Ritratti: etnomusicologi del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Sergio Bonanzinga

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Incontrare il Professore Sergio Bonanzinga è come intraprendere un viaggio nella Treccani della musica popolare, tra gli strumenti musicali antichi e le musiche del mondo. La sua casa è un museo e nella porta d’ingresso c’è una targa che mette allegria con la scritta: “Babbi ccà nu nni vulemu”! È uno dei pochi intellettuali che ha pubblicato preziosi saggi sulla musica popolare e ricerche di spessore con grandi case discografiche internazionali.

Ci siamo conosciuti in occasione di un convegno a Bagheria sulla figura del grande poeta bagherese Ignazio Buttitta, poi l’ho incontrato insieme allo studioso Gaetano Pennino per l’avventura del libro “Musica dei saloni” giunto alla seconda edizione. Il professore è memoria storica della musica popolare e colta. Molti non sanno che fra le tante cose che ha fatto, libri, dischi, ha seguito come consulente del cinema film di grande spessore: Il Traditore di Marco Bellocchio, occupandosi della sequenza iniziale con la festa dei mafiosi per Santa Rosalia, per il lamento funebre e altre scene nel film L’abbaglio di Roberto Andò, e per la prost-produzione del suono nella serie Netflix Il Gattopardo per la regia di Tom Shankland.Tra i suoi registi e i film preferiti ricordiamo C’era una volta in America di Sergio Leone, 2001Odissea nello spazio, Arancia meccanica e Barry Lyndon di Stanley Kubrick, Il suo colore preferito è il blu oltremare, ama cucinare e viaggiare. La sua città preferita è Granada.

-Quando nasce la sua passione per il mondo popolare?

La mia passione per il modo popolare in realtà non nasce con riferimento alla Sicilia. Ho vissuto a Torino dal1961 al 1969 e iniziai a interessarmi di musica anglo-americana quando avevo circa 15 anni, qualche anno dopo il rientro della mia famiglia a Messina. Sviluppai una particolare passione perla musica “celtica” e per gli strumenti musicali dell’Europa medievale e rinascimentale negli anni tra fine liceo e università. Formai anche un gruppo a Messina, che si chiamava Marcabrun e riproponeva ballate inglesi e francesi.

-Come era prima il mondo popolare che ha conosciuto?

Ho iniziato a interessarmi di cultura popolare siciliana negli anni Ottanta, durante il percorso universitario. Ma soprattutto più intensamente subito dopo la laurea, nel marzo del 1984, iniziai a studiare sistematicamente la musica siciliana. Era un contesto profondamente diverso dall’attuale. Chi allora era sessantenne aveva vissuto pienamente la cosiddetta civiltà agropastorale, che negli anni Sessanta del secolo scorso inizia poi a regredire rapidamente, fino alla totale sparizione.

-Cosa sta succedendo con il dialetto, sta per morire?

Qui il discorso si fa molto complesso, perché non esiste un siciliano standard.Esistono invece numerose parlate, anche molto distanti fra loro. C’è stato il problema della lingua italiana connesso alla necessità di avere un idioma unificante, comprensibile a tutti, che la radio e la televisione hanno contribuito in modo determinante a uniformare.Prima, nei paesi si parlava di più in dialetto, negli anni Sessanta sono cambiate molte cose. Si sono prese le distanze dal dialetto e da tutto quello che rappresentava la cultura tradizionale, che odorava di miseria, di marginalità e di povertà. I miei amici linguisti dicono che il dialetto è la lingua delle emozioni. Perché effettivamente quando ci arrabbiamo o quando vogliamo comunicare qualcosa di intimo, spesso usiamo il registro del dialetto piuttosto che l’italiano. Il dialetto è la lingua dell’anima.

-Cosa rimane dei vecchi cantastorie come Ciccio Bussacca, Otello Profazio, Orazio Strano, Franco Trincale ed altri?Oppure dei cantastorie ciechi?

C’erano tanti cantastorie che giravano per i paesi, raccontando con i cartelloni quelle storie che erano una specie di giornalismo per analfabeti: si guardava e si ascoltava. Quella del cantastorie è figura antichissima. Arriva direttamente dall’antichità e non riguarda soltanto l’aria del Mediterraneo, ma praticamente tutto il Mondo. Canto e narrazione sono stati elementi indissolubili come forma di intrattenimento e conoscenza in ambito popolare, fino a quando le cose iniziarono a cambiare…Oggi per fare uno spettacolo in piazza sono necessarie autorizzazioni e permessi. È impensabile paragonare la situazione odierna al contesto in cui operava un cantastorie come Ciccio Busacca!Oggi chi dice di fare il cantastorie si esibisce in tempi e spazi molto diversi, entro contesti più vicini a quelli del teatro e per un pubblico medio-borghese più che popolare. I cantastorie ciechi specializzati nel repertorio sacro sono invece del tutto scomparsi, anche se i canti devozionali persistono nell’uso popolare, specialmente in occasione del Natale e della Pasqua.

-Quanti libri ha pubblicato Sergio Bonanzinga e a quale è più legato?

Ho pubblicato moltissimi saggi e svariate monografie. Forme sonore e spazio simbolico è il libro a cui sono più legato, perché è ricavato dalla mia tesi di dottorato, realizzata con la guida preziosa del mio maestro, l’insigne antropologo Antonino Buttitta. Sono molto legato anche a Canzoni di piazza e musiche di scena, dove sono raccolti i miei scritti sulla musica nei drammi di Shakespeare e sulle ballate elisabettiane. Ho anche dedicato un libro alla zampogna a chiave siciliana. Si tratta di uno strumento di origine barocca particolarmente interessante, di cui sono ormai rimasti pochissimi suonatori a Monreale.

-Lei fa parte di Associazioni internazionali, quali ?

Faccio parte del 1984 dell’International Council for Traditional Music e per un triennio ne ho anche presieduto il Comitato Italiano. Sono inoltre membro della Society for Ethnomusicology e dell’European Seminary in Ethnomusicology.

-Sui barbieri, da lei definiti “maestri di musica”, cosa non è stato ancora raccontato?

È una storia antichissima che ci riporta al Cinquecento.Una tradizione antica e prestigiosa, che è purtroppo completamente tramontata. In quel mondo delle barberie come luogo di aggregazione maschile c’era tanta storia fatta da artigiani, come sarti, falegnami, calzolai ecc., e moltissimi suonavano soprattutto strumenti a corda: violini, mandolini e chitarre.

-Lei ha una particolare maniera di suonare la chitarra?

Io amo suonare la chitarra con le dita, secondo quello stile che nel contesto anglo-americano è definito finger style. In Sicilia si distingueva il sunaturi di manu da quello di pinna, proprio per porre in evidenza la differenza fra quelli che pizzicavano le corde con le dita e quelli che invece facevano uso del plettro. Ho sempre suonato la chitarra e ho avuto la fortuna di incontrare straordinari suonatori popolari, come Bartolo Ruggero a Lipari e Nino Trapanotto a Malvagna.

-Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Penso prima o poi di pubblicare un libro antologico sulla musica siciliana, con il meglio di quanto ho potuto documentare durante quarant’anni dedicati alla ricerca, rendendo tutto il materiale fruibile tramite codice QR. È invece imminente l’uscita del volume Sicilia 1954. Il viaggio musicale di Alan Lomax e Diego Carpitella, con le bellissime registrazioni e le straordinarie immagini raccolte durante un’indagine fondamentale per la storia dell’etnomusicologia in Sicilia. Ne abbiamo già ricavato una Mostra, che si è svolta a Palermo all’interno del Complesso Monumentale dello Steri nel luglio del 1954 e che riproporremo a New York nel prossimo maggio, grazie all’impegno dell’Istituto Italiano di Cultura

Biografia

SERGIO BONANZINGA (Messina 1958),

PhD in discipline demoetnoantropologiche, è professore ordinario di Etnomusicologia nel Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Palermo, dove coordina il corso interclasse in Discipline delle arti, della musica e dello spettacolo (DAMS L-3) e in Musicologia e scienze delle spettacolo (MUSP LM-45 R / LM-65 R). Si è occupato dei valori funzionali e simbolici che caratterizzano le pratiche espressive di tradizione orale (musica, danza, narrazione, teatro) in contesti sia storici (Inghilterra, Sicilia) sia contemporanei (Sicilia, Tunisia, Grecia). Ha scritto libri e saggi su questi e altri temi, quali a esempio lo sviluppo degli interessi verso le musiche di tradizione orale, le relazioni fra suoni, natura e cultura, lo studio del valore socio simbolico e antropologico di immagini che rinviano alla dimensione sonora e ai comportamenti musicali. Ha inoltre curato diverse antologie discografiche e filmati relativi a forme e comportamenti del folklore musicale siciliano. Ha fondato e dirige la collana “Suoni&Culture” (Edizioni Museo Pasqualino, Palermo). Insieme ai colleghi Giorgio Adamo (già Università di Roma Tor Vergata) e Nico Staiti (Università di Bologna), ha fondato e dirige il periodico Etnografie Sonore / Sound Ethnographies (Anvur classe A). È socio fondatore e segretario del Centro Studi Alan Lomax di Palermo.