A piazza Indipendenza nel cuore della città, sono in compagnia di Pino Apprendi, storico vigile del fuoco, operatore culturale instancabile di Palermo e non solo, memoria storica della Sicilia, presidente e fondatore di Antigone Sicilia, si è occupato dei diritti dei carcerati e da un anno garante dei detenuti. Pino mi ha proposto una speciale intervista in una location mozzafiato fuori del comune, direi cinematografica. Nel paradiso dei pupi della Sicilia, per la prima volta incontro Gino Campanella, uno scrittore che ha una particolare ed originale maniera di raccontare e di incidere sulla memoria e sull’anima delle persone, un gentiluomo d’altri tempi.

Gino Campanella ha pubblicato un prezioso libro per chi ama la Sicilia e le sue tradizioni, s’intitola: “L’opra di pupi I pupari monrealesi”. E’ un libro di 190 pagine arricchito da splendide foto a colori, che descrivono le bellezze di una città d’arte internazionale come Monreale, con i suoi luoghi classici il Teatrino Guglielmo, Il duomo, la fontana del Tritone, il chiostro dei benedettini, il Cristo Pantocratore. Ecco una descrizione di Gino Campanella del teatro dei pupi: “Il patrimonio dei pupi una ricchezza di arte, mestieri e tradizioni orali, che se non ha eredi di famiglia, in poco tempo cessa di esistere ed è destinato all’oblio, lasciando un vuoto incolmabile e cancella la nostra memoria, ed ancora: “ In poco meno di duecento anni i “teatrini” in attività a Palermo si sono quasi estinti; oggi si contano sulle dita di una mano”.

E proprio nell’agenzia Conca d’Oro Viaggi S. R. L. rivive un piccolo ma prezioso teatrino con una pregevole collezione di pupi che incantano grandi e piccini. Un locale aperto dove tutti i pupari si esibiscono per le scolaresche e per gruppi di adulti e turisti, perpetuando il semplice motto: “divertire educando” per mantenere vivi i grandi pupari monrealesi Ignazio, Vincenzo e Vito Munna ed Enzo Rossi”. Nel libro c’è la storia, la descrizione, per la costruzione dei “pupi armati” con le armature, con relativi schemi e disegni.
Sono fotografati Antonio Guarino costruttore di pupi, figlio di Andrea che sta continuando la professione del padre, costruendo pupi di grande qualità e pregio artistico, Mimmo Cuticchio noto puparo siciliano conosciutissimo nel mondo, inventore della Macchina dei sogni. Nel libro sono spiegati dettagliatamente le scene, con i fondali, i suoni, i rumori e i trucchi per esaltare maggiormente le scende di combattimento. E’ fotografato Andrea Guarino costruttore di pupi mentre salda un pupo gigante. E’ fotografato il puparo Vincenzo Argento che appartiene ad una antica famiglia di artisti pupari e opranti, Enzo Mancuso in mezzo ai suoi pupi, in una posa come sei pupi fossero la sua famiglia, Salvo Bumbello puparo, oprante e gestore di un teatro itinerante. E’ descritta con dovizia di particolari la differenza tra il pupo palermitano e il pupo catanese. Per Gino Campanella I pupi sono maestri di vita, ci hanno tramandato molte cose importanti, non solo la storia dei paladini di Francia, ma anche molti episodi della nostra tradizione culturale, storica, civile e religiosa e lo scontro tra paladini cristiani e saraceni.

-Ma chi è Gino Campanella? Questa prima domanda desidero girarla a Pino Apprendi che lo conosce da molto tempo. Ecco la sua risposta:
“Lo conosco da 40 anni forse di più. Ho apprezzato sempre queste doti affascinanti che esprime nello studio della tradizione popolare. Ed ha un’antica tradizione che nasce da lontano e parte con le registrazioni, realizzate con un vecchio registratore Geloso con la bobina a nastro. Cammin facendo abbiamo realizzato molte cose insieme, fra le quali uno spettacolo, un musical. Ci siamo incontrati sulla strada di Rosa Balistreri. Gino ha pubblicato un libro nel quale apre una parentesi su Rosa, molti avrebbero voluto appropriarsi di Rosa, ma Rosa è di tutti, Rosa è patrimonio della Sicilia ed appartiene al mondo intero. Ed alla fine del nostro racconto c’è questo meraviglioso museo dei pupi siciliani, che sta realizzando con un teatro attivo, vivo, con spettacoli che rappresentano l’antica tradizione, a titolo gratuito, per un pubblico di bambini, adulti e turisti e per chi vuole vederli per vivere un momento di sogno senza tempo.
-Ma poniamo la prima domanda a Gino Campanella, lei di professione cosa fa?
Per molti anni ho fatto l’insegnante, prima di educazione fisica, poi ho vinto il concorso alle elementari e per parecchi anni ho insegnato a Monreale. Mi sono sempre dedicato al turismo, vissuto come momento culturale, come partecipazione ad attività turistiche, organizzando gruppi per la visita della città e del mio paese, in particolare attraverso le scolaresche.
-Quando nasce la sua passione per i pupi siciliani?
Nasce da quando avevo 4 anni. Mi raccontano i familiari che mio fratello più grande era un appassionato dei pupi. Un giorno mi portò a Monreale vedere uno spettacolo e mi mise in braccio. Allora c’era un grande puparo Munna, che è stato il grande maestro della popolazione di Monreale. La gente andava a vedere lo spettacolo, ed allora vedere uno spettacolo dei pupi, significava avere una coscienza nuova di tutte le storie dei pupi, che servivano anche ad avere una cultura popolare.

-Quanti pupi ci sono nel suo teatrino?
Circa 350. Periodicamente li controlliamo. E’ una sede molto bella perché i clienti li vedono e noi spieghiamo ai turisti. Questi pupi sono la felicità dei bambini, appartengono ad ogni siciliano, a chi ha saputo imparare dai racconti e non soltanto dalla storia dei paladini di Francia, ma anche dal racconto comune. Dai pupi abbiamo appreso quei valori che sono serviti per affrontare le difficoltà della nostra vita.
-Qual è il segreto del pupo?
Il pupo è l’anima del popolo siciliano. Ogni siciliano ha un suo carattere e nel pupo noi vediamo la serie di caratteri del popolo, ed ecco perché il racconto e le storie affascinavano e continuano ad incantare tanto, sia i giovani, i meno giovani, e i vecchi specialmente. Dopo aver sentito un cuntista, gli anziani hanno sempre voglia di raccontare quello che hanno sentito. Sentono forte questo bisogno di raccontare ad altri. Il cunto era una sorta di catena di Sant’Antonio.
-Lo scrittore agrigentino Luigi Pirandello sostiene che noi siamo tutti pupi, pupo io, pupo lei, pupo lui, pupi tutti. Cosa voleva dire secondo lei?
Pirandello voleva dire che ognuno di noi ha una maniera particolare di esprimersi. Deriva da una coscienza che noi abbiamo acquisito nel tempo. Siamo dei pupi che sanno anche comunicare dei valori, che abbiamo vissuto, patito, sopportato e che sappiamo anche offrire alle nuove generazioni.
-Quanti anni ha lavorato per realizzare e sistemare il suo teatrino, con i pupi ordinati che sembrano soldatini felici che sorridono ai bambini?
Sono stato sempre innamorato dei pupi, perché uscendo dalla scuola, nel pomeriggio, uscivo dalla scuola piuttosto tardi, mi dedicavo al teatro della scuola e quando uscivo verso le 17,00 a Piazza Bonanno, mi trovai per la prima volta di fronte ad un gruppo di persone e non sapevo cosa facevano là, mi avvicinai e vidi un signore seduto che aveva tra le mani una spada di tavola, si muoveva, si agitava con una voce molto affascinante. Chiesi, mi informai e subito mi fecero segno di stare in silenzio, zitto, perché tutti con religioso silenzio ascoltavano con grande attenzione la voce di questo signore. Anch’io mi fermai incantato ad ascoltarlo ed anche se non capivo bene, quello che diceva, mi piaceva il tono, la musicalità, l’atmosfera che c’era in quel racconto.
-Lei ha mai dato la sua voce ai pupi negli spettacoli?
No, mai.
La voce viene comunicata da padre in figlio, da figlio a nipote così via di seguito. Quelle sono voci che si tramandano nell’ambiente familiare dei pupari.

-Chi realizza lo spettacolo nel suo teatrino?
Noi abbiamo un puparo. E’ il noto puparo Enzo Mancuso che viene a fare lo spettacolo.
-E adesso parliamo di Rosa Balistreri. L’ha conosciuta?
Si l’ho conosciuta per caso. Un giorno è venuta nella nostra agenzia di viaggi “Conca d’Oro” che è molto conosciuta, ho saputo che abitava qui vicino piazza Indipendenza. Appena l’ho vista le sono andato incontro e l’ho salutata. “Ma lei mi conosce mi chiese”? “Certo che la conosco, le dissi, la seguo da molto tempo, sono un suo ammiratore, mi piace la sua voce, le sue canzoni, amo molto i canti popolari siciliani. Abbiamo parlato a lungo e lei si trovò subito a suo agio con me”.
-Ha registrato la voce di Rosa?
No, non l’ho registrata. Allora non avevo il registratore con me. Ma è venuta più volte a trovarmi perché aveva una figliola a Bologna e spesso parlavamo. Mi ha raccontato molte cose della sua vita, dei problemi esistenziali di sofferenze, di angosce, di sopportazione. Quello che raccontava l’aveva vissuto e sofferto, con la forza di aver superato molte difficoltà, legate a momenti molto tristi.
-Lei immaginava il successo che avrebbe avuto Rosa Balistreri?
Si l’ho sempre pensato. Di Rosa ne rimane solo una. Lei è morta in povertà, oggi tutti ne parlano e chi inizia a cantare pensa di essere l’erede di Rosa. Quando la incontrai lei era già famosa. Io l’ho sempre stimata, perché sono stato sempre un amante del canto siciliano. Per molti anni ho fatto una lunga ricerca ed ho raccolto molti canti sul Natale. Ho girato tutta la provincia e a scuola ho costituito un coro di 120 bambini. A Rosa ho mostrato il foglio con i canti che avevo raccolto e lei mi ha fatto notare che molti li conosceva già. Mi ha promesso che sarebbe tornata con la chitarra per provarli. Ma questo sogno non si è realizzato e quando ho chiesto sue notizie, ho saputo con mio grande dispiacere che non c’era più. Era morta in un ospedale di Palermo. Mi è dispiaciuto molto. Quando parlava della figlia, lo faceva con molta sofferenza perché faceva grandi sacrifici, lunghi viaggi di andata e ritorno per andarla a trovare.
-Il regista Wim Wenders nel film Palermo shooting ha inserito le canzoni di Fabrizio De Andrè e Rosa Balistreri. Rosa oggi è stata rivalutata ne stanno facendo un film. Rosa rappresenta la sofferenza e l’eterno inganno del potere sulla Sicilia.
-Ci sono molti personaggi che bisognerebbe far conoscere ai siciliani maggiormente, uno è il sociologo triestino Danilo Dolci di cui quest’anno ricorre il centenario. Si è battuto per una Sicilia non violenta e per i diritti dei siciliani dimenticati della provincia.
Danilo Dolci è un personaggio familiare con la famiglia Campanella, uno che ha combattuto la violenza con la nonviolenza. Mio fratello Rocco si è rifiutato di pagare la quota che lo stato riserva agli armamenti. Per questa ragione per quattro giorni è stato portato in carcere ingiustamente ed ha sofferto molto . Mio fratello ne parla nei suoi libri come un grande poeta- scrittore, un modello per tutti i siciliani e non solo, un esempio da seguire.

-Come vede i cambiamenti di Palermo?
Non sono un politico per esprimere certi giudizi, mi accorgo soltanto di una cosa, che subito dopo la guerra in poco tempo abbiamo fatto risorgere l’Italia, Palermo negli anni ’60 si è rinnovata: Sono stato un dirigente della Fiavet ed ho sempre difeso il lavoro del turismo, ho fatto in modo che il nostro lavoro non fosse distrutto dall’abusivismo.
-Ha viaggiato nella sua vita?
Si ho viaggiato molto, ho viaggiato e visitato molta parte dell’Africa, sono stato sei volte in Egitto, ho assistito alla Ida proprio in Egitto, poi ho visitato tutto l’oriente, in particolare la Turchia, Israele ed altri luoghi molto interessanti, dal punto di vista storico. Sono un amante del mondo orientale.
-Ritornando indietro, riavvolgendo il nastro della sua vita, rifarebbe le stesse cose che ha fatto?
Si certamente. Ho imparato a parlare quando è finita la guerra, il primo anno che sono andato a scuola era il 1940, ci accompagnavano fratelli o sorelle che avevano qualche anno in più. Ho un ricordo di 4 bambini stretti l’uno con l’altro nel banco, non si poteva nemmeno scrivere è un ricordo che non posso togliere dalla mente e poi il ricordo di un maestro con la bacchetta lunga che non ci permetteva di parlare. Per cinque anni sono stato costretto a rimanere zitto senza poter fiatare, ho rinunciato ad mio un diritto, eppure c’era un modo per parlare… Per me era una grande gioia poter arrivare a casa e raccontare quello che avevo imparato. Mi è mancato quel dialogo che si poteva vivere a scuola tra ragazzi della mia età, per cose di scuola, giochi e sogni dell’età della fiaba colorata, come la chiama il poeta di Niscemi Mario Gori. Mi manca tanto questa esperienza . Da 11 anni in poi nella scuola media, ho avuto la possibilità di iniziare a dialogare. Quell’esperienza di costretto silenzio, l’ho portata con me per tutta la vita.
-Quante persone lavorano nella sua agenzia e da quanti anni?
Qui vi lavorano 25 persone. Da 45 anni circa.
-Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Anche se uno ha 89 anni deve avere dei progetti da realizzare il più possibile, nel tempo più breve. Sto curando una nuova maniera di concepire il turismo. Prima di realizzarlo, deve essere conoscenza, perizia di quello che si deve andare a fare. E’ necessario dialogare di più perché il turismo è cultura diversa, da l’uno all’ altro, c’è chi vuol vedere monumenti artistici, chi cerca la cultura, chi cerca la musica. Se si dialoga con un bravo operatore che conosce l’ambiente, bisogna ricercare la maniera giusta per offrire un bel viaggio al cliente. Le agenzie di viaggio devono diventare centri di cultura e di formazione turistica, devono dialogare con i clienti, che desiderano andare nei luoghi dei quali hanno poca conoscenza. Bisogna far visionare documentari sulle città d’arte, avere una serie di libri da dare anche in prestito ai turisti, solo allora avremo la possibilità di combattere l’abusivismo e sarà vera cultura.
Il disegno di Rosa con la chitarra è di Gaetano Porcasi, le foto di Pino Apprendi.





