Ritratti: fotografi del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Giuseppe Cacocciola (Peppys).

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I libri di fotografia confermano un mio convincimento, che all’interno, conservino spesso delle sorprese, delle perle di scrittura, come quelle di Gesualdo Bufalino dal titolo:”Il tempo in posa” pubblicato da Sellerio. Giuseppe Cacocciola non è solo un fotografo, ma un artista del nostro tempo da scoprire e da far conoscere. Egli sostiene che le fotografie bisogna saperle leggere. “Non c’è fotografia che non sia attraversata da una tensione letteraria e che non rimandi alla grande tradizione degli scrittori siciliani. E non importa che gli scatti siano stati presi ai quattro angoli del mondo, perché il modo di fotografare di un siciliano, così come la scrittura di un autore siciliano sono connotazioni imprescindibili, caratterizzanti”. E’ un fotografo conosciuto ed amato dai siciliani. A tale proposito riporto il pensiero di Cinzia Barreca la modella che ha posato per lui più volte, che mi ha spesso parlato della sua fotografia intesa come poesia dell’anima.

“Ho avuto il piacere di farmi fotografare da Giuseppe Cacocciola ed è stata un’esperienza profondamente ispirante, un vero onore. Non solo per la qualità del suo lavoro, ma per la persona che è: un artista e un amico. Il suo approccio alla fotografia va ben oltre la tecnica: è un modo di osservare il mondo, di coglierne l’anima, soprattutto quando si tratta di scene urbane colte al volo nella loro spontaneità. Le sue fotografie in bianco e nero sono molto più che semplici immagini: sono veri e propri racconti visivi, capaci di trasmettere emozioni autentiche con una forza sorprendente. Evocano ricordi, parlano di tempo, silenzi. Giuseppe ha un’incredibile capacità di riconoscere le situazioni che “vengono a succedere” per strada – attimi fugaci che sfuggirebbero a molti, ma che lui riesce a trasformare in immagini vive, potenti, che arricchiscono il racconto urbano. Il suo occhio è allenato a cogliere la bellezza del reale, anche nel caos e nella dissonanza. Sa mettere a proprio agio chi ha davanti all’obiettivo, riuscendo a catturare la verità di un’espressione, la profondità di uno sguardo, la poesia di un gesto. Ma oltre a essere un fotografo straordinario. E’ un vero artista che stimo tantissimo.

Collaborare con lui è sempre un privilegio e un piacere: mette passione in ogni cosa che fa, sa ascoltare, osservare e valorizzare ogni dettaglio. Sa mettere a proprio agio con naturalezza, creando un’atmosfera di fiducia e serenità. E quando poso per lui, anche io imparo molto, sia sulla fotografia che sulla posa. Lui e sua moglie, Alessandra Formica — per la quale ho avuto il piacere di posare — sono persone speciali che stimo molto. Grazie Giuseppe, per le foto… e per la nostra bella amicizia”.

Ma andiamo a conoscere Giuseppe Cacocciola in questa illuminate intervista ponendogli delle domande sull’antica arte del fotografo.

-Come e quando nasce la tua passione per la fotografia?

Ho iniziato ad avvicinarmi alla fotografia nel periodo in cui frequentavo la scuola superiore. Avevo una semplice Minolta compatta a telemetro e mi divertivo a fotografare le feste tra amici e le partite di calcio dell’Istituto. Ho subito amato la fotografia e nel corso degli anni successivi ho studiato da autodidatta e cercato nuove tecniche (paesaggi, macro, ritratti…) fino a quando, grazie al prof. Gangemi di Urbanistica, iniziai un percorso fotografico specializzato alla fotografia architettonica con restituzioni fotografiche e fotografia applicata ai rilievi.

-Sei un architetto, un fotografo, uno scultore e cos’altro ancora?

Mi sono laureato in Architettura negli anni novanta, gli studi conseguiti, oltre agli elaborati grafici, richiedevano anche la realizzazione di plastici architettonici tra cui edifici abitativi o porzioni di tessuti urbani; questo approccio alla modellazione dei materiali gessosi mi ha molto affascinato, ma la vera svolta avvenne quando mi proposi per un restauro di una statua di San Calogero (tantissimi cocci di statua raccolti in maniera difforme dentro un contenitore), da lì, iniziò un incessante percorso artistico scultoreo. Realizzai un’opera monumentale in bronzo dedicato alle Vittime della Strada commissionato dalla omonima Associazione, oggi visibile a Porta di Ponte ad Agrigento.

-Come sarebbe stata la tua vita senza la macchina fotografica, cosa rappresenta questo oggetto per te ?

– Sono morbosamente attaccato alle mie fotocamere, oltre ad usarle, le coccolo, le tengo strette tra le mani, le controllo e le pulisco e poi delicatamente le ripongo nel loro comodo scomparto. Tanta è l’attenzione e la gelosia che è assolutamente vietato prestarle anche per un breve istante. La mia vita senza la mia fotocamera sarebbe stata in profonda crisi creativa, come se non avessi niente da fotografare…

-Come si riesce a cogliere l’intensità di un attimo con una foto ?

– Il bello della fotografia è che riesce a fermare l’attimo e a catturarlo, rendendolo eterno, come agognava Faust. Il brutto della fotografia è che nessun attimo è uguale ad un altro. Bisogna saper cogliere quello giusto, ed è cosa difficile, molto difficile. Nessun manuale di fotografia insegna il modo migliore per farlo. Occorrono occhio, senso del tempo, forse cuore. Raccontare un evento con una sola fotografia è l’obiettivo che ogni fotografo si prefigge. Un solo scatto, dove tantissime informazioni ben distribuite diventano gli elementi principali atti a rendere e raccontare un avvenimento, dove la staticità della foto diventa azione dinamica della narrazione.

– Puoi commentare una celebre frase di Ferdinando Scianna: “Il fotografo è uno che ammazza i vivi e resuscita i morti”…

Avevo letto in una biografia di Scianna questa citazione e mi piace tantissimo riportarla: Nel suo paesino, c’era sempre stato un solo fotografo. Sostanzialmente faceva foto per le lapidi e poco altro. Quando i figli ed i nipoti chiedevano al papà o al nonno anziano di farsi una foto, il malcapitato capiva benissimo dove volevano andare a parare…e quindi spesso si rifiutavano con non celata reticenza! Di fatto, arrivando alla morte senza una foto adatta alla lapide stessa. Il talento del fotografo, era quello di far sembrare vivi i morti (ridipingendo a mano gli occhi con notevole maestria). Tuttavia la sua estrema specializzazione, nel corso degli anni, pian piano che la fotografia prendeva piede e diventava più frequente fotografare i viventi per altre occasioni, fece si che la sua fotografia risultasse un pò…lugubre. I vivi parevano cadaverici ed i morti parevano vivi, appunto…A parte la storiella del piccolo Ferdinando, il concetto è molto più profondo. In sintesi, per lui, la fotografia era l’atto di catturare e preservare la realtà!La fotografia usata per cogliere frammenti del reale. Secondo Ferdinando Scianna, la fotografia è per natura fedele alla realtà e di fonte attendibile. Alla fotografia non bisogna attribuire un significato metaforico, semmai metafisico. Catturare momenti unici e carichi di significato, questo è lo scopo! Offrire una prospettiva visiva che vada oltre alla semplice narrazione documentale. La foto, uno strumento per preservare la memoria ed esprimere attraverso la propria creatività la narrazione di queste celebrazioni.

-Come vive un fotografo ad Agrigento, nell’anno di Agrigento capitale della cultura?

Agrigento, con il suo ricco patrimonio storico e culturale, offre opportunità uniche per i fotografi. La città offre un’infinità di spunti e soggetti, dalla maestosa Valle dei Templi al vivace centro storico, senza dimenticare le bellezze naturali circostanti. Vivere questo meraviglioso contesto urbano come fotografo significa immergersi in questa ricchezza e catturarla attraverso l’obiettivo. La città è ancora fortemente attrattiva, ricca di opportunità, attrae persone da diversi contesti, creando un ambiente diversificato e stimolante, con opportunità di incontrare persone nuove e confrontarsi con diverse culture. La sua storia millenaria, la Valle dei Templi e il centro storico ricco di fascino. La luce, i colori e le atmosfere di questa città siciliana permettono di catturare scatti indimenticabili, unici al mondo.

-Chi sono i tuoi fotografi di riferimento?

I fotografi di riferimento sono quegli artisti che, con il loro lavoro, hanno segnato la storia della fotografia, influenzando generazioni di altri fotografi e contribuendo a definire l’evoluzione di questo linguaggio visivo. Sono considerati maestri del loro campo, riconosciuti per la loro originalità, innovazione e impatto sulla storia della fotografia. Sebastião Salgado, Ferdinando Scianna, Letizia Battaglia, Tatsuo Suzuki, Daido Moriyama, Mimmo Jodice, ed altri ancora.

-Perché nelle librerie si trovano sempre meno libri di fotografia?

Nelle librerie si trovano relativamente pochi libri di fotografia principalmente a causa di fattori legati alla produzione, al mercato e alle preferenze dei lettori. I libri fotografici, spesso caratterizzati da immagini di alta qualità, richiedono costi di produzione più elevati, rendendoli più costosi da stampare e quindi da vendere. Inoltre, il mercato dei libri fotografici è spesso considerato di nicchia, con un pubblico potenzialmente più limitato rispetto ad altri generi letterari. Infine, la fruizione della fotografia sta cambiando con l’avvento del digitale, e molti preferiscono ammirare le immagini online piuttosto che sfogliare un libro fisico. La stampa di libri fotografici, con la loro alta qualità di immagini e spesso carta speciale, può essere molto costosa. Questo si traduce in prezzi di vendita più elevati, che possono scoraggiare alcuni acquirenti.

– Cosa pensi di Henri Cartier Bresson?

Alla fine si torna sempre da Henri Cartier-Bresson. La sue immagini, ricche di pathos e di energia, ci hanno raccontato alcune delle più belle e struggenti storie della nostra umanità. Il suo stile, curato nei minimi dettagli, è ancora oggi frutto di numerosi studi e di accesi dibattiti. Aveva un’abilità naturale nel catturare i suoi soggetti senza che se ne accorgessero, il che si traduceva in immagini non solo belle, ma anche rivelatrici. Henri Cartier-Bresson, pur essendo considerato uno dei più grandi fotografi di tutti i tempi, amava dire di “non capire nulla di fotografia”. Questa affermazione, apparentemente paradossale, nasconde in realtà una profonda comprensione del mezzo fotografico, legata alla sua concezione della fotografia come arte del cogliere l’attimo decisivo, piuttosto che una tecnica da padroneggiare.

-Cosa rimane dei vecchi rullini, delle foto in bianco e nero dei fotografi di paese?

Ricordo e nostalgia… Era una fotografia fatta di emozione e attenzione, dove ogni immagine raccontava una storia. Portare il rullino al laboratorio fotografico per lo sviluppo era un momento carico di aspettative: si sperava che tutte le foto fossero “venute bene”, ma spesso si scoprivano sorprese, doppie esposizioni o inquadrature tagliate che diventavano parte del ricordo. La fotografia analogica era anche un rito. Si sceglieva la macchina fotografica, si inseriva con cura il rullino e si cercava l’inquadratura perfetta. Quando il rullino era completo, lo si portava al laboratorio fotografico, dove si aspettava con ansia qualche giorno per ritirare le stampe. L’attesa dello sviluppo era parte dell’esperienza, e ogni volta che si sfogliava il pacchetto di foto stampate, si rivivevano emozioni uniche. Quella connessione emotiva con le immagini è difficile da trovare nell’era delle foto digitali, dove migliaia di immagini vengono scattate e spesso dimenticate.

– Qual è il potere di una fotografia nel tempo in cui viviamo?

Si dice che le fotografie possano rubare l’anima alle persone.

Secondo gli aborigeni australiani l’immagine personale sia essa riflessa in uno specchio, dipinta in un quadro o immortalata in una fotografia sarebbe in grado di trattenere a sé qualcosa del soggetto, fino addirittura ad imprigionarne l’anima. La fotografia è un mezzo potente per documentare la storia, sia personale che collettiva. Le immagini fissano momenti nel tempo, creando un archivio visivo che può essere utilizzato per ricordare, imparare ed educare. Una fotografia può immortalare e rendere eterno un attimo, oppure raccontare la storia di una persona, di un amore, del tempo che passa, o diventare un simbolo per interi periodi storici. Al pari di un film o di un libro, uno scatto riuscito – o semplicemente fortunato – può trasmettere ed evocare emozioni, sentimenti e sensazioni molto forti, toccare nel profondo ciascuno di noi, influenzare lo stato d’animo, far rivivere momenti anche molto lontani nel tempo. Se osserviamo la stessa immagine in momenti diversi della vita, questa non avrà mai in noi lo stesso effetto e lo stesso significato. Evocherà nella persona emozioni che non saranno mai le stesse, perché arricchite e modificate dalle esperienze vissute quotidianamente nel tempo. Come pure ci saranno nuovi pensieri e nuove sensazioni corporee.

– Quanto tempo occorre per scattare una bella foto?

Molto spesso sento dire che cogliere l’attimo giusto è la ricetta magica per fare ottime fotografie. Questa cosa non mi ha mai convinto, perché per me significa semplicemente essere osservatori di ciò che accade e scattare a raffica tanto prima poi una foto giusta la becchiamo. Il che è quasi come affidarsi al caso. Tutto ciò esclude il far accadere qualcosa, il prendere decisioni e l’essere la mente del proprio lavoro, esclude quasi l’essere umano inteso come essere pensante, progettante ed esecutore. Quello che invece è secondo me il vero nocciolo della questione è il rapporto tra fotografo e soggetto, che si tratti di persone o di oggetti non fa differenze, è l’entrarci in rapporto che conta, la sintonia o i contrasti, l’essere a proprio agio o il disagio, sensazioni positive o negative ma comunque rilevanti e rivelanti perché nelle nostre foto portiamo ciò che viviamo. Il creare un rapporto, spesso di durata brevissima, giusto il tempo di qualche scatto, è il punto sul quale ruota la riuscita delle foto al punto che una volta entrati in sintonia non ci sono momenti migliori di altri o attimi magici. Il tutto funzionerà senza ombra di dubbio. L’arte e la pratica di fotografare una scena quotidiana richiedono di rallentare i ritmi e diventare grandi osservatori anche dei più piccoli dettagli: la luce, l’ambiente, le espressioni e le azioni più naturali devono rappresentare il centro di ogni interesse. Per svolgere un buon lavoro di documentazione bisogna fondamentalmente essere presenti qui ed ora (hic et nunc, direbbero i latini), all’interno di una scena vissuta in prima persona. L’immersione totale nel tempo presente, senza distrazioni, senza pensieri fuorvianti, consente di vedere la realtà ad un livello molto più profondo. La fotografia diventa, in questo modo, un’importante alleata della psicologia, aumentando in modo esponenziale la capacità di prendere piena consapevolezza dei vissuti di ogni momento, diventando padroni del proprio esperire.

– La luce delle città, qual è il tuo rapporto con la luce ?

La luce è un elemento fondamentale nella fotografia urbana, in grado di trasformare la percezione della città e creare atmosfere uniche. L’interazione tra luce e architettura urbana, così come con le persone che la vivono, è cruciale per catturare l’essenza della città. Le ombre, le misteriose compagne della luce, conferiscono profondità e drammaticità alle nostre immagini. Il modo in cui le ombre cadono su una scena può cambiare radicalmente l’atmosfera. Possono nascondere segreti, creare modelli e creare l’illusione dello spazio e della forma. La luce non è solo una questione di luminosità, ma anche di forma, consistenza e umore. Il modo in cui la luce viene utilizzata può avere un’influenza decisiva sulla composizione dell’immagine. La luce è il fulcro di ogni fotografia. Dà vita, profondità ed emozione alle nostre immagini. Se comprendiamo e padroneggiamo le diverse sfumature della luce, possiamo catturare la bellezza dei nostri soggetti in modo unico. La vera arte consiste nel padroneggiare la luce non solo tecnicamente, ma anche emotivamente. Si tratta di catturare l’anima della scena, catturare l’atmosfera e trasmettere lo stato d’animo.

– Potremmo definire la tua fotografia un viaggio tra le emozioni?

La fotografia è uno strumento potente per esprimere ed evocare emozioni, trasformandosi da semplice rappresentazione della realtà a veicolo di storie, ricordi e sentimenti. Attraverso l’obiettivo, i fotografi possono catturare non solo immagini, ma anche l’essenza di un momento, la sua atmosfera e le emozioni che lo accompagnano. Quando guardi attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica, cosa vedi? Un paesaggio? Un volto? O vedi un ricordo, un’emozione, un pensiero? La fotografia non è solo l’atto di catturare un’immagine. È l’arte di prendere un momento, di fermare il tempo, di immortalare un pezzo di te stesso in quel preciso istante. Ogni volta che scatto una foto, non sto solo documento ciò che vedo, ma racconto una storia, la mia storia. La fotografia è anche l’arte dell’ascolto. Ascolto con gli occhi, con il cuore e con l’anima le storie che la natura mi racconta, le emozioni che le persone condividono con me, i sussurri del vento e il canto degli uccelli. E attraverso l’ascolto, imparo a vedere il mondo con occhi diversi, imparo ad apprezzare la bellezza in ogni piccolo dettaglio e a catturo l’essenza di ogni momento.

-Fotografi e grandi scrittori siciliani, che rapporto c’è?

Immediatamente mi vengono in mente le due figure sicuramente più emblematiche del nostro grande patrimonio culturale, Sciascia/ Scianna. Le fotografie di Ferdinando Scianna si leggono. Non c’è fotografia che non sia attraversata da una tensione letteraria e che non rimandi alla grande tradizione degli scrittori siciliani. E non importa che gli scatti siano stati presi ai quattro angoli del mondo, perché il modo di fotografare di un siciliano, così come la scrittura di un autore siciliano sono connotazioni imprescindibili, caratterizzanti. Nella “lettura” delle sue fotografie echeggiano di volta in volta il turbinio mirabolante delle pagine di De Roberto, la ricchezza indulgente dei racconti di Brancati, così come si incontra l’asciuttezza descrittiva e priva di sbavature delle parole di Leonardo Sciascia, suo mentore e Maestro. Ma sopra tutto, e prima d’ogni altra considerazione – perché è di fotografia che parliamo – c’è per intero la maestosa, indimenticabile lezione di Henry Cartier-Bresson, di cui Scianna era amico personale e che lo volle alla Magnum perché l’agenzia si arricchisse con l’anima e lo spirito di una latitudine umana ancora assente.

Biografia

Nato a ad Agrigento nel ’66, ha completato gli studi laureandosi in Architettura presso l’Ateneo di Palermo. L’interesse per la fotografia è iniziato circa 20 anni fa, prestando attenzione a paesaggi e natura. In seguito, incuriosito dalle varie situazioni che si venivano a succedere per la strada, l’ hanno orientato a ritrarre quelle scene che ancora oggi destano in lui particolare interesse per la fotografia urbana.

La foto in bianco e nero è la sua prediletta, specie se riccamente contrasta e dove le ombre in netta conflittualità con la luce, distinguono la scena e la rendono finemente drammatica. Ama moltissimo le scene in movimento. In qualsiasi situazione si trovi, se capisce che il mosso gli fa ottenere un effetto maggiore, allora non esita un istante.

Le sue immagini sono pezzi di ricordi che documentano scene di ordinarietà, un contesto fatto di emozioni, amore e dubbi ma anche dalla semplicità della realtà quotidiana, come un gentiluomo che passeggia per la strada, amanti che si abbracciano e bambini che giocano. I volti raffigurati hanno un aspetto intenso, doloroso, angosciato e sembrano anime perdute. Il movimento dei corpi, l’incompletezza dei gesti e lo sfocato, ricordano la materia che dà vita all’immagine.

Dal 2019 ad oggi, oltre alla fotografia, si diletta a realizzare in scala grande opere e monumenti in carta pesta, modellazioni in rete metallica, basso rilievi e busti in argilla.

Libri pubblicati:

-Sulle orme del Santo (libro fotografico sulla festa di San Calogero)

-I Misteri di Pasqua- Nove Fotografi Siciliani si raccontano.