Ritratti: scrittori del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Gian Karim De Caro

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A Roma alla Fiera del libro “Più libri più liberi” nello stand E31 dell’Editore Ottavio Navarra ho incontrato per la prima volta Gian Karim De Caro intento a promuovere i suoi libri con le signore. Abbiamo avuto modo di scambiare qualche battuta. Osservandolo e ascoltandolo ho pensato di intervistarlo. In fondo – mi sono detto – scriviamo per la stessa Casa Editrice. Con Navarra ho pubblicato “Raccontare Sciascia” insieme ad Angelo Campanella, mentre Gian Karim ha pubblicato tre libri: Malavita, Fiori mai nati e U Chianchieri. Ma avviciniamoci a Gian Karim per conoscerlo più da vicino. Gian Karim De Caro è nato con la camicia, è un uomo fortunato. E’ bastato un commento di Luciana Litizzetto sul suo primo libro per farlo conoscere al grande pubblico…

-Come si diventa scrittori?

Io lo sono diventato per caso. Ho fatto leggere quello che sarebbe diventato un mio romanzo a una cliente annoiata, che ho poi scoperto essere un editor molto importante, è sono diventato uno scrittore.

-Quando hai scoperto il mestiere di scrivere?

Avevo 46 anni il giorno in cui ho capito che quello che scrivo avrebbe incontrato il favore di qualcuno che era interessato a leggermi.

-Come eri da bambino e qual è stato il primo libro che hai letto?

Ero un bambino come tanti altri, forse un pò troppo curioso e ho sempre amato i racconti, le storie. Per dovere avevo letto dei libri sui Santi e sulle loro vite. Tutto cambiò il giorno della mia comunione, ricevetti due libri: I tre moschettieri e le avventure di Marco Polo. Li divorai e ne cercai altri.

-Hai scritto Malavita, Fiori mai nati e U Chianchieri, cosa hanno in comune questi tre libri?

Parlano degli ultimi, dei nostri paria, di quelli che ci fanno sentire in colpa.

Penso che sia questo quello che piace del mio scrivere, il guardare un mondo che non conosciamo e sul quale ci limitiamo a dare un giudizio prevenuto. Io quel mondo non lo guardo dall’alto verso il basso, ne ho fatto parte, i miei personaggi non sono descritti con pena ma alla pari.

-Puoi parlarmi dei tuoi ricordi dell’Asia?

Dodici anni in Asia non si possono racchiudere in pochi ricordi. La cosa che hanno fatto è stato di cambiare le mie consapevolezze e rendermi conto che esistono altri mondi diversi da noi ma con gli stessi valori.

Intendo che le dinamiche degli affetti e della quotidianità sono uguali per tutti.

-In una intervista hai dichiarato che a te piace ascoltare gli anziani e i vecchi. Perché?

Gli anziani sono la memoria, lo scrigno in cui è contenuto il passato e l’esperienza. Oggi purtroppo vengono visti come un peso, non per nulla il numero delle case di riposo è in aumento. Mia madre ne aveva una, io ci sono cresciuto ed è stato in quel contesto che forse sono nati i miei libri.

-Un libro può cambiare la nostra vita?

Utilizzerei il termine “indirizzarla”. Penso anche che se quando finisci di leggere un libro sei uguale a prima qualcosa non è scattato tra il libro e te, un libro dovrebbe far riflettere. Oggi che la gente legge sempre meno esiste solo il pensiero televisivo che non porta riflessioni.

-Come ti sei documentato per scrivere “Chianchieri?”

Ho rispolverato i racconti di mio nonno nato nel 1898 che mi raccontava la vita avventurosa di suo padre e del nonno. Poi ho studiato quel periodo e ho dato una mia lettura che secondo me è più realistica.

L’Italia unita, secondo me, non è nata con l’avvento di Garibaldi ma con i gol di Paolo Rossi nel mondiale di calcio dell’82.

-Quali consigli ti senti di dare ad un giovane che da grande vuole fare lo scrittore?

Di scrivere di quello che ha realmente dentro, di scrivere anche delle proprie bassezze, dei propri peccati e dei propri istinti. Scavare dentro di se e non vergognarsi di quello che si scrive. La scrittura è donarsi e il lettore se ne accorge quando uno scrittore non è reale e scrive solo cercando di piacere agli altri. Secondo me bisogna scrivere innanzi tutto per se stessi

-Mi racconti cosa ha scritto Luciana Litizzetto a proposito del tuo libro Malavita?

“Un romanzo d’esordio che mi è finito tra le mani per caso ed è stata un bellissima scoperta. In una Palermo decadente, in un tempo che si snoda dal primo novecento alla seconda guerra mondiale, il racconto di una famiglia di pulle. Puttane. La ferocia della fame, i nobili gretti, la fatica di essere madre. Una trama che non cede mai sorretta da una scrittura antica è potentissima. Bravo!”

Poche righe che hanno cambiato il mio percorso di scrittore. Grazie a questo commento fatto tre anni fa, il romanzo ha venduto in tutta Italia, è piaciuto e ora siamo alla quarta ristampa. Tengo a sottolineare che non conoscevo la signora Littizzetto.

 

-Qual è il fascino del Borgo Vecchio? E’ un luogo più vicino al paradiso o all’inferno?

Prima i quartieri erano come dei paesi, ci si conosceva tutti. Il Borgo Vecchio è un quartiere particolare che nella rinascita palermitana fa ancora fatica a liberarsi di certe dinamiche pur trovandosi oggi al centro della città. Per me è stato paradiso quando mi recavo al mercato con mio padre tenendogli la mano e riconoscendo negli occhi delle persone uno sguardo antico che comunicava pace e buona volontà.

Inferno quando gli stessi occhi si trasformavano non accettando lo stato di vita a cui erano costretti.

– Hai letto Borgo Vecchio di Giosuè Calaciura?

Si, l’ho letto e lo consiglio vivamente. Calaciura ha ben descritto molti aspetti del quartiere. Penso che sulle storie del Borgo Vecchio ci sarebbe da scrivere tanto, i personaggi e le loro storie sono tantissimi e diversi. Io, come Calaciura, abbiamo descritto solo una piccola parte di quel quartiere.

-E’ vero che i tuoi eroi sono i poveri?

Scrivo di quello che conosco. Questa domanda mi è stata fatta diverse volte.

– Ma cosa intendiamo per povertà, la mancanza di soldi o la mancanza di valori?

I miei personaggi sono persone e hanno storie delle quali nessuno si occupa perché apparentemente sono banali. Io penso che è nella banalità della vita che si nascondono le grandi storie ed è proprio tra quelle pieghe dell’anima che trovo le fonti della mia ispirazione.

-Cosa pensi dei Malavoglia e di Mastro Don Gesualdo capolavori di Giovanni Verga, uno scrittore che non è stato valorizzato pienamente dalla critica e che meritava il Premio Nobel?

Penso che Pirandello e Sciascia abbiano descritto non solo la sicilianità ma l’anima umana. Nei Malavoglia c’è la chimera di poter cambiare, di poter migliorare per poi rimanere attaccati allo stesso scoglio, come le cozze che quando vengono staccate finiscono per fare da condimento in un piatto di pasta. O in Mastro don Gesualdo, che se i ricordi non mi tradiscono, era un muratore arricchito che si porterà sempre addosso la puzza delle proprie origini.

Penso che se avesse vinto il Nobel non avrebbe rubato niente a nessuno.

 

-E’ vero che rileggi spesso i tuoi libri. Per quale ragione?

Ricevo tanti commenti ogni giorno sui miei libri. Non mi aspettavo che nei miei scritti ci fossero tanti spunti di riflessione e quindi li rileggo con un nuovo occhio meravigliandomi anche io della mia scrittura. E spesso mi domando:- “Ma veramente l’ho scritto io?”

-In Italia gli scrittori superano i lettori e si stampano troppi libri l’anno. Che ne pensi?

Come in tutti i settori l’inflazione fa da padrone. Bisogna capire perché la gente scrive. Sicuramente scrivere fa bene a chi lo fa, poi bisogna capire che aspettative si hanno. Con la scrittura non si fanno soldi e non si diventa famosi, tranne che in pochissimi casi.

-Cosa salverà il mondo la bellezza o la Cultura?

La cultura aiuta a far crescere e ad aumentare la bellezza. Penso vadano di pari passo.

-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

A maggio uscirà un mio nuovo romanzo. Vorrei tornare in Asia e togliermi per sempre la mascherina e poter riabbracciare le persone.

Biografia

Giankarim De Caro nasce a Palermo il 22 aprile del 1971, nel quartiere Borgo Vecchio, dove ha vissuto fino ai quattordici anni. Dice: “Quel quartiere mi è rimasto dentro come una cicatrice. È là che ho conosciuto la diversità tra le mie origini borghesi e quel mondo che mi circondava fatto di miseria e violenza”.

Appassionato amante della sua Sicilia pubblica con “Navarra Editore” il suo primo romanzo “Malavita” (2019) oggi arrivato alla quarta ristampa e che ha avuto un eco nazionale per i temi trattati. Seguono “Fiori mai nati” (2019) e in utimo “Chianchieri” (2020).