Aurora Fumo è una preside dalla parte dei bambini e dei docenti. Vive la scuola come una missione e ritiene che operare al suo interno significhi offrire possibilità uniche di crescita e formazione civica. Fa parte della Sicilia che non si arrende e che crede in un futuro migliore possibile, fondato sull’impegno della Scuola intesa quale avamposto dello Stato.
Dirigente titolare dell’Istituto Comprensivo Politeama, da più di dieci anni coordina realtà scolastiche molto complesse che hanno visto incrementare l’offerta formativa, la formazione del personale e, più in generale, l’indice di gradimento di interi territori. Aurora Fumo non si ferma davanti alle difficoltà di ogni giorno arrivando molto presto a scuola dove sosta fino al tardo pomeriggio o alla sera, per non far mancare il suo supporto agli studenti, ai collaboratori scolastici, alle famiglie e per creare alleanze educative che si traducono spesso in eventi prestigiosi ed aperti alla comunità. Negli ultimi dieci anni ha anche trovato il tempo di pubblicare, svolgere lezioni all’Università, formare aspiranti futuri dirigenti, lavorare per Invalsi, presiedere Commissioni d’esami, presiedere e coordinare l’Associazione Docenti e Dirigenti Scolastici Italiani per la regione Sicilia. Da pochi mesi è distaccata, per un periodo determinato, presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli studi di Palermo dove sta portando avanti un progetto di ricerca sulla prevenzione delle disabilità educative tramite l’intervento congiunto fra le principali agenzie educative. Devo confessare, che avrei voluto lavorare con una preside come lei, capace e determinata, ricca di sensibilità e con una forte personalità. Sono certo che il mio percorso scolastico avrebbe preso un’altra strada.

Ma adandiamo conoscere da vicino Aurora Fumo.
-In una intervista a proposito del successo scolastico a scuola ho letto una sua dichiarazione:”Il successo scolastico, naturalmente, non è del Dirigente “solista”, bensì di quel middle managment che esiste a scuola e che, ingiustamente, non ha ancora trovato adeguato riconoscimento giuridico ed economico. Può spiegarci esattamente cosa intendeva dire?
Quello che intendo sottolineare è la presenza diffusa nelle scuole di microgruppi di soggetti, con professionalità elevate ed affinate nel tempo, grazie ai quali le scuole, sempre più grandi ed articolate in numerosi plessi anche distanti fra loro, funzionano. Trovo giusto che i docenti che svolgono un lavoro maggiore, sia in termini qualitativi che quantitativi, debbano avere un riconoscimento giuridico ed economico differente. Ma, soprattutto, quello che voglio sottolineare è la necessità all’interno di una comunità educante di gruppi di lavoro che possano garantire i processi organizzativi sottesi a qualsiasi attività scolastica.

-Come ritiene possibile realizzare obiettivi in una scuola sempre pìù minacciata dalla discontinuità didattica e dalla disaffezione di quei lavoratori che non si reputano adeguatamente retribuiti e riconosciuti?
Si tratta di trasformare la “vision” del Dirigente Scolastico, scaturente dalla conoscenza del contesto e dalla lettura dei bisogni, nella “mission” dell’intero Istituto attraverso una costante attività di sensibilizzazione sugli aspetti valoriali, prima ancora che contenutistici, che devono costituire la struttura portante di una istituzione pubblica, precipuamente deputata all’istruzione ed alla formazione. Certamente un’attenzione maggiore da parte del sistema centrale potrebbe ulteriormente fare la differenza. In ogni caso il D.S. deve anche assumere il ruolo di motivatore, una sorta di coach che si occupa anche degli allenamenti e della crescita di tutte le risorse umane di cui dispone. Solo in questo modo la squadra può funzionare. Ovviamente non è semplice, né scontato: occorre tanta dedizione, convinzione, amore per i giovani.

-Lei ha organizzato spesso eventi importanti nelle scuole che ha gestito e che hanno suscitato interesse in tutta la comunità: cosa l’ha guidata in queste attività?
La domanda si presta a molteplici sollecitazioni; proverò ad essere sintetica: Ritengo che la Scuola, benchè annoverata soventemente al pari delle altre Amministrazioni Pubbliche, abbia una sua specificità derivante dal fatto che incide sul cosiddetto bene immateriale, ossia sulla formazione ed il successo formativo delle future generazioni. Tutto ciò pone il personale scolastico in una condizione di privilegio, da un lato, ed in una situazione di grande responsabilità, dall’altro. Come amo dire spesso nei Collegi dei docenti, “non si producono cioccolatini”, bensì si incide sullo sviluppo personale e sociale dei ragazzi e, dunque, occorre maneggiare con cura; con cura e competenza. La cura può attivarsi soltanto creando sinergie con le famiglie, con le agenzie del territorio e con le altre istituzioni; la competenza si può acquisire ed affinare praticando e studiando, sempre e comunque. Sono una sostenitrice convinta del life long learning in primis per il Dirigente scolastico ed, a seguire, per tutti gli attori della scuola e, più in generale, per ogni soggetto attivo in una giusta società che deve puntare al miglioramento costante.
Non si tratta cioè di imparare a dosare gli ingredienti per produrre il cioccolato di cui sopra, ma serve analizzare le situazioni, conoscere in profondità, creare relazioni funzionali, intervenire pertinentemente sulle criticità, essere flessibili ed autorevoli al contempo. In altri termini: la scuola di oggi, che accoglie i figli di una società estremamente liquida e complessa, per dirla con Zygmunt Bauman, deve fungere da “regolatore di contesto” apportando quel valore aggiunto per cui esiste come pubblica istituzione.
Ecco tutto ciò, a mio avviso, può attivarsi solo creando situazioni di incontro ed interscambio tra gli operatori scolastici ma, anche, tra tutti coloro che, a vario titolo, col mondo della scuola hanno a che fare: genitori, figure specializzate, amministratori locali, case editrici, associazioni no profit, enti di formazione,ecc….Dall’incontro emerge il confronto, da questo nascono le idee da cui scaturiscono i progetti in un clima di apprendimento cooperativo e di enpowerment diffuso.

-Mi ha colpito da compositore quello che ha detto in un’altra intervista: ”In fondo svolgo un lavoro affine a quello del direttore d’orchestra, che coordina un gruppo di esperti, rispondendo in prima persona della qualità dei suoni”. Può spiegare meglio questo concetto legato alla musica?
Esistono varie teorie sulla leadership scolastica che passano, come spesso accade quando si prova a concettualizzare, da una visione estrema all’altra; per semplificare: dal dirigente sceriffo al dirigente “laissez faire”. Personalmente mi ritrovo nella figura del direttore d’orchestra che segue costantemente i suoi alunni, i docenti, il personale ATA, che stimola il miglioramento valorizzando le competenze, incentivando la partecipazione attiva e trasformando il successo che si raggiunge nel traguardo di tutti: dei collaboratori scolastici, degli assistenti amministrativi, delle famiglie, dei partner esterni, dei docenti, dello staff di dirigenza. Ovviamente questo Direttore d’orchestra ci mette sempre la faccia e guida con consapevolezza agendo sempre in scienza e coscienza.
-I presidi sono ritenuti responsabili per la sicurezza, ma non hanno potere di spesa, non è una contraddizione?
I Dirigenti scolastici, in quanto datori di lavoro, hanno anche la responsabilità in materia di sicurezza che, di fatto, è una responsabilità a cui non corrispondono poteri adeguati anche in considerazione dei poteri specifici, nella materia di che trattasi, che riguardano gli Enti proprietari: Comuni e città metropolitane per lo più. Le contraddizioni ci sono ed afferiscono anche all’autonomia scolastica così come si è venuta a consolidare in Italia. Diciamo che è un’autonomia vincolata e che determina non poche criticità soprattutto laddove occorre intervenire pertinentemente e responsabilmente.
–Come si fa a dirigere una scuola nella quale ci sono tanti organi collegiali (Consiglio d’istituto, consiglio di classe, consiglio di interclasse, assemblea dei genitori, collegio dei docenti, assemblea sindacale, RSU, comitato dei genitori…).
Si tratta di un lavoro complicato che richiede molte energie, ma anche capacità empatiche e creatività. Bisogna partire dai compiti specifici dei singoli organi collegiali per far sì che questi siano svolti da tutte le sue componenti in modo conforme alla norma. Ma non basta. Occorre trasformare i formalismi nelle prassi operative della scuola viva, attraverso un’azione incisiva e costante, che solo la passione, la dedizione ed il senso del dovere possono sostenere nel tempo. Serve, infine, spiegare sempre le ragioni del proprio operato, sia all’interno che all’esterno, per permettere a ciascuno di interiorizzare i percorsi e di sentirsi protagonista: una parte del tutto.
A mio parere, poi, occorre condire il tutto sempre con una buona dose di ottimismo, entusiasmo e zelo.

-Cosa salverà il mondo: la bellezza, il cinema, la letteratura o la scuola?
La bellezza, il cinema, la letteratura e la scuola insieme; in fondo stiamo parlando degli stessi contenuti, variamente declinati ma tutti indirizzati all’educazione dello spirito umano, ossia al nutrimento dell’anima.
-Lei ha detto:” Abbiamo tutti l’obbligo morale di riflettere e far riflettere”. Può spiegare meglio questa affermazione?
Certamente. E’ una frase che utilizzo spesso intendendo dire che ciascuno in questo mondo ha il dovere di vivere attivamente, studiare, capire, elaborare, fare la propria parte anche supportando il prossimo e sollecitando la riflessione critica. In altri termini: va rinnegata la tentazione di una vita passiva emulando gli ignavi di dantesca memoria.
-Riavvolgendo il nastro della sua vita rifarebbe quello che ha fatto o sceglierebbe un’altra professione?
Credo di svolgere un lavoro bellissimo, molto sfidante ed appassionate. Certamente difficile, smisuratamente impegnativo e, talvolta, stressante. Sono grata alla vita ed a me stessa per avere raggiunto il difficile traguardo della dirigenza scolastica perché mi consente di operare in un settore, quello della formazione, che prediligo e mi appassiona ma, soprattutto, di incidere positivamente sul futuro di molti cittadini del mondo. Credo che la Scuola costituisca ascensore sociale, soprattutto per chi non dispone di ulteriori possibilità nel proprio percorso. Quando entro in relazione con gli studenti e con le loro famiglie per disegnare un futuro da costruire mi sento pienamente appagata e le fatiche si sciolgono come neve al sole lasciando un tepore che mi porto dentro e che si trasforma in energia vulcanica e perenne.
-Da pochi mesi lei non si reca a scuola ma all’Università: cosa sta facendo?
Sì, nel mio percorso professionale ha trovato spazio un’altra stimolante ed interessante avventura che mi vedrà, per un periodo limitato, impegnata presso UNIPA. Ho avviato, infatti, un progetto di ricerca partecipativa, che ha come teatro sempre la scuola pubblica, finalizzato alla prevenzione delle disabilità educative grazie all’intervento sinergico tra scuola, famiglia, ASP, agenzie educative. In sostanza il progetto contiene in sintesi la mia idea di politica scolastica che richiede l’intervento simultaneo di più componenti della società in continuità sincronica. L’idea di fondo è interessante ed ambiziosa e rappresenta una piattaforma di partenza per un futuro, mi auguro, più umano e semplificato per gli alunni diversamente abili, le loro famiglie e, più in generale, per una scuola davvero inclusiva.
-Cosa si propone, con questo impegno universitario?
Proverò a spiegarlo nel modo più semplice ed efficace possibile: spero di fare la mia parte nella costruzione di quell’anello di congiunzione, tra mondo della scuola e mondo della ricerca accademica, che è necessario ed urgente perché entrambi hanno un immenso bisogno l’uno dell’altro.
-Perché crede che sia importante il collegamento tra la scuola e l’Università?
L’Università è, per antonomasia, il tempio della conoscenza e della ricerca ed è proprio lì che si studia, verifica, approfondisce e confronta sino a giungere alla definizione di modelli pedagogici da applicare alla didattica; ha un punto di debolezza in Italia: lo scarso raccordo con la scuola dove i processi di insegnamento/apprendimento vengono strutturati, vissuti, adattati e riadattati, migliorati, sperimentati. La scuola, dal canto suo, rischia, in ragione dell’esperienza maturata quotidianamente, di allontanarsi dalla ricerca distaccandosi sempre più dai risultati scientifici e chiudendosi in una sorta di autoreferenzialità che risulta dannosa. Perciò occorre un atteggiamento di apertura tra le due istituzioni che porti ad un dialogo costruttivo e ad una reciproca collaborazione affinchè i risultati raggiunti nei due settori, scolastico ed universitario, possano dar vita ad un sistema integrato con grandi benefici per la qualità dell’istruzione e formazione nel nostro Paese. All’estero esistono modelli virtuosi in tal senso che sto cercando di approfondire cavalcando, al contempo, un’altra grande passione personale: lo studio dei sistemi formativi in Europa e nel mondo.
Concludo ricordando che, in ogni settore, ciò che fa la differenza è il lavoro comune, la condivisione e la cooperazione come, del resto, ci insegna Madre Natura.





