Ritratti: ambientalisti del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Giuseppe Lo Pilato

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Conosco Giuseppe Lo Pilato da una vita. Da lui ho appreso molte cose che riguardano l’ambiente e per la prima volta confesso, che alcune informazioni mi sono state molto utili nello svolgere il difficile mestiere di Maestro. L’ambiente è come il piano regolatore di una città. Per capire una città mi ha spiegato un architetto basta guardare il piano regolatore e il rispetto che si ha per l’ambiente. Il lavoro che ha svolto Giuseppe Lo Pilato in questi anni è veramente meritorio. La difesa del nostro patrimonio è qualcosa di imprescindibile, la rivalutazione del biologico, il rispetto della natura, le battaglie civili contro la speculazione edilizia e tanto altro ancora Ma andiamo a conoscere da vicino Giuseppe Lo Pilato.

-La Kolymbethra è molto legata alla tua esperienza. Cosa c’è ancora da scoprire in questo magico territorio?

Quando, venticinque anni fa, ho lanciato il progetto per salvare la Kolymbethra coinvolgendo il FAI-Fondo per l’Ambiente Italiano, che lo ha fatto proprio, il tema era il recupero e la conservazione del suo paesaggio, quale memoria storica della nostra terra, prima ancora che per farne rifiorire l’infinita bellezza che gli appartiene. Siamo riusciti a ridargli vita, a svelarne l’importante storia, a prendercene cura fino al punto di farlo ritornare produttivo. Adesso, si stanno studiando i caratteri “tradizionali” di questo agrosistema che per le sue lontanissime origini abbiamo a suo tempo liquidato come qualcosa di obsoleto, solo un pezzo di storia remota dell’agricoltura, ed invece si sta rivelando custode di un’antica sapienza che genera armonia tra natura ed agricoltura, ovvero tra ambiente ed attività umane, per cui si sta profilando in maniera sorprendente quale luogo di ispirazione per quella transizione ecologica verso cui tendiamo per rendere sostenibile l’attività agricola. Insomma, si sta rivelando un luogo da cui trarre preziosi insegnamenti per il futuro!

-Com’è vissuta la magia della Kolymbethra dai siciliani e soprattutto dai turisti?

“Una piccola valle che per la sua sorprendente fertilità somiglia alla valle dell’Eden o ad un angolo della Terra promessa”, sono le parole dell’Abbate di Saint Non, memoria di un viaggio del 1778. Ancora oggi, nei visitatori, è questa la dimensione colta nella loro esperienza di contatto con il nostro giardino. La sua bellezza, frutto dell’insieme dei suoi paesaggi (l’agrumeto irriguo nell’ampio fondovalle, l’arboricoltura mediterranea in asciutto sui pendii laterali, la vegetazione ripariale in alveo, la macchia mediterranea sulle formazioni rupestri), incanta gli animi, rende orgogliosi i siciliani e stordisce con incontenibile meraviglia i visitatori stranieri, soprattutto tedeschi e inglesi, che se ne innamorano. Siamo quindi riusciti a dare un significato alto, che mobilita i sentimenti, ad una antica campagna che stava per scomparire, ed oggi, grazie all’impegno del FAI, è diventata una delle mete più ambite e ricercate dagli amanti della natura e dei paesaggi.

-Cosa succede se Dio fa una visita alla Kolymbethra?

Penserà che esiste davvero il Paradiso, che qui gli Umani hanno fatto buon uso del Creato, ed avrà modo di esserne felice. E sono certo che avrà voglia di rimanerci per sempre, con nostra immensa gioia!

-Cosa ha rappresentato nella tua esperienza l’incontro con il FAI?

Ha cambiato la mia vita, rendendo possibile quello che era soltanto un testardo sogno da realizzare. Inoltre, ho ricevuto quel sostegno di cui necessitano le persone che combattono le dure battaglie per la difesa dell’ambiente, in un momento in cui ero molto esposto nella lotta per difendere la Valle dei Templi dalle mire speculative dell’abusivismo edilizio ed il clima non era certo favorevole per chi chiedeva il ripristino della legalità e dell’integrità del territorio nella città dominata dagli abusivi. Essere parte di questa grande Fondazione mi ha rassicurato e suscitato ulteriore coraggio per proseguire nel mio impegno, che grazie al FAI non è stato più solo di contrasto ai nemici dell’ambiente, ma di vera e propria sfida progettuale, culturale, per la valorizzazione dei nostri beni ambientali e culturali. Ed oggi sono molto orgoglioso del fatto che la riuscita esperienza della Kolymbethra, il primo recupero di un paesaggio nella Valle dei Templi, sia considerata uno degli elementi qualificanti di Agrigento capitale italiana della Cultura.

-Quanti viaggi hai fatto per la scoperta delle bellezze della Sicilia?

Impossibile contarli, anche perché continuano ancora. Ho visto, e rivisto, tanto, ma tanto ancora resta da vedere! Abbiamo la fortuna di essere nati in una regione che è un vero e proprio continente, con ambienti naturali che vanno dalle rive dei mari fino alle altitudini alpine dell’Etna. Per non parlare poi delle sedimentazioni della Storia, che fanno della Sicilia quella somma di civiltà che ha plasmato la cultura e l’identità dell’Occidente. Tornando alla bellezza, adoro le foreste di betulle dell’Etna, la campagna terrazzata del ragusano, le strade di Palermo dove sono arrivato ragazzo e ne sono tornato indietro adulto.

-Quando è nata la tua passione per l’ambiente e per la natura?

Quando da bambino con mio nonno andavo in campagna, a dorso di mulo, e lungo la via incontravo gli odori delle piante e della terra, i sapori dei frutti, l’energia vitale dell’acqua che scorreva in un ruscello che costeggiava la “trazzera” che percorrevamo. Poi, un giorno, vidi arrivare una ruspa che spianò tutto, e come tutti pensai al progresso. Ne fui felice, ma non c’era più il ruscello che brulicava di vita, solo una strada che sapeva di asfalto. Molti anni dopo, compresi il significato profondo di quella trasformazione che non era il progresso tanto annunciato, ma solo l’inizio di un processo di sfruttamento dei nostri territori e delle risorse naturali che avrebbe portato al disastro ambientale che stiamo vivendo adesso, con il cambiamento climatico che rischia di cancellare le condizioni ambientali che permettono la nostra esistenza, esponendo l’umanità ad un serio pericolo di estinzione di massa. Da quella consapevolezza, il mio impegno ambientalista che è iniziato negli anni 80 del secolo scorso e continua tuttora.

-Cosa pensi della giovane Greta Thunberg . La nostra casa sta bruciando e noi non ci rendiamo conto?

Greta era una ragazzina che ha compreso che la sua generazione non ha futuro, ed ha lanciato la sua supplica al mondo degli adulti, che non hanno mostrato grande comprensione. Credo che la sua generazione debba prendere coscienza della necessità di passare dalla mobilitazione simbolica, di sensibilizzazione, ad un vero e proprio impegno politico centrato sulla rivendicazione del futuro. Mi riferisco alla necessità di contrastare tutti i negazionismi che sono espressione dell’egoismo delle vecchie generazioni (Trump ne è il paladino!) che non vogliono cambiare modo di produrre e di vivere, benché palesemente insostenibili, perché su questo fondano la loro ricchezza. Spero che Greta, oggi una coraggiosa ragazza, sappia cogliere questa necessità e si metta a capo delle nuove generazioni per condurre questa difficilissima battaglia per sconfiggere, democraticamente, i negazionisti e sostenere quelle forze politiche che propongono e sviluppano progetti di sostenibilità ambientale, come sta cercando di fare l’Europa con il Green New Deal.

-Perché in Sicilia c’è pochissimo rispetto per l’ambiente?

Perché siamo una società segnata da marginalità sociale, culturale, ed economica, che la pongono in parte fuori dai canoni della civiltà. Su questo fronte c’è molta strada da fare, e le persone che portano avanti le battaglie ambientaliste proprio per questo motivo devono avere un coraggio più che doppio rispetto ad altri luoghi della geografia umana e sociale del nostro paese.

-Se tu fossi per un giorno il ministro dell’ambiente cosa proporresti agli italiani?

Di prendersi cura del loro meraviglioso paese, sanando le ferite che gli sono state inferte da una modernizzazione che non ha portato progresso (come prevedeva Pasolini) e di praticare il coraggio di ripensare il proprio stile di vita per renderlo compatibile con la conservazione dell’ambiente, recuperando quanto di meglio, in valori e risorse, la nostra lunga storia ci mette a disposizione. Siamo il paese del Rinascimento, abbiamo ancora una grande occasione per riformulare un pensiero nuovo che ci proietti in un mondo privo degli orrori e dei pericoli del presente.

-Quanti libri hai letto e a quale ti senti più legato?

Tantissimi, e molti ancora da leggere. A tanti mi sento legato, ognuno incontrato in un particolare momento della mia vita, come Il lupo della steppa di Hermann Hesse quando ero preso dalle turbolenze esistenziali dei vent’anni. Ma uno, più di tutti, ricordo con immensa gratitudine: Le tigri di Mompracem di Emilio Salgari, letto a 12 anni, mi appassionò alla lettura, (a seguire ho divorato l’intera produzione salgariana e non solo) che mi ha fatto scoprire le lotte contro il colonialismo e la bellezza delle foreste tropicali risplendenti di natura incontaminata. I temi che più avanti sarebbero stati al centro dei miei interessi politici e culturali, ovviamente accompagnati da successive letture molto più impegnative!

-Il libro appartiene a quella generazione di strumenti che una volta inventati, non possono essere più migliorati come la forbice, il martello, il coltello, il cucchiaio, la bicicletta.

Il libro è uno strumento di una semplicità estrema. Contiene un pensiero che le sue pagine trasferiscono al lettore in un rapporto molto intimo, esclusivo. Ciascuno ha modo di apprendere e riflettere in modo molto personale su quanto un autore affida alla scrittura. Non vedo cosa si possa aggiungere, è perfetto così com’è da sempre.

-Secondo Borges non è stato Dio a creare il mondo, ma sono i libri ad averlo creato.

Sulle origini del mondo lascio ad ognuno le proprie convinzioni. La mia è legata all’evoluzione della materia. Ma non c’è dubbio che il libro, strumento di condivisione del pensiero, ha contribuito enormemente allo sviluppo delle civiltà umane. Pensiamo al sapere custodito nella grande Biblioteca di Alessandria, ma anche al sapere negato dei libri nascosti nella biblioteca segreta del convento del Nome della rosa di Umberto Eco, che ci dice della forza dirompente del libro capace di compromettere gli equilibri di potere.

-Il posto più bello in cui sono stato è dentro un libro! Puoi commentare questa frase tratta dal libro di Alessia Franco Con lo sguardo in su ?

Facile, rileggo sempre molto volentieri le memorie del Viaggio in Sicilia, nel 1787, di W. Goethe, e vedo dalle sue parole le immagini di quel tempo, rivivendo le emozioni che la bellezza della nostra terra ha scatenato in questo prestigiosissimo “turista”. E’ un’immersione nei luoghi della nostra identità, più che della memoria, che solo in un libro puoi praticare.

-Agrigento è una città “particolare”. Dalle bocche di alcuni politici del passato sono volate promesse mai mantenute: l’acqua ogni giorno, l’aeroporto, il turismo, sono state dette bugie sulla frana e sul sacco edilizio… Come si sta preparando la città capitale della cultura nel 2025?

Vedo un grande interesse di molti operatori culturali, ma anche economici del settore turistico, che si propongono in maniera attiva, e questo è incoraggiante. Ma vorrei vedere anche il protagonismo delle Istituzioni, senza il quale rischiamo di perdere quella che si profila come l’unica occasione di futuro della nostra città. Fallire, avrebbe lo stesso effetto della frana di Agrigento del 1966 che si portò via una buona fetta del centro storico e ci consegnò una città indicata quale esempio negativo di distruzione del tessuto urbanistico e storico. Vorrei che in futuro si abbia la capacità di essere soprattutto una vera città della Cultura, ne abbiamo l’occasione, diamoci da fare.

– Cosa pensi del cinema contemporaneo e quali sono i tuoi registi italiani di riferimento?

Prevale lo “spettacolo” super tecnologico, che stupisce il pubblico inventando di tutto senza alcun limite per la fantasia. Si guarda molto al mercato, meno all’arte. Mi piace moltissimo il cinema, ed è diventato uno dei ritmi della mia vita da sempre. Ne ho un bisogno quasi “fisiologico”! Non disprezzo un buon film spettacolare, ho visto con gusto la serie Viking, ma vado in cerca di contenuti artistici e culturali più alti. Sono cresciuto a pane e Fellini, De Sica, Scola, Taviani, Petri, Bellocchio, Moretti, per cui trovo molta vacuità nei film contemporanei. Per fortuna ci sono ancora i Tornatore, Martone, Salvatores, Soldini, che ci regalano contenuti forti e la bellezza dei loro racconti cinematografici. L’ultimo film di Paolo Sorrentino, E’ stata la mano di Dio, mi ha commosso profondamente, e non è cosa da poco!

– La musica fa parte del tuo tempo? Quella che si ascolta oggi ti piace?

Ascolto musica per ore intere, in macchina, mentre pranzo, quando lavoro al computer. Ho un’anima rockettara, ma da un po’ di anni sono inebriato dalla musica barocca, di cui conosco tutti i principali autori, e mi lascio ammaliare dalle morbide note del Maestro Ludovico Einaudi, un vero nutrimento di bellezza della mia esistenza. Mi sforzo, poi, ogni anno, di ascoltare Sanremo, ma è un pianeta che non capisco…

-Cosa salverà il mondo, la bellezza, il cinema o la letteratura?

La consapevolezza del cambiamento, e credo che il cinema, la letteratura ed il desiderio della bellezza possano aiutarci ad acquisirla e ad avere il coraggio di praticarla.

-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Continuare ad inseguire le mie passioni, e tra queste soprattutto quella che ha dato senso alla mia vita, ovvero prendermi cura del Giardino della Kolymbethra finché ne avrò le forze, esattamente come è stato per il signor Antonino Vella, U Zi Ninu, l’ultimo giardiniere, che me lo ha fatto conoscere nel lontano 1987 ed ha ispirato il mio impegno culturale e professionale con il suo profondo amore per questi antichi alberi a cui ha dedicato la vita finché gli è stato possibile. Un vero eroe della civiltà contadina di cui voglio continuare l’opera.

Biografia

Nato nel 1958, vive ad Agrigento dove svolge la professione di agronomo occupandosi di paesaggio ed agricoltura biologica. Nel 1995 ha collaborato l’Università di Palermo per la giornata di studi sul Paesaggio della Valle dei Templi di Agrigento e nella realizzazione del Museo Vivente del Mandorlo. Nel 1999 coinvolge il FAI – Fondo Ambiente Italiano nel progetto del Giardino della Kolymbethra, di cui sarà uno dei progettisti ed il Direttore dei lavori. Nel 2001 ha progettato e diretto i lavori di restauro del giardino storico di Palazzo Filangerì Cutò a Santa Margherita di Bèlice, per il Parco letterario Tomasi di Lampedusa. Nel 2005 ha partecipato alla redazione del Piano del Parco della Valle dei Templi sviluppando il tema del recupero e della conservazione del paesaggio agrario storico. Nel 2023 è stato pubblicato un suo contributo sul progetto di recupero e valorizzazione della Kolymbethra nel libro “Il paesaggio agrario italiano, Sessant’anni di trasformazioni da Emilio Sereni ad oggi (1961-2021) edito da Viella per la Biblioteca Archivio E. Sereni dell’Istituto Alcide Cervi. Dal 2002 è Direttore dei lavori agronomici e paesaggistici del Giardino della Kolymbethra.

Notizie e curiosità sul giardino della Kolymbretrha

La Kolymbethra è un autentico gioiello archeologico e paesaggistico situato all’interno del Parco della Valle dei Templi, tra il Tempio dei Dioscuri ed il Tempio di Vulcano, tornato alla luce dopo decenni di abbandono. Di particolare rilievo gli antichi ipogei o “Acquedotti Feaci”, gli unici visitabili della Valle dei Templi, risalenti al V° sec. a.C. quando alimentavano l’antica piscina. Ancora oggi sgorgano limpide acque utilizzate per l’irrigazione del Giardino ricco di antichi agrumi, frutti e olivi secolari.

……L’antica famosa Colimbètra akragantina era veramente molto più giù, nel punto più basso del pianoro, dove tre vallette si uniscono e le rocce si dividono e la linea dell’aspro ciglione, su cui sorgono i Tempii, è interrotta da una larga apertura. In quel luogo, ora detto dell’Abbadia bassa, gli Akragantini, cento anni dopo la fondazione della loro città, avevano formato la pescheria, gran bacino d’acqua che si estendeva fino all’Hypsas e la cui diga concorreva col fiume alla fortificazione della città”…..

(da “I vecchi e i giovani” di Luigi Pirandello)

Le origini della Kolymbethra risalgono all’epoca in cui i greci colonizzarono la Sicilia (500 a.C.) e la sua storia è legata allo sviluppo dell’antica città di Akragas. Diodoro Siculo narra che il tiranno Terone affidò all’architetto Feace il compito di progettare un sistema idrico per approvvigionare la città. Parte di questo sistema si concludeva ai piedi dell’urbe, in una grande bacino detto Kolymbethra:

“…una grande vasca…del perimetro di sette stadi….. profonda venti braccia….dove sboccavano gli Acquedotti Feaci, vivaio di ricercata flora e abbondante fauna selvatica…

” (Diodoro Siculo I sec. d.C., XI, 25)

Oggi il giardino riassume nei suoi cinque ettari il paesaggio agrario e naturale della Valle dei Templi. Nelle zone più scoscese si trovano lembi intatti di macchia mediterranea; nel torrente che solca il fondovalle ci sono pioppi, salici e tamerici; sugli ampi terrazzamenti, compresi tra suggestive ed alte pareti di calcarenite, un antico agrumeto ricco di tante specie e varietà oramai rare, coltivato secondo le tecniche della tradizione araba.

Negli ultimi decenni del Novecento la Kolymbethra cadde in abbandono sino all’intervento del FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano, a cui il Giardino è stato affidato in concessione dalla Regione Siciliana nell’anno 1999. Dopo avere provveduto al recupero paesaggistico, il FAI ha restituito al pubblico questa importante testimonianza storica e naturalistica della nostra civiltà. E’ fruibile dal 10 novembre 2001, ed è visitato da 60.000 turisti l’anno.

… Montalbano telefonò a Marinella. Livia era appena rientrata, felice. “Ho scoperto un posto meraviglioso, sai? “Si chiama Kolymbethra. Pensa, prima era una vasca gigantesca, scavata dai prigionieri cartaginesi”.

“Dov’è?” chiese Montalbano

“Proprio lì, ai templi. Ora è una specie di enorme giardino dell’eden, da poco aperto al pubblico”…

… Promettimi che un giorno o l’altro ci vai.”…

(da “La pazienza del ragno” di Andrea Camilleri, 2004)

Per le foto si ringraziano S. Brancato, Salvatore indelicato, Giuseppe Lo Pilato e Angelo Pitrone.