Non ho mai incontrato Roberto Strano. Mi ha parlato di lui il fotografo e scrittore agrigentino Salvatore Indelicato che l’ha incontrato nella Valle dei Templi insieme a Gianfranco Jannuzzo. Roberto Strano è un fotografo di Caltagirone che ha girato il mondo. E’ stato a Tunisi durante gli attentati, nelle favelas in Brasile e in altri luoghi di solitudine e di sofferenza. E’ un fotografo che con i suoi scatti dà voce a chi non l’ha mai avuta.Il giorno in cui non crederà più nella fotografia smetterà di svolgere questo mestiere. Fotografa per raccontare, a volte per scuotere la coscienza dell’uomo.

Nella sua vita ha conosciuto molti fotografi, li ha incontrati, si è confrontato con loro, li ha studiati, ma il suo maestro rimane Ferdinando Scianna.
-Come e quando nasce la tua passione per la fotografia? E’ nata a 13 anni. In modo strano, quasi inspiegabile, non avevo nessuno in famiglia che facesse il fotografo. Alle scuole medie avevo una grande passione per il disegno e lo sport, e la cosa continuò alle superiori e anche da grande. Dalle fotografie riproducevo dei disegni. Mi attraevano i visi e i paesaggi, ricordo che una volta ci rimasi molto male con una mia insegnante che asseriva che non avevo fatto quel disegno, perchè era troppo perfetto. Mi attraeva qualsiasi cosa che era arte figurativa, per non parlare di quello strano oggetto da cui si ricavano le fotografie. Al primo superiore chiesi a un fotografo del mio paese se potevo andare a lavorare nel suo studio. Iniziai come ragazzo di bottega e la cosa mi piacque molto, la mattina appena arrivavo si dava una piccola spazzata, si sistemavano le pellicole e poi da lì a breve mi rapì l’ amore per la camera oscura, cosa che non ha mai smesso di appassionarmi. In camera oscura, si iniziava con l’agitare le bacinelle, immergere uno spezzone di carta nello sviluppo e aspettare come per magia, che spuntasse pian pianino sempre più l’immagine, poi prendevo lo spezzone di carta, lo mettevo nell’acqua e infine nel fissaggio. Un procedimento magico che ci insegna ad avere il rispetto del tempo, cosa che ripeteva anche Cartier Bresson nelle sue lezioni, giornate intere per stampare poche copie. Da lì a breve, iniziai a fare l’assistente nei matrimoni a caricare le pellicole nell’hasselblad, a misurare la luce con l’esposimetro e tante altre cose che fa un assistente di grande fiducia. A 17 anni chiesi di lavorare con un fotografo importante, mi indicarono uno studio affermato di Catania. Sostenni il colloquio e alla domanda se fossi maggiorenne, con il timore che non mi prendessero, risposi che avevo da poco compiuto il diciottesimo anno di età. Fui preso e al mio primo matrimonio mi diedero una Nikon Fm2. Quando poggiai l’occhio per inquadrare e vedere i parametri tempo, diaframma, capii che l’esposimetro non funzionava, chiesi al fotografo e mi rispose che non c’era la batteria, la luce si misura con la testa. Osservando la luce devi capire che tempo e diaframma puoi usare. Quando facemmo lo sviluppo, parecchi fotogrammi erano un pò sovraesposti e alcuni sottoesposti, ma devo dire, che da allora non smisi più di misurare la luce senza esposimetro e solo osservando la luce, tutt’oggi nella mia Leica m6 non c’è mai stata la batteria per l’esposimetro. Fu un’ estate intensa e molto pesante e la notte quando finivamo il matrimonio, dicevo al fotografo di lasciarmi vicino la stazione centrale di Catania, in quanto avevo una casa affittata in quella zona, non potevo dirgli che aspettavo la “littorina” che arrivava nelle mattinate per trasportarmi da Catania a Caltagirone. Da lì a breve, un giorno il fotografo mi affidò il servizio fotografico allo sposo , io ero strafelice, ma non avevo ancora la patente e mi portai un amico un pò più grande di me che mi faceva d’autista , e tutto il mio guadagno lo davo a lui, aggiungendoci qualcosa, ma ero felice! Al mio primo ” stipendio” chiesi al fotografo, anziché dei soldi, una macchina fotografica che era messa lì a prendere polvere non so da quanti anni una mamyia c330, lui non vide l’ora di disfarsene, io al contrario, ero felicissimo di averla. Lasciai anche l’università per la passione della fotografia e quando diedi la notizia a mia madre sembrava che le stessi dicendo che andavo a fare il rapinatore. Nel 2000 giovanissimo vinsi il premio Canon giovani fotografi, con un lavoro fatto sulle case di riposo di Caltagirone, a Milano paragonavano immeritatamente il mio lavoro a quello di Giacomelli. A Milano conobbi molti grandi nomi della fotografia, le grandi agenzie di fotogiornalismo , la Contrasto, Grazia Neri. Furono anni meravigliosi, arrivarono molti successi e la passione per la fotografia non mi abbandonò più, rimase sempre la stessa di quel ragazzino di bottega che in camera oscura agitava le bacinelle.
-Come sarebbe stata la tua vita senza la macchina fotografica e che cosa rappresenta questo oggetto per te ? Senza la macchina fotografica avrei fatto l’insegnante, o chissà l’archeologo, che mi attraeva molto. Questo oggetto per me è stato come la mia penna, il racconto di me stesso, dei miei sogni, attraverso essa, do la parola a chi troppo spesso la parola è stata tolta. Fotografo per raccontare, a volte per scuotere la coscienza dell’uomo.

-Come si riesce a cogliere l’intensità di un attimo con una foto? La fotografia si occupa di istanti di vita, li registra, li racconta, un fotografo deve essere un narratore, un anticipatore, Giuseppe Tornatore dice che dal momento che hai fotografato quel soggetto fa parte di te, cosa che condivido .
-Puoi commentare una frase di Ferdinando Scianna: “Il fotografo è uno che ammazza i vivi e resuscita i morti”… Ferdinando è sicuramente il fotografo più conosciuto e più importante in Italia insieme ad altri pochi. E’ stato il primo fotografo Italiano a far parte dal 1982 dell’agenzia fotografica internazionale Magnum Photos, introdotto da Cartier Bresson. E’ una delle persone più vicino a me a cui sono molto legato. Per me è come un papà, mi ha dato l’onore di scrivere diverse presentazioni in alcuni miei libri. Tutte le volte che arrivo a Milano è la persona che per prima vado a trovare, ci sentiamo spesso, a lui chiedo dei consigli. Mi fa piacere questa domanda che mi hai posto, visto il legame che ho con lui. Quella frase è fantastica, fa parte della sua vita, della sua ironia, lui la racconta spesso, quando gli comunicò al padre che voleva diventare fotografo, il padre gli rispose, ma che mestiere è uno che ammazza i vivi e resuscita i morti. Allora il fotografo del suo paese si chiamava Coglitore e quando faceva la fotografia al defunto per darla ai parenti la ritoccava a mano. Era talmente bravo, che quando la faceva vedere, tutti esprimevano bih sembra vivo! Da qui nasce questa frase che il fotografo è uno che ammazza i vivi per risuscitare i morti.

-Come vive un fotografo a Caltagirone? Vivere in Sicilia è avere una rapporto di amore odio, con una terra di partenze, di andate e ritorno, spesso ti trovi a maledire il luogo in cui sei nato, ma quando sei fuori non vedi l’ora di ritornarci. All’inizio ci vivevo male volevo rimanere a Milano, ma poi con gli anni ho capito che per fare delle buone fotografie le puoi fare anche nel luogo in cui vivi, raccontando di te, dei tuoi amici, dei tuoi amori, di alcune tematiche. A tal proposito, basti pensare che Mario Giacomelli che non si è mai spostato da Senigallia ed io ho avuto la conferma con “De Senectute “ con il lavoro sulle case di riposo di Caltagirone che mi ha portato tanto successo. Tutto è partito da lì! Ho la fortuna spesso di partire e sicuramente, uscire aiuta a crescere a confrontarti con altre culture, con altri fotografi. Quindi ad oggi, ci vivo bene, certo non sono più i 20/ 30 anni fa di una volta, oggi le barriere si sono abbattute, viaggiare è alla portata di tutti, reperire dei libri è molto facile, osservare autori, agenzie, su internet è tutto molto più semplice!
-Chi sono i tuoi fotografi di riferimento? Fotografi di riferimento ne ho tantissimi. La fotografia è cultura e confronto ed è fondamentale studiare, confrontarsi con gli autori, vedere mostre, leggere ascoltare tanta buona musica. Ferdinando Scianna è il mio punto di riferimento vista la forte amicizia, ma autori come Koudelka, Letizia Battaglia, Paul Strand, Lisette Model,Gilles Caron, Enzo Sellerio, Weegee, Rodchenko,Willy Ronis, Patrick Zachmann, Robert Doisneau, Atget, Boubat,Richard Avedon, Thomas Roma, Cartier Bresson, Lartigue,Erich Salomon, Sander, Erwin Blumenfeld, Martine Franck, Mario Giacometti, Giuseppe Tornatore, Horst P. Horst, Timothy O’Sullivan, James Nachtwey e tanti altri. A volte penso che molti di loro rispetto alla tecnologia di oggi in confronto a noi, avevano fondi di bottiglia e io divento piccolo piccolo, grazie a molti di loro sono quello che sono diventato oggi.

– Perché nelle librerie si trovano sempre meno libri di fotografia? Su questo non sono molto d’accordo, c’è un propagarsi di persone che scattano fotografia, oggi un pò tutti sono diventati fotografi e i social hanno contribuito molto a diffondere questo fenomeno. Di conseguenza con il digitale è anche molto più semplice fare un libro e stamparselo da soli anche in poche copie, ma fare un libro con un editore è tutt’altra cosa in quanto l’editore deve scommettere su un professionista. Di conseguenza credo, che oggi si trovino molti più libri sul mercato, ma di scarsa qualità , tranne per fortuna quelli fatti con buone case editrici.
-E’ vero che i giornali italiani fanno un cattivo uso della fotografia? In alcuni stati il fotografo e la fotografia sono più tutelati. Purtroppo, alcuni giornali a volte danno poca importanza alla fotografia, un immagine a volte racconta più di mille parole e sempre più spesso molti si appropriano delle foto, senza chiedere l’autorizzazione e addirittura a volte senza neanche mettere i crediti fotografici. La fotografia non va regalata, e i giornali si dovrebbero affidare a grandi professionisti .
– Cosa pensi di Henri Cartier Bresson? Beh stiamo parlando di un grandissimo del fotogiornalismo, tanto da essere definito l’occhio del secolo. Un fotografo di una forza e di un eleganza fuori dal comune Poi io lo amo particolarmente anche perché è stato il maestro di Scianna e a sua volta Ferdinando per me è il punto più importante di riferimento.
– Hai girato il mondo ed hai scattato in diverse situazioni, negli attentati a Tunisi, nelle favelas in Brasile, cosa hai provato in questi luoghi di povertà e di solitudine ?
Molti pensano che vai a dare qualcosa a queste persone, io penso che invece in questi luoghi ricevi tantissimo dai loro sorrisi, dalle loro situazioni al limite della sopravvivenza, dalle loro lacrime. Molto spesso noi europei ricchi non ci rendiamo conto della fortuna che abbiamo. Ho provato molto sgomento e mi sono reso conto che a volte l’uomo è un essere terribile, storie di abusi e di violenze su altri umani, un uomo che abusa di un suo stesso simile o su un bimbo, si parla di violenza sessuale su bimbi che vanno dai 4 ai 10 anni il 70 / 80 % del turismo sessuale che è Europeo Un giorno una mamma a Prirambù in una delle favelas più pericolose del Brasile ho chiesto perché piangesse, e lei mi ha risposto così:” Perché sento le lacrime di mio figlio che tengo in grembo perché ha fame e non ho nulla da dare nè a lui e nè agli altri due figli che ho a casa, mi prostituirei per salvarli, ma per loro io sono già vecchia, ho 24 anni”. Il cuore mi diventò piccolo piccolo, quella sera non cenai e mi sentii impotente. A me interessa la gente e mi conoslo nel pensare che con le mie foto magari posso scuotere la coscienza dell’uomo, la coscienza dei potenti, fotografo per raccontare, per non dimenticare, per dare voce a chi troppo spesso la parola gli è stata tolta, sicuramente non cambierò il mondo, ma spero di dare un contributo. Il giorno che non crederò più in questo non fotograferò più. -C’è una foto alla quale sei più legato e perchè? Sono molto legato un pò a tutte alle mie foto, sono come dei figli e dietro a ogni foto c’è una storia, un ricordo, una sensazione e quando fotografi un estraneo, sai che entra a far parte del tuo album di famiglia del tuo archivio e diventa quasi un parente. Forse quelle che scattai quando avevo circa 20 anni nella casa di riposo di Caltagirone e vinsi il premio Canon e quelle dell’ultimo libro “ Compagni di viaggio “fotografi siciliani sparsi nel mondo edito da PostCart perché parla molto dei fotografi con cui ho lavorato, con cui ho avuto un’amicizia e attraverso loro racconto anche molto di me. -Quali sono i tuoi progetti per il futuro? Ho appena completato la bozza del libro nuovo, credo che uscirà entro l’anno, poi dovrei a tornare in Brasile e in America per un workshop che è stato spostato per la pandemia. Infine ritornerò in Sicilia per un paio di mesi .
Nota.
Le foto di Ferdinando Scianna sono dei ritratti presenti nel libro di Roberto Strano dal titolo “Compagni di viaggio”.






