Ritratti: scrittrici del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Emanuela E. Abbadessa

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Ho sentito parlare molto di Emanuela E. Abbadessa una bravissima scrittrice e giornalista da Salvatore Ferlita e da Fabrizio Lentini. Ho letto alcuni articoli su Repubblica. Qualcuno l’ho pure incorniciato. Mi affascina molto la sua maniera di raccontare le storie del mondo e la musica che traspare dalla sua scrittura. Quella musica che ha appreso da bambina da nonna Carola quando ancora non conosceva l’alfabeto. Le sono grato per l’articolo che ha scritto sui Fratelli Li Causi, un libro curato da me e da Antonio Zarcone e per la parte musicale da Tom Sinatra. Dopo aver letto questo pezzo ho pensato che devo incontrala, sentire la sua voce, conoscere la sua lunga storia artistica e culturale. In fondo, come un giorno mi disse Dario Fo alla Palazzina Liberty di Milano, prima o poi gli artisti si incontrano e fanno un pezzo di strada insieme”…

– Quando nasce la tua passione per la scrittura e per la musica?

Non vorrei sembrasse la solita banalità ma credo di averle avute da sempre. Andai alla mia prima lezione di musica da una vecchia e meravigliosa insegnante che chiamavo Nonna Carola proprio in forza della sua età, quando ancora non avevo imparato a leggere e scrivere. Ricordo che il solfeggio mi annoiava molto ma adoravo ascoltare i racconti suoi e del marito che era stato spalla al Teatro Massimo di Catania. Quanto alla scrittura, ho sempre avuto una grande facilità a scrivere ma non per questo avrei mai pensato di farne il mio mestiere. Da bambina volevo fare la lavandaia, così mamma non mi avrebbe più detto di “non mettere le mani nell’acqua” e, per di più, sarei stata pagata per mettercele. Una carriera stroncata dall’avvento della lavatrice.

– Pasolini e Bach: un’ipotesi di lettura evangelica. Come si può leggere questo particolare accostamento?

L’ispirazione evangelica di Pasolini emerge da moltissime sue pagine. Il lavoro a cui ti riferisci nacque da una commissione per un volume sulle fedi e, amando molto Pasolini, pensai fosse una buona occasione per andare a fondo della sua lettura del sottoproletariato urbano e trovare qualche spiegazione al fatto che spesso le sue rappresentazioni del dolore e della povertà erano associate alla musica di Bach.

-Wagner e la modernità nell’opera italiana a partire dalla rivoluzione di Francesca Da Rimini di Riccardo Zandonai…

Mi laureai con una tesi su Riccardo Zandonai e, studiandolo, mi colpì molto il fatto che nonostante la sua opera rappresenti la propaggine estrema dell’opera italiana prima che tutto cambi, la sua grandezza non sia riconosciuta e le sue opere siano pochissimo rappresentate. La sua modernità sta, a mio parere, anche nel suo ripartire dalla maniera wagneriana del Leitmotiv, ripensato però in dimensione “ambientale” e timbrica, ovvero in un modo molto diverso rispetto all’uso pucciniano.

– Qual è il rapporto tra musica e comunicazione nella società contemporanea?

Quello di amanti che non si conoscono: la musica permea ogni momento della nostra vita, eppure la maggior parte delle persone sembra non rendersene conto. Solo per citare un esempio: in pochi guardano la scena di un film e sono in grado di leggerla anche attraverso il linguaggio sonoro sovrapposto, eppure le colonne sonore, per esempio, cambiano la nostra percezione dell’immagine e “raccontano” qualcosa che l’immagine da sola non dice.

– E il rapporto fra musica e letteratura ?

Strettissimo sempre. La parola in sé è musica.

– Tu e i non vedenti. Che ricordo hai dell’esperienza presso l’Istituto dei ciechi Ardizzone Gioieni di Catania?

Uno splendido ricordo! Fummo chiamati – mio marito ed io – per avviare alcuni corsi di musica nell’istituto e, giustamente, mio marito propose di fare prima delle lezioni che presentassero ai ragazzi i vari strumenti, in modo da attivare soltanto le classi di strumento che avrebbero avuto un gradimento e un conseguente numero di iscritti. Insomma, volevamo evitare di aprire una classe di pianoforte e basta che sembrava la scelta più ovvia. Ecco, durante quel ciclo propedeutico, vedere i ragazzi ascoltate con tutto il corpo, “vedere” toccando, fu un’esperienza molto forte per me.

– Qual è la musica del Mediterraneo?

Quella di tutte le culture afferenti al bacino del Mediterraneo. In questo momento drammatico in cui dal Sud del mondo arrivano molti profughi e migranti, forse, invece di parlare solo dei cosiddetti problemi di accoglienza, potremmo vedere nella presenza di queste persone un’occasione preziosa per allargare le nostre possibilità di conoscenza dell’altro. Anche attraverso la musica.

– In cosa consiste la musica in pillole con il teatro dell’Opera giocosa di Savona?

Si tratta di un progetto a cui tengo moltissimo e che posso portare avanti grazie alla bravura del mio Presidente che è anche direttore artistico del Teatro dell’Opera Giocosa, Giovanni Di Stefano. È un progetto di “educazione musicale permanente” declinato in diverse manifestazioni che vanno dalla presentazione degli spettacoli musicali del cartellone dell’Opera Giocosa alle conferenze sui grandi temi della musica.

-L’attualità di Vincenzo Bellini, cosa non conosciamo di questo grande compositore che ha portato Parigi a Catania. Cosa rimane del mito di Bellini?

Conosciamo pochissimo! Dei cinque grandi operisti italiani è il meno noto, di lui nel mondo vengono rappresentate (poco) sempre le solite due o tre opere e il Festival Belliniano di Catania è la prova dell’incapacità di costruire intorno a un grande musicista qualcosa che stia al passo con quanto è stato fatto con gli altri grandi operisti italiani.

– Perché è così importante attenzionare la canzone italiana nel ventennio fascista?

Perché la musica è un medium potentissimo per la catechizzazione delle masse e comprendere i meccanismi di comunicazione messi in atto durante il Ventennio attraverso la musica potrebbe essere di grande aiuto per capire la comunicazione contemporanea. Anche non musicale.

– I tuoi studi sono rivolti non solo ai grandi musicisti ma anche agli scrittori siciliani come Gesaualdo Bufalino, Giovanni Verga, alla musica negli anni perduti di Vitaliano Brancati autore di un capolavoro come “Il sogno di un valzer”…

Studiare le “interferenze” tra musica e letteratura mi è sempre piaciuto. I romanzi che leggiamo sono spesso pieni di musica ma non ci facciamo caso esattamente come non facciamo caso a tutta la musica che ci circonda quotidianamente.

– Quanta musica c’è nelle pagine degli scrittori siciliani?

Moltissima. La musica di Bellini è quasi una presenza costante in Brancati e Bufalino era appassionato di jazz e ha riempito i suoi romanzi di musica.

-La musica egiziana non l’ho mai ascoltata, ma ha un grande fascino…

Uno dei grandi serbatoi musicali del Mediterraneo.

– Hai scritto alcuni libri con grandi case editrici che sono stati premiati: Capo Scirocco, E’ da lì che viene la luce, Fiammetta, Le scarpe col tacco. Da dove trai ispirazione per la scrittura dei tuoi libri?

Le scarpe col tacco è solo un racconto contenuto in una raccolta edita da Pangea e che è in vendita in ebook. I proventi delle vendite vanno a Pangea per le azioni di sostegno a favore di donne e bambini afghani dopo i terribili recenti fatti. Quanto ai miei romanzi, la mia ispirazione, se così si può dire, è fotografica: a venirmi in mente di solito è un’immagine e poi costruisco un prima e un dopo l’istantanea che mi si presenta nella mente. Ovviamente attingo alla storia, alla realtà, a ciò che conosco per confezionare la trama.

– Hanno scritto che il tuo stile richiama il romanzo dell’Ottocento. Sei d’accordo?

Penso di sì, anche perché i miei tre romanzi sono tutti collocati nel passato (non solo nell’Ottocento). Qualcuno ha parlato di neovittorianesimo, immagino per la mia maniacale attenzione per i dettagli.

– Cosa pensi delle Avventure di Pinocchio?

Lo adoro. Fu il primo libro che lessi e il solo che mi abbia seguito, di città in città, in ogni mio trasloco. Proprio quello che avevo da bambina: un grande volume rilegato in pelle che papà cominciò a comprare a dispense prima ancora che io nascessi, quando mamma mi aspettava.

– Come ti trovi nelle redazioni dei giornali con i quali collabori?

Molto bene. Ho degli ottimi capi che assecondano le mie proposte e che sono anche buone guide.

– Qual è la città che ami di più dopo Catania?

Non so. Sto molto bene a Savona, mi piace molto Milano, trovo che Bologna sia magnifica… ma non è che abbia un folle amore per qualche città. Sto bene con me stessa e quindi finisco col vivere decentemente ovunque vado. Ovviamente ci sono città che non mi somigliano affatto e in quelle non mi sogno nemmeno di trasferirmi.

– Che cosa non hanno capito gli uomini delle donne?

Dovremmo chiederlo a loro. Posso dirti cosa non ho capito io.

– Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Cercare di essere serena.

Biografia

Emanuela E. Abbadessa

(Catania, 1964) ha insegnato Storia della musica e Comunicazione musicale all’Università di

Catania e ha all’attivo una vasta produzione musicologica. Si occupa dei progetti didattici del Teatro dell’Opera Giocosa.

È collaboratrice dei quotidiani “La Repubblica” e “Il Secolo XIX” e del periodico “Notabilis”.

Il suo primo romanzo, Capo Scirocco (Rizzoli, 2013), ha vinto il Premio Rapallo-Carige e il Brignetti, è stato finalista ad Alassio Centolibri e al Premio Rieti. Fiammetta (Rizzoli, 2016) si è qualificato secondo al Premio Dessì e al Subiaco Città del Libro, ha vinto il premio Fieramente Il Libro. È da lì che viene la luce (Piemme, 2019) è stato candidato al Premio Strega. Ha ricevuto il Premio Cultura Etnabook.

Le fotografie di Emanuela E. Abbadessa sono di Silvia Buccino, Francesco Vieri e Domenico Lutrelli.