche morali (ma di una moralità tutta ipocrita e convenzionale), quanto sono ricchi di umanità, di valori autentici, di quelle ragioni del cuore – per dirla con Pascal – che la ragione non conosce. Un grande palcoscenico tragico, comico, incantato. Dove tutti sono ultimi perché tutti sono innocenti, senza colpa. E lo sono perfino i personaggi più “neri” e più turpi, vittime anch’essi di un’infernale macchina socio-economica che getta nell’abisso chi non è attrezzato ai suoi meccanismi, chi non è al soldo del moralismo dominante. È come se Scaldati proponesse una sorta di paradiso perduto, perduto nel senso dei perdenti, dei reietti, di tutti coloro che sono abbandonati».

-I registi Ciprì e Maresco hanno più volte raccontato la città dei “rancutani” in Cinico Tv e nei loro film, oggetto di studio nelle Università italiane. Infatti nel 2003, con la regia dei cineasti palermitani Daniele Ciprì e Franco Maresco, Scaldati è uno dei protagonisti del film Il ritorno di Cagliostro.

«L’operazione di Cinico Tv ha molti punti di contatto col teatro di Scaldati; ed infatti nel tempo è maturata una proficua collaborazione. Ma è anche profondamente diversa. I paesaggi desolati di Ciprì e Maresco con i loro personaggi surreali presi dalla realtà, virano più sull’assurdo e sul grottesco: sono “mostri”, anch’essi innocenti, scagliati in mezzo alle rovine di un mondo brutale. Ci si intravede più una polemica sociale, perfino ironica e istrionica, ma con un retrogusto violento e rabbioso, appunto cinico. Nell’universo di Scaldati, spesso anch’esso di efferato realismo, ritrovo però, nel complesso, un afflato di maggiore delicatezza lirica, un richiamo ai bisogni e ai sentimenti ancestrali, un’aura di arcano mistero. Scaldati non giudica mai i suoi personaggi, li osserva semmai con uno sguardo di affettuosa complicità».

-Un critico ha scritto che Scaldati era molto lontano dal main-stream, raccontava gli artisti palermitani…

«Scaldati non poteva non affascinare chi cercava negli anfratti sperduti della cultura palermitana antidoti alla grisaglia dell’establishment. È dunque, come appare da quanto detto finora, lontanissimo dalle idee dominanti, dalla consuetudine confortevole che proponeva il teatro normalizzato, dal racconto di una città e di una società vista in maniera superficiale o folklorica. Al di là dei luoghi comuni, Scaldati ha il coraggio di introdurre la poesia in teatro dalla porta principale: canta, non racconta, un mondo sgradevole per arrivare alle profondità dei sentimenti. A tutto ciò si aggiunge l’uso di quel suo dialetto-lingua inventato che affonda l’orecchio in un palermitano venuto da lontano, di inconsueta musicalità, ricco di innesti, memorie mediterranee, echi orientali, nenie e filastrocche, secco e lussureggiante, cantilenante e onirico, ordito come un tessuto barocco, caldo e colorato come una tavolozza di campagna, crudo come il vicolo, aereo come il canto».

-Può commentare questa frase di Scaldati: «A che serve il teatro? È una forma d’arte che implica immediatamente l’uomo, che obbliga a vivere, a incontrarsi e scontrarsi».

 

«In questo, la concezione di Scaldati sul teatro non è dissimile da quella delle grandi correnti del Novecento, per le quali sul palcoscenico si consuma sempre un conflitto. Tragico o comico che sia, comunque drammatico, in quanto esso diventa palestra della stessa vita, un momento quasi sacro nel quale l’attore mette in gioco tutto sé stesso, le sue pulsioni, le sue viltà, le sue generosità, i suoi recessi dell’anima per tentare di raggiungere la verità. E qui, occorre ribaltare il concetto di finzione, del quale la storia del teatro possiede numerose teorizzazioni: dall’improvvisazione della Commedia dell’Arte all’attore anti-sentimentale di Diderot,dall’approfondimento psicologico di Stanislavskij alla “distanza” brechtiana, fino all’ambiguità della maschera pirandelliana, giusto per citarne solo alcune. Ma Scaldati dice: “Essere, nel profondo, noi stessi la città che raccontavamo”. Non un’immedesimazione, dunque, non soltanto “vivere sulla scena”, ma un’identità cui il palcoscenico restituisce ancora più forza, un’energia eretica che scopre quel che la vita nasconde. E per realizzare tutto questo, era fondamentale l’attore-creatore».

 

-Perché lo chiamavano con affetto il sarto del teatro?

 

«Prima di dedicarsi interamente alla scena, Scaldati era in realtà un sarto di professione, e questa metodologia di lavoro ha influenzato anche il suo teatro. In fondo, la vita funziona per fratture e ricomposizioni, per tagli e ricuciture, come in sartoria. Caratteristica del teatro di Scaldati, nel corso delle sue sperimentazioni, è stata quella di una continua rielaborazione dei suoi testi. Frutto di ripensamenti o di aggiustamenti, di limature o illuminazioni, esso, in apparenza statico, è invece in continuo fermento creativo, ed è il contrario dell’opera chiusa: negli anni, si sono susseguiti testi abbozzati, lasciati, ripresi, rivisitati, incastrati, cambiati, talvolta anche poco prima di andare in scena.E leggendone i testi in originale, il frammento si frange a sua volta, si disarticola, si scardina, si spezza ulteriormente secondo un ritmo tutto interno e che non ha nulla di provvisorio o casuale. Brandelli, schegge, detriti disseminati in un tessuto che si va ricomponendo in un miracoloso patchwork. E dunque, più che il sarto del teatro, il suo è il Teatro del Sarto».

-Dal 1976 comincia a mettere in scena le proprie opere: Il pozzo dei pazzi e, a breve distanza, Lucio e in seguito Manu mancusa e Il cavaliere Sole. Perché sono importanti queste opere?

 

«Sono fra i primi spettacoli, e in quanto tali la loro importanza consiste nel fatto che essi mettono le basi di uno statuto drammaturgico. Per rendere meglio l’idea, devo collegarmi a quanto detto prima a proposito degli attori. Fin dalla genesi del Pozzo dei pazzi, ad esempio, la riproposizione di Palermo, città a-morale, impasto indistinguibile di innocenza e crudeltà, tenerezza e violenza, segna un capovolgimento di approccio, essendo lui stesso e i suoi attori quell’universo in scena. “Era – dice lo stesso Scaldati – la capacità di scoprire quel mondo avendolo dentro e quindi essere, nel profondo, noi stessi la città che raccontavamo”. Pensiamo all’impagabile duetto fra i protagonisti Binirittu e Aspanu (gli straordinari Scaldati e Gaspare Cucinella): i due straccioni raccoglitori di cicche rubano la gallina al folle acchiappamosche e se la contendono per fame, ma non la mangeranno mai perché se ne innamorano. “È uno spettacolo – commentava Franco – che necessità di una grande libertà; occorre la capacità di ricreare le situazioni del testo, così come nella vita non saprai mai quel che farai un momento dopo”».

-Perché Scaldati sceglie il quartiere dell’Albergheria per i suoi laboratori?

 

«Franco ha sempre detestato i vizi e l’artificio del professionismo, e nella sua compagnia, tranne poche splendide eccezioni, gli attori venivano dalla strada per poi formarsi alla sua scuola. In fondo, ha sempre oscillato fra l’isolamento che dettava i tempi e i modi della sua creatività e la tentazione di un rifugio sicuro; come quello che, ad esempio, gli assicurava il Teatro Biondo, il cui direttore Pietro Carriglio fu tra i primi a scoprirne il talento e ad offrirgli nel 1980 la possibilità di produrre il suo teatro. Ma dopo un certo periodo, durante il quale cominciò ad essere conosciuto anche in campo nazionale, a Scaldati sembrò di correre il rischio di essere ingabbiato nella logica mercantile del facile successo. Fece quindi un coraggioso gesto di rottura che gli costò la precarietà e si ritirò a lavorare lontano dai circuiti commerciali che avevano smesso di motivarlo. D’altronde, lui stesso aveva detto “la mia città è il quartiere, l’unico spazio a misura d’uomo sfuggito alla globalizzazione e alla narcosi della metropoli efficiente e alienata”. Scelse l’Albergheria che probabilmente gli dava maggiori garanzie di autonomia e di serenità grazie al Centro sociale San Saverio di don Cosimo Scordato. Qui operò dal 1993 al 2008, conducendo laboratori con l’umile gente del luogo, pensionati, operai, disoccupati, casalinghe, dove trovò attenzione, disponibilità, curiosità e cuore pulsante di energia, e dove nacquero alcuni dei suoi spettacoli più freschi e fantasiosi, quali La locanda invisibile, La notte di Agostino il topo, Totò e Vicè e l’angelo delle lanterne, Santa e Rosalia».

-Franco e il cinema d’Autore:oltre che autore e attore in molte opere teatrali, Scaldati si cimenta anche come attore nel cinema partecipando ai film Kaos dei fratelli Taviani, L’uomo delle stelle e Bàaria di Giuseppe Tornatore, I briganti di Zabut, Il giorno di san Sebastiano di Pasquale Scimeca, e Il Buma di Giovanni Massa.

«Scaldati è stato anche un attore formidabile, fuori da ogni schema e scuola: d’istintivo talento e di straordinaria vena comica, tendente al beffardo o al grottesco, con una voce cavernosa e sferragliante, eppure capace di insospettabili modulazioni, muoveva il suo corpo rude con passetti piccoli e curiosi ma densi di un ritmo danzante. In teatro era di stringente misura, capace di inoltrarsi anche nel repertorio, passando dalle accensioni violentemente popolaresche alle tenere affettuosità,dalla disarticolata mimica del mostruoso Calibano della shakespeariana Tempesta alla minaccia fatale del “negro cieco” Riley nella Stanza di Pinter, alle figure mute e inquietanti dell’Oratore nelle Sedie di Ionesco; fra i tanti ruoli, da ricordare ancora il Polifemo del Ciclopu di Euripide-Pirandello, il truce Commendatore del Don Giovanni Tenorio di Zorrilla y Moral e il vociante mendicante della brechtiana Opera da tre soldi. Al cinema, i registi sono rimasti affascinati soprattutto dalla capacità di coniugare la sua massiccia fisicità con i lampi onirici che sembravano venire da un altro mondo».

 

-Come mai accade che nel mese di maggio del 2020 l’intero archivio di Franco Scaldati viene ceduto dai suoi familiari alla Fondazione Giorgio Cini di Venezia?

«Questa è una vicenda tipicamente palermitana. Dopo la sua morte, nel 2013, i suoi amici e compagni di teatro, primo fra tutti Melino Imparato, si accorsero che nel suo studio di casa abitava un enorme materiale, almeno una sessantina di copioni, tutti compilati con la sua Lettera 22 in fragili fogli di carta pieni di aggiunte e correzioni, spesso senza ordine e data. Si trattava di mettere mano a questo archivio, ordinarlo e sistemarlo in un luogo messo a disposizione di appassionati e studiosi. Toccava alla città farsi carico di questa operazione, ma l’Amministrazione comunale di allora, dopo avere dato ampia disponibilità, se ne dimenticò. Dopo qualche tempo trascorso invano, fra dubbi, riunioni e lungaggini burocratiche, ecco farsi avanti la prestigiosa Fondazione Cini di Venezia, che conserva importanti archivi di storici personaggi della storia del teatro. Di fronte al silenzio delle istituzioni, gli eredi Scaldati accolsero la richiesta. Uno smacco per Palermo, ma forse anche la migliore soluzione per questo patrimonio, che nella sede della Fondazione veneziana può adesso trovare la migliore cura e la possibilità di venire conosciuto, studiato e diventare oggetto d’indagini ed incontri ben oltre i confini isolani.Ed è da sottolineare che la sua fama si va via via estendendo: alcune sue opere sono state tradotte in catalano, polacco e svedese. Da aggiungere, infine, che l’intero corpus teatrale di Scaldati, grazie all’intervento della Regione siciliana, è stato appena pubblicato in otto volumi editi da Marsilio e curati dalla professoressa Valentina Valentini dell’Università La Sapienza di Roma».

-Cosa rimane dell’opera di Franco Scaldati e cosa si può fare per farla arrivare al grande pubblico?

«Ci restano certamente i suoi testi e la memoria viva dei suoi spettacoli per chi ha avuto la felicità di assistervi. Senza di lui, oggi, è assai difficile restituirli sulla scena, entrare in quell’universo, coglierne il profumo e l’atmosfera. Ma ciò non vuol dire dimenticarlo, anzi bisogna conoscerlo e praticarlo il più possibile, senza però mai farlo diventare folklore, ma cercandone di raccoglierne l’humus profondo. Non so se arriverà al cosiddetto “grande pubblico”, ma certamente un regista intelligente, profondo e innamorato può offrirne una versione che può catturare tanti spettatori attenti e curiosi. In fondo, il teatro di Scaldati è godibile e affascinante, pieno di spunti contemporanei. E può essere materia che coinvolga i giovani senza pregiudizi. L’eresia del suo teatro ha a che fare con le radici della scena, con un sogno che attinge dalla realtà e si fa capacità di trasformarla».