Ritratti: artisti del nostro tempo. Maurizio Piscopo incontra Emanuela Davì

176

Incontriamo Emanuela Davì attrice, cantante, danzatrice e performer, architetto e designer. Un lungo e affascinante percorso di vita che intreccia diverse esperienze: dagli studi musicali, alla laurea e dottorato di ricerca in Architettura, alla drammatizzazione di testi letterari e al teatro-danza. E’ un’intervista molto particolare, che definirei colta e illuminante soprattutto per le nuove generazioni.
-Che cos’è lo specchio per un’attrice?
È una metafora… Non so se il suo mistero sia maggiore sulla superficie piana specchiante – così apparentemente “asettica” e oggettiva – o piuttosto in tutto quello che “dietro” questa superficie si cela…ma questo è un dilemma di pirandelliana memoria che ha molte possibili risposte!

-Che cos’è uno specchio per una donna?
Chi è l’artefice delle scogliere con cui la terra si oppone al mare? Le rocce, l’acqua o il vento?… Ecco che cos’è lo specchio per una donna: il pretesto per rappresentarsi come essere vivente che ha in sé qualcosa sia delle rocce, sia dell’acqua, sia del vento!

-In un giornale molto intrigante ho letto che le borse professionali degli uomini in carriera hanno già uno specchio e un pettine… Non ci posso credere!
Non mi stupisce!…Per svolgere alcune professioni risulta consigliabile mostrarsi agli altri sempre belli, energici e al massimo dell’efficienza, secondo determinati clichés…Il rischio che corre chi si sente “obbligato” ad apparire sempre secondo una certa immagine è di “cristallizzarsi” in un solo tipo di rappresentazione di sé, dimenticando di essere tanto altro ancora nella vita. Dall’altra parte, il rischio complementare, per coloro che si ritrovano ad “ammirare” tali rappresentazioni del ruolo sociale, consiste nell’elevarle a modelli di riferimento con cui confrontare la propria condizione, convincendosi illusoriamente che sia realmente possibile un modo di essere dove tutto è sempre “al top”, senza crisi o alterazioni di stato, senza disequilibri fra alti e bassi…Ma i due tipi di comportamento non sono legati da una semplice relazione di causa ed effetto… li credo invece “facce della stessa medaglia”: un elementare meccanismo di controllo sociale affinché sia chiaro per tutti in cosa e in chi identificare il “successo”, il “potere”, il “know-how”.

-Che cos’è il successo?
Confesso che spesso mi capita di pensare a questa parola con una certa diffidenza…
All’interno di una visione semplicistica, successo è piacere agli altri. Ma c’è qualcosa che non funziona, in questa affermazione.
Teoricamente,il termine “successo”dovrebbe alludere al buon esito di un avvenimento, di una prova, un progetto o un esperimento in cui qualcuno si è cimentato con impegno, un qualcosa che merita il plauso e il riconoscimento degli altri per la conclamata positività della sua riuscita.Ma, quale che sia, il “buon esito” va comunque riferito alla scala di valori in cui opera il giudizio. Per cui, perdona la digressione, lo sgancio della “Little Boy” su Hiroshima, il mattino del 6 agosto 1945, sicuramente ha avuto un buon esito per l’aeronautica militare statunitense.
Ho citato un esempio estremo per dire che,dal punto di vista etico, la parola “successo” può essere utilizzata in maniera ambivalente. Ecco perché la guardo con diffidenza, per questa sua ambiguità che pure mi interessa capire, soprattutto nella realtà che viviamo…
Partiamo dal fatto che, a un certo momento del secolo scorso, attraverso l’opera grafica di Andy Warhol (che ancora oggi per noi è emblema di quella che viene chiamata “Pop-art”) si è sugellata, all’interno della visione consumistica del mondo, l’idea che “successo” equivale a mera “notorietà”. E sappiamo pure che nell’attuale realtà mediatica, abbastanza distorta dalle logiche imposte dai social, può essere definito “di successo”qualsiasi immagine, video, slogan, o altro che abbia la capacità di diffondersi in maniera virale, facendo il giro del mondo in poche ore attraverso il network, anche se promuove messaggi lesivi dei diritti umani o si fa latore di comportamenti disfunzionali dal punto di vista del benessere e dell’equilibrio sociale.Il successo, in questo caso, è determinato principalmente – ma spesso anche esclusivamente -dalla notorietà, ovvero dal numero elevato di visualizzazioni o condivisioni.Stando a tutto ciò, si può dedurre che l’idea di “successo” può essere applicata indifferentemente a fatti che hanno effetti socialmente edificanti e a fatti le cui ripercussioni sono culturalmente dannose. La polivalenza dell’idea di “successo” deve farci riflettere…
Voglio quindi esser cauta nel parlare di “successo” e preferisco, come artista e come donna, averne una visione molto ridimensionata, oltre che legata a un’idea etica ed estetica. E in questo mi vien sempre in aiuto quanto afferma Marcel Proust:«quando si lavora per piacere agli altri si può non raggiungere lo scopo; ma le cose che si compiono per far piacere a noi stessi hanno sempre la probabilità di interessare qualcuno». Partendo da questa constatazione, penso che un’alternativa possibile del modo di intendere il successo potrebbe riguardare quell’interesse che nasce negli altri come effetto secondario (e non come obiettivo principale) dell’impegno profuso in un progetto edificante.

-Qual è stato il tuo momento di inizio o principio?
Il mio principio, come artista, lo rintraccio nel rito intimo e frugale col quale mio padre, fin dalla mia nascita, comunicava con me, attraverso la musica pacata della sua chitarra e del suo canto. Questa modalità di relazione era per lui irrinunciabile al punto che, per un certo periodo della mia primissima infanzia, mi sono ritrovata incoscientemente a identificare l’idea di musica, in toto, esclusivamente con la sua figura. Poi scoprii la radio, in seguito fu la volta delle audiocassette, dei dischi e dei concerti, e infine cominciai a studiare musica.Credo che grazie a quel rituale io sia cresciuta considerando sempre l’espressione della sfera emotiva come parte essenziale del comunicare con gli altri, idea che è e resta un riferimento costante ogni qual volta mi trovo a sviluppare un nuovo progetto artistico, ma anche tutte le volte che traggo giovamento dall’arte o dalle performance altrui.

-Che tipo di bambina sei stata nella scuola elementare?
Da bambina ero estremamente timida. Non parlavo quasi mai davanti a persone che non conoscevo, non amavo trovarmi al centro dell’attenzione, ma osservavo tutto con metodo e così cercavo, in un modo tutto mio, di capire il mondo. In compenso ero conosciuta, nella mia scuola, per essere la bambina che sapeva disegnare.Da introversa, la cosa non mi disturbava perché mettere in pratica la dote del disegno non comportava, dal punto di vista emotivo, di dovermi esporre agli altri. Ho avuto la fortuna di avere una maestra – vecchio stampo, era a fine carriera – dalla quale mi sono sempre sentita compresa, e che ha avuto il merito di associarmi, nel banco a due posti,a un maschio-che poi è stato mio compagno di banco per tutto il ciclo elementare -in un ambiente sociale, negli anni Ottanta, in cui ancora si avallavano eccessivi schieramenti di genere. Da bambina, ho sempre sentito come priorità assoluta l’avere solidi riferimenti negli adulti che si occupavano di me, e la maestra Lina senz’altro è stata uno di questi. Fra i libri che popolano il mio ambiente domestico, di tanto in tanto ricompare un’ingiallita raccolta illustrata di racconti di Oscar Wilde: un suo regalo di allora, con tanto di dedica a Emanuela.

-Non sempre gli attori, anche se siciliani, interpretano volentieri testi in siciliano. Per te invece sembra qualcosa di naturale…
Lo è!…Del siciliano potrei dire che è la mia “lingua matria”, anche se a rigor del vero non è esattamente una lingua, in quanto ha caratteristiche uniche in ogni contesto territoriale specifico, perfino in ogni area di prossimità urbana (mi riferisco, per esempio, ai diversi modi di parlarlo nei quartieri contigui del centro storico di Palermo), e ciascuna delle sue varianti tradizionali può essere considerata egualmente ortodossa.
Interpretare testi in siciliano – mantenendosi al di fuori del folklorismo e del caricaturale – è prima di tutto pensare in siciliano, respirare in siciliano, cantare in siciliano, muoversi in siciliano, comportarsi in siciliano. Quando lo interpreto, non faccio altro che assecondare una “mentalità” espressiva che possiedo senza meriti particolari, perché la devo ai miei nonni e alle origini della mia famiglia, radicate in un paese della provincia di Palermo, dove sono cresciuta. Ciò che poi ha destato il mio interesse artistico verso un “idioma” che possedevo senza dargli tanta importanza è stato il lavoro svolto in seno al Gruppo Polifonico del Balzo, di cui da diversi anni mi pregio di far parte.

-Come vivi lo spazio del teatro durante le tue performance?
Ho cantato, danzato, recitato in piccoli teatri. Ma, in effetti, “teatro” può essere molti luoghi perché – credo – più che con un’architettura, esso coincida con un rituale del vivere e del conoscere che parte da un’adesione (o predisposizione d’animo) collettiva, nella quale il cosiddetto “pubblico” – che preferisco chiamare “partecipanti” – ha un ruolo essenziale. Visto così, il “teatro” può manifestarsi in luoghi molto diversi fra loro e perfino inconsueti. Luoghi che ne vengono a loro volta trasfigurati, come è avvenuto al Cimitero Vecchio (o Cimitero delle maioliche)di Santo Stefano di Camastra (ME), nel settembre 2018, durante la performance “Il Quadrato” di Nicolò D’Alessandro, alla quale ho dato il mio contributo in forma di teatro-danza, curando movimenti coreografici, ideazione del costume e degli elementi di scena, “ri-disegnando” lo spazio,attraverso la danza e il movimento, in una dimensione emotiva nuova, supportata dalle atmosfere sonore dei flauti di Dario Lo Cicero. Si tratta di un esempio di site-specificperformance che dimostra come lo spazio teatrale, prima ancora di prender forma in un manufatto architettonico specifico, è innanzitutto un luogo mentale di interazione umana intelligente.

-Cosa rappresenta il teatro per te ?
Il teatro è un “baluardo” che si oppone a una “deformazione” culturale che, purtroppo, tende a ridurre sempre più le emozioni a un “lusso” alla stessa stregua di un giro in barca a vela…Parlo diuna mentalità che spesso ci impone di trascurare le emozioni, di metterle “tra parentesi” nello svolgersi della scrittura della vita quotidiana. Di relegarle a momenti appositamente dedicati, come per esempio le performance d’arte – come se la performance d’arte non sia uno dei tanti rituali attraverso cui passa, oltre che la vita, anche la conoscenza… Sembra che i ruoli sociali esigano tirannicamente da noi il sacrificio della libera circolazione delle emozioni al di fuori di certe situazioni diciamo…“controllate”.
Certo, l’esperienza pandemica probabilmente ha mitigato questa criticità nella relazione sociale, ma dobbiamo constatare che gestire le emozioni può anche procurarci delle difficoltà. È un fatto reale. Ti è mai capitato?…quando siamo da soli in strada e ci scopriamo involontariamente sorridere nel seguire i sentieri di qualche pensiero piacevole o gratificante, la tendenza è quella di censurarsi all’istante! Perché il sorriso è socialmente poco accettabile così…senza poterlo giustificare, privo di un apparente motivo che sia chiaro per tutti… Ecco: il teatro per me rappresenta un baluardo attraverso cui opporsi a tutto questo.

-A cosa serve il Teatro nella vita caotica di oggi?
Chiedersi “a cosa serve il teatro” è di per sé una domanda problematica, quasi inattendibile, visto che chiama in causa una idea di “utilità”che, stando al sentire comune, il teatro (per fortuna!) non ha: sappiamo tutti che il teatro non risponde direttamente ad alcuna delle esigenze primarie legate all’idea di sopravvivenza o sostentamento di una comunità. Da questo punto di vista, esso è qualcosa di assolutamente “superfluo”.
Ma mi interessa molto questa parola: “superfluo”. Mi interessano molto il suo significato e la sua origine.
Per quel che sappiamo, è una parola composta e proviene dal latino super-fluere ovvero “traboccare”, ma anche“scorrere al di sopra”: siamo di fronte all’immagine fantastica di un qualche flusso in movimento, che potrebbe essere visto come l’incessante scorrere di un fiume in uno spazio “superiore” o in una condizione inusuale in quanto “elevata”. Suggerisce l’idea di un movimento che avviene al di fuori dell’ordinarietà delle cose del mondo, ad un livello “altro” e “alto”.
È con questa immagine in mente che voglio ripensare al teatro e chiedermi, invece, in quanti modi esso può essere considerato, a ragione, qualcosa di essenzialmente e profondamente “superfluo”?
Il teatro, insieme a ogni altra autentica manifestazione d’arte, sono “super-fluenti” per definizione, in quanto appartengono a quella sfera delle attività umane che nascono da esigenze di natura ben diversa rispetto ai cosiddetti bisogni primari, e realizzano l’elevarsi dell’essere umano a un livello nettamente superiore alla sua natura animale, di cui pure è fatto. E nel teatro, questo “elevarsi” coinvolge in maniera importante la dimensione sociale: per questo il teatro è presente in forma vitale nelle epoche in cui la civiltà si è espressa ai più alti livelli.
Con il teatro, l’essere umano si dispone a percorrere la rischiosa via della conoscenza, in un’incessante ricerca della rappresentazione di sé e della propria complessità esistenziale. Attraverso il teatro, l’essere umano ha sempre cercato di trovare una possibilità di riconoscersi, come in uno specchio, su un livello adeguato alla profondità del suo essere. E in quello specchio, nel riflesso di sé, da sempre tenta di“immergersi” per amore della propria umanità.
Quindi, direi che il teatro, se non ci è utile in senso stretto, sicuramente ci sostiene nel conservare la nostra umanità. Che non è poco!…soprattutto in questa epoca caotica, in cui tutte le abitudini e le paure che abbiamo assimilato riducono costantemente le occasioni in cui potremmo “rifletterci” attraverso quello specchio, in cui potremmo elevarci attraverso l’amore e il rispetto per la nostra umanità.

-Che cosa vuol dire recitare?
Gigi Proietti afferma che in teatro tutto è finto, ma niente è falso! La performance attoriale (nelle varie sue forme) costruisce tutto sulla finzione ma – essendo la finzione teatrale basata su una convenzione pretestuosa solitamente condivisa da tutti coloro che partecipano al “rito” – essa mette in atto qualcosa di assolutamente autentico, ridestando canali di comunicazione che normalmente utilizziamo poco. Autentiche sono per esempio le emozioni che possono nascere durante la performance. Autentica è anche l’originale condizione di “comunione d’affetti” che, attraverso il teatro, si può generare tra decine (o centinaia) di persone che non si conoscono tra loro.

-Puoi esprimere una preferenza tra le arti che pratichi come performer (canto, drammatizzazione di testi letterari, teatro-danza…)?
Per me l’arte fa parte dei “rituali” del vivere e del conoscere, e coincide con una dimensione comunicativa fluida in grado di incidere trasversalmente sulla percezione di sé, dell’altro e del mondo. In tutte le forme in cui la pratico, la percepisco sempre come “azione performativa”…alla quale mi approccio costantemente con la medesima “predisposizione progettuale”. Ciò che ai miei occhi differenzia canto, drammatizzazione e teatro-danza sono solo i fatti tecnici.

-In che modo la bellezza aiuta una donna ad affermarsi come artista?
Quando si parla di “bellezza” in maniera astratta, la mia mente ripesca in automatico diverse immagini dell’arte scultorea greca…Non mi ritengo bella – perché ho diversi difetti – ma “mi sento” bella!…Riguardo il legame tra bellezza e affermazione di sé, penso che la forma più interessante di bellezza abbia poco a che vedere con il mero aspetto fisico, per il quale l’attenzione e l’interesse degli altri si esaurisce in poco tempo. Credo invece che la bellezza sia più una “intenzione” che una “condizione”, che nasca da una forte esigenza comunicativa interiore e che possa arrivare a emergere pienamente nella comunicazione d’arte attraverso il corpo, il viso, gli occhi, la voce. Questo vale anche per gli uomini.

-Se l’abito non fa il monaco, cosa fa?
La storica dicotomia di crociana memoria tra “forma” e “contenuto” mi ha sempre creato un certo disagio! La trovo anche culturalmente dannosa…Nel teatro, nell’esecuzione vocale di un’aria antica, nella danza – in una parola nella performance d’arte – la forma è contenuto! Le due cose semplicemente coincidono, non essendo tra loro in alcun modo scisse… Di conseguenza, l’“abito” rientra tra i numerosi strumenti espressivi (o comunicativi) di cui disponiamo per aderire con appropriatezza a quanto volontariamente ci accingiamo a fare, sia in ambito artistico che nei diversi rituali della vita. L’abito come strumento espressivo però, da solo, evidentemente non basta a “riempire” di significato l’azione, che è qualcosa di molto più complesso. Voglio dire insomma che per essere credibile, dopo averlo indossato, l’abito va portato sapientemente!

-Esistono ancora le buone maniere nella nostra società?
Credo fermamente di sì, anche se la dimensione mediatica contemporanea e i tipi di modalità comunicative incoraggiate dai social networks avallano stili relazionali sbrigativi e spesso poco rispettosi dell’altro. Ma ciascuno di noi ha una coscienza, no? E per comportarci in maniera appropriata possiamo sempre prendere spunto dai nostri stessi desideri in termini di socialità, pensando per esempio a come vorremmo essere trattati, considerati e rispettati dagli altri.

-I fiori propongono una loro lettura. Che cosa provi ogni volta che ricevi un mazzo di fiori?
I fiori recisi da sempre mi mettono tristezza. Mi fanno pensare che, solo per far piacere a me, certo non val la pena di separarli dalla loro radice! Invece, amo molto le immagini di amenità suggerite dalle piante integre, in particolar modo quelle che crescono in terra piena, insieme ad altre essenze… A dirla tutta, sono molto attratta dagli spazi dei giardini perché, quando sono ben progettati, rappresentano sempre un’appagante idea cosmica. Tornando alle piante, amo anche quelle in vaso che vivono con noi, nelle nostre case, perché introducono negli ambienti domestici i benefici riflessi dell’idea di giardino.
-Come vedi da architetto gli spazi della città che non sono a misura d’uomo?
Negli spazi urbani dove la misura umana lascia il passo ad altre “priorità”, la prima cosa che viene a mancare è una dimensione relazionale sana e costruttiva: è sempre il piano sociale che paga lo scotto in quelle aree urbane, ad esempio, dove a prevalere è la dimensione dei trasporti su ruote o quella del consumo di massa. Questo tipo di contesti esprimono chiaramente tempi e modalità comportamentali che non sono certo rivolti a favorire una socialità edificante.
Lo spazio urbano stabilisce sempre una relazione diretta con il modo in cui viene inteso lo svolgersi della vita al suo interno. Voglio dire che la conformazione dei diversi elementi che ne compongono lo spazio influenza i comportamenti che in esso vengono messi in atto, perché ci comunica significati forti che noi recepiamo, volenti o nolenti, seppure a livello inconsapevole, riversandoli immediatamente nella sfera dei comportamenti sociali. Viceversa, le attitudini e le differenti inclinazioni dell’abitare possono portare alla modifica del contesto spaziale, fino a ribaltarne radicalmente i significati. Quando siamo fortunati, tutto questo viene mediato da un progetto, ma non sempre è così ed è pure vero che non tutti i progetti hanno esiti di qualità. Perciò, molto spesso, la cosiddetta “misura umana” naufraga all’interno della congerie urbana o viene lasciata alla casualità.
Ma mentre noi discutiamo, sono in atto nuove modalità di relazione che valicano la consistenza dello spazio inteso in senso tradizionale: specialmente i giovanissimi -anche a causa dell’accelerazione data da questi primi due anni di esperienza pandemica -vivono la socialità dando per scontata l’opzione di relazionarsi attraverso vie di comunicazione virtuali, le quali sono sciolte da legami diretti con i diversi contesti non-virtuali. In questi nuovi “spazi” relazionali, le idee di velocità e spazio-tempo assumono valenze nuove delle quali, è certo, il progetto del futuro dovrà tenere conto a tutto tondo.

-Anche tu hai utilizzato molto i social network durante il lock-down, con il Teatrino dei Dispari…
È vero: per continuare a praticare la comunicazione d’arte ho utilizzato il network, uno strumento che si offre a noi con grandi potenzialità e grandi rischi.
Durante il lock-down dei mesi di marzo, aprile e maggio 2020, molti di noi, tra i fortunati che hanno continuato a godere di buona salute, si sono resi conto che ciò che più contava era continuare a comunicare, continuare a esprimere la nostra umanità, il nostro essere sociale. La rassegna di dirette fb che ho chiamato “Sere Dispari” è stato il mio modo di concretizzare questo forte desiderio.
Credo che il lock-down, per molti, sia stato anche un momento di grande creatività. Anche in seguito alla riapertura del maggio 2020, ho continuato a essere presente sui social come ospite, in numerose dirette di Nicolò D’Alessandro, trasmesse dal Museo del Disegno, e in diverse occasioni sono stata ospite in diretta radiofonica su Radio Cammarata Cefalù.
Ad ogni modo, credo che il Teatrino dei Dispari, nato all’interno di face-book, non sarebbe mai venuto alla luce al di fuori del contesto di profonda crisi in cui ci siamo trovati a vivere, mettendoci di fronte a una realtà stravolta e stravolgente, in cui niente può essere dato per scontato.Potrei dire la stessa cosa anche per la Signora Direzione, un personaggio fantastico nato nel corso delle Sere Dispari, che è spontaneamente divenuto il mio doppio, in senso teatrale.

-Qual è la città dei tuoi sogni?
Lasciami esprimere una utopia… La città dei miei sogni, o la città che vagheggio e nella quale desidererei abitare, è quella in cui si realizza pienamente, a livello della coscienza civica, una particolare condizione: la condivisa e diffusa percezione di come l’arte sia la più grande normalità della vita sociale.

-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Oggi, mentre attraversiamo la crisi globale legata alla pandemia, è complicato parlare di futuro con una visione a lunga gittata… In questo momento sto scrivendo racconti e monologhi. Sono fermamente convinta che narrare è farci dono di una diversa forma di vita, in grado di metterci in comunicazione con la parte più celata della nostra umanità. In fondo, ciò che mi interessa sperimentare – sia che venga espresso attraverso la vocalità del canto o della recitazione, o attraverso la danza, la scrittura o altro – sono sempre le potenzialità di un approccio “narrativo” (ma non “descrittivo”) alla performance d’arte,e il potere includere, in questo processo, le idee di reciprocità e partecipazione… In tal senso, i progetti sono tanti, e attendono le opportune circostanze per potere essere sviluppati. Nel frattempo, tutti noi dobbiamo cercare di essere resilienti.

 

Per le fotografie si ringraziano Anna Maria Paternò (foto 1), Doodle Studio (foto 2 e 3, coreografie di Antonio Leto

 

Biografia

Attrice, mezzosoprano, danzatrice, performer, architetto e designer. Giunge a essere un’artista poliedrica attraverso i diversi percorsi di conoscenza e linguaggi d’arte che in lei confluiscono, permettendole di percepire le emozioni come trait-d’union tra le persone e i luoghi. Per lei, l’arte deve essere “levatrice” dell’animo umano e rappresenta la più grande normalità della vita sociale, in quanto fa parte dei rituali del vivere e del conoscere.
Tra i più recenti impegni artistici che hanno impegnato Emanuela a tutto tondo:
“Stabat Mater” di Antonio Vivaldi per Alto solo RV 621 in Fa minore, Concerto commentato di musica sacra, per il Comune di Baucina, 2019.
“Passione donna”, Recital di prosa e musica vocale sul tema del femminile, per il Comune di Cefalù, 2019.