Ritratti: architetti del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Roberto Tripodi

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Conosco Roberto Tripodi da più di 30 anni. E’ una delle persone che ha arricchito culturalmente la mia vita, insieme alla moglie Giovanna mia collega nella scuola elementare Giovanni Ingrassia di Palermo, la scuola elementare nella quale ho insegnato più di venti anni. Con Roberto abbiamo viaggiato, scritto dei libri, realizzato degli spettacoli. Roberto attualmente è skipper ed istruttore di vela, recente vincitore della Regata d’altura Cefalù-Campofelice di Roccella. Timona una imbarcazione bialbero confiscata a uno scafista e assegnata alla Lega Navale. Insegna a navigare i ragazzi diversabili e agli studenti palermitani. Ha una grande passione per la cucina, per i libri, per il teatro e per il Cinema d’Autore.Roberto Tripodi è una figura rappresentativa di quel ceto che, cresciuto in Sicilia, ha definito la propria formazione post laurea all’estero e al Nord Italia, per poi rientrare a Palermo ricco di queste esperienze, ma spaesato nel trovare un contesto di inefficienza e di assistenzialismo. Non a caso, nominato nella commissione edilizia di Agrigento dal Commissario Straordinario Scialabba, non fu riconfermato dal sindaco Sodano. Nominato poi nel CdA dell’Azienda Municipalizzata di Igiene Ambientale di Palermo dal Commissario Serio, dopo 4 mesi fu licenziato dal Sindaco Cammarata, nominato dalla CGIL commissario d’esame al concorso per ingegnere all’AMAP, non avendo permesso di truccare il concorso, non fu più inserito in commissione.

-Roberto, chi sono gli architetti di oggi, come sono diventati negli anni della globalizzazione?

Questo è il tempo degli Archistar. Ricordo solo i maggiori e più noti: Renzo Piano, Zaha Hadid, Frank Gehry, Jean Nouvel, Santiago Calatrava, Daniel Libeskind, Massimiliano Fuksas, TadaoAndō, Norman Foster. Si tratta di grandi studi professionali, vere e proprie aziende, in stretto contatto col mondo industriale produttivo. Non ci sono Archistar siciliane perché il merito in Sicilia non è valorizzato. Clientelismo e nepotismo hanno bloccato i nuovi talenti. Per non parlare dei concorsi truccati all’università. Nel mio piccolo cominciai ad Agrigento col restauro del monastero di S. Spirito, poi col recupero di Palazzo Tomasi, poi con la riconversione della Chiesa del Purgatorio di Aragona, quindi col piano particolareggiato di Montaperto. Tutto consegnato chiavi in mano nei tempi previsti e con i finanziamenti assegnati. Non ho più avuto incarichi pubblici e ho deciso di chiudere lo studio e di svolgere l’attività di preside di scuola superiore. Chi, dopo quattro perizie finanziate, dopo 40 anni, non ha ancora consegnato alla città il Museo civico di Agrigento, ha continuato ad avere incarichi pubblici.

-Che cosa bisogna fare per rendere le città meno invivibili?

Oggi in Sicilia è difficile dare identità alle nuove periferie. Manca il potere politico capace di prendere decisioni. L’urbanistica è decisa dai proprietari terrieri e dai costruttori. Gli ultimi interventi urbanistici sono stati realizzati dal fascismo, per esempio a Palermo il quartiere del Littorio e la via Roma, ad Agrigento la piazza Stazione, la piazza Vittorio Emanuele, il viale della Vittoria. A Palermo di recente hanno operato architetti di rilievo, come Gregotti, Pollini, Ugo, Pirrone, Laudicina e abbiamo avuto interventi urbaniinteressanti, quali lo ZEN e l’Università, ma del primo si è impossessata un’utenza disperata che lo ha snaturato, e la seconda manca di una visione unitaria. È poi difficile per i giovani vincere i concorsi di progettazione perché, per regolamento europeo, i finalisti sono selezionati sulla base del fatturato, per cui vincono sempre gli stessi. Ho partecipato con i professori Teresa e Manfredi Cannarozzo al concorso per la passerella nella Valle dei Templi, ma siamo stati surclassati da Atelier internazionali per il fatturato, senza che la nostra idea fosse stata presa in considerazione.

-Il male peggiore della città di Palermo, secondo il libro di Sandra Rizza “Nessuno escluso”, è la borghesia palermitana, che si è voltata sempre dall’altra parte ed ha fatto accordi con la mafia. Qual è il tuo pensiero in merito?

Penso che Sandra Rizza abbia ragione, ma ci sono ragioni storiche che hanno determinato questa situazione. In Sicilia i ceti produttivi sono stati sempre sconfitti: gli operai e gli artigiani dei Fasci dei lavoratori massacrati da La Marmora, i borghesi che ruotavano attorno ai Florio fatti fallire dal protezionismo di Crispi e dall’autarchia, i contadini di Portella della Ginestra uccisi sotto il coordinamento dei Servizi Segreti, per non parlare degli imprenditori uccisi dalla mafia e abbandonati dallo Stato, da Vincenzo Spinelli, a Libero Grassi, a Roberto Parisi e a tanti altri.

– Puoi commentare una frase del regista Jean Luc Godard “La Tv non è fatta per comunicare, è fatta per trasmettere ordini…”

Come dare torto a Godard? Anche Pasolini la pensava allo stesso modo, Della TV si sono impossessati il consumismo, la grande finanza e i partiti. Hanno capito che con una buona campagna pubblicitaria si può piazzare anche un prodotto scadente. Siamo arrivati al punto che un leader politico, padrone di reti TV, ordini ai marsalesi di eleggere la sua quasi moglie, che non ha mai messo piede a Marsala. E i marsalesi obbediscono.

-Cosa ricordi della tua battagliera esperienza di dirigente nella scuola Alessandro Volta?

Ricordo in particolare un rapporto molte forte di stima reciproca e di collaborazione col personale motivato, impegnato, preparato. La scuola statale possiede eccellenze che ho cercato di valorizzare. Ottimi professori mi hanno insegnato molto, professionalmente e umanamente. Ma ricordo anche i conflitti con quei docenti demagoghi, residuati bellici del ’68, che mi ricordavano tanto i soldati giapponesi rimasti nell’isola del Pacifico e che pensavano che la guerra non fosse finita. Spingevano gli studenti a occupare la scuola, se li portavano alle manifestazioni per fare numero, cercavano di boicottare le prove Invalsi per evitare che si scoprisse che non insegnavano nulla. Per fortuna l’esperienza di insegnamento in Valtellina mi aveva formato positivamente: ero l’unico preside che prendeva multe (€ 27,50) a chi fumava a scuola, Diedi scandalo.

-Roberto Tripodi, il mare e le barche a vela. Quali emozioni si provano andando in barca?

Arrivato il tempo della pensione, sono stato accolto dalla Lega Navale e mi è stata affidata una barca a vela di 12 metri, confiscata a uno scafista, con la quale svolgiamo attività sociale. Il mare e il vento riconciliano con la Natura. In barca comprendi di non essere il centro del Mondo, ma solo un piccolo ingranaggio che deve rispettare le forze che lo circondano. Ti esalti quando navighi di bolina a otto nodi, ti deprimi quando vedi galleggiare la plastica in mare.

-Cosa pensi degli scrittori siciliani, secondo te sono impegnati o distratti sui temi dell’impegno civile e della politica?

La Sicilia ha una tradizione letteraria immensa, abbiamo due Nobel. Ti cito solo Giovanni Verga, Luigi Capuana, Giuseppe Antonio Borgese, Vitaliano Brancati, Gesualdo Bufalino, Vincenzo Consolo,Luigi Pirandello, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Salvatore Quasimodo, Elio Vittorini, Leonardo Sciascia, Andrea Camilleri e hanno tutti una grande tradizione di impegno civile e politico. Non ho capito perché abbiano dato il Nobel a Dario Fo, che in fondo ha scritto solo “Mistero Buffo”, un canovaccio letto da pochi intimi, e non ad Andrea Camilleri che è stato tradotto in 30 lingue, ha venduto 10 milioni di copie, ha inventato un nuovo linguaggio. Oggi però, quella fucina letteraria che era formata da Sciascia, Vittorini, Sellerio, Sandron, Camilleri, sembra esaurita. I sicilianinon riescono ad affermarsi in campo letterario e anche quelli presenti nel mercato, come Simonetta Agnello Hornby, Stefania Auci, Giulio Macaione, Domenico Conoscenti, Gaetano Savatteri, non appaiono particolarmente impegnati in temi civili o politici.

-Qual è il tuo Autore preferito?

Attualmente il mio autore preferito è Isabel Allende. Non capisco perché non abbiano dato a lei il Nobel, invece di darlo a Bob Dylan che ha scritto solo testi di canzoni. Il suo ultimo romanzo, “Oltre l’inverno”, mi sembra un capolavoro letterario che affronta la crisi della cultura nordamericana, il mondo dell’emigrazione e quello della criminalità.

-Donne di oggi belle, impegnate ed emancipate. Cosa non hanno capito gli uomini delle donne, dicono di amarle e invece continuano ad ucciderle, un fenomeno esteso anche in Spagna e in altri paesi europei che non si riesce a risolvere. Cosa si può fare?

Secondo me il nuovo diritto di famiglia, come già avvenne nel 410 avanti Cristo, quando i greci di casa nostra sostituirono le leggi di Atene con quelle di Gortina, ha ucciso la famiglia. Ogni anno in Italia ci sono circa 180.000 matrimoni e 85.000 divorzi. E non è preso in considerazione il caso della coppia convivente con figli che si separa. Eliminando le differenze tra uomini e donne, i ruoli interni alla famiglia, si sono istituzionalizzati conflitti perenni. Una struttura senza ruoli è destinata a entrare in crisi. Immagina una squadra di calcio in cui tutti i giocatori corrano dietro alla palla: è destinata a implodere. Pensa che gli uomini femministi del PD hanno inventato che un figlio può avere due cognomi, che poi i loro figli possono scegliere due cognomi tra i quattro dei genitori e se non sono d’accordo vanno dal giudice che decide. Menti malate giustamente punite dall’elettorato.

– Qual è il maggiore difetto dei siciliani, e il maggiore pregio?

Per i difetti darei la parola a Giuseppe Tomasi di Lampedusa che scrisse: “Non nego che alcuni Siciliani trasportati fuori dall’isola possano riuscire a smagarsi: bisogna però farli partire molto, molto giovani; a vent’anni è già tardi: la crosta è fatta: rimarranno convinti che il loro è un Paese come tutti gli altri, scelleratamente calunniato; che la normalità civilizzata è qui, la stramberia fuori.” E poi permettimi di citare lo storico Salvatore Lupo che afferma: “Il tema di fondo dell’ideologia sicilianista è indubbiamente il tentativo di proiettare all’esterno dell’isola la responsabilità di sfruttamento e miseria, fissando da una parte il blocco degli stranieri oppressori, dall’altro quello dei siciliani poveri solo perché oppressi: in essi ogni contorno di classe, ogni responsabilità di ceti dirigenti si sfuma fino ad annullarsi”. Il maggiore pregio è certamente l’ospitalità, la capacità di sedere a tavola con gli ospiti, di godere della lentezza, della mitezza del clima, di coltivare vere amicizie.

-Cosa ci potrà salvare la musica, la letteratura, il cinema o la bellezza?

Penso che non ci potrà salvare nulla, stiamo entrando in un nuovo Medio Evo, è la fase della decadenza della democrazia, prevista da Platone e da Aristotele. La musica, la letteratura, il cinema, la bellezza assolvono al ruolo che fu delle abbazie nel Medio Evo. Sono il seme da cui germoglierà un nuovo Rinascimento.

-E’ ancora valido lo slogan “Italiani brava gente”?

Credo che non si possa generalizzare. Sono stati italiani Giovanni Falcone e Totò Riina. Gli italiani hanno dato prova di eroismo, solidarietà, altruismo, abnegazione in recenti fasi storiche come ad esempio nell’Impresa dei Mille, o nella Resistenza, o nella ricostruzione del dopoguerra. Oggi mi sembra che prevalgano egoismo, opportunismo, campanilismo, corruzione. C’è poi un fenomeno nuovo: è in atto una sostituzione di parte della popolazione: esportiamo all’estero giovani diplomati e laureati e importiamo africani e asiatici che in parte non sembrano intenzionati ad integrarsi, ad accettare nostri valori e nostre leggi. I nostri immigrati negli USA chiamavano i figli con nomi anglosassoni, sposavano donne americane, si arruolavano nella polizia e nell’esercito. Buona parte di questi immigrati chiamano i loro figli Ahmed, mangiano kebab, parlano nella lingua madre, vivono in comunità chiuse, conquistano pezzi di territorio, sono sconosciuti al fisco e all’anagrafe, mandano i soldi nella madrepatria. Mi fa piacere vedere un corazziere nero o un’atleta di origine africana avvolta nel tricolore, ma so anche che il 35% dei carcerati è composto da immigrati. Penso agli immigrati “minori non accompagnati” che vanno a ingrossare le fila della criminalità nell’indifferenza generale.

-Qual è il potere di un libro?

Un buon libro ti insegna a leggere, a scrivere, a pensare. Il suo potere sarebbe enorme. La mia generazione è cresciuta leggendo. Oggi però c’è sempre meno tempo per leggere. Televisione e internet spesso sono usati male. Puoi collegarti a RAI Storia e ascoltare Paolo Mieli o Alessandro Barbero, oppure vedere Il Grande Fratello o i dibattiti con Sgarbi e la Santanché. La giovane generazione poi, è tossicodipendente dal cellulare e nulla può arrestare questa dipendenza. Il progresso non si può fermare, ma si può controllare. I genitori dovrebbero cominciare a parlare coi figli e spiegargli cosa è bene e cosa è male.

-Il libro appartiene a quella generazione di strumenti che una volta inventati, non possono essere più migliorati, come le forbici, il martello, il cucchiaio, la bicicletta…

Tutto cambia, anche il libro. Non ci sono più i classici di una volta, i poemi, le enciclopedie, Esiste però una proliferazione di libri un tempo impensabile. Ci sono più scrittori che lettori. Questo ha determinato una vivacità intellettuale formidabile, voglia di confronto, di mettersi in gioco, di informare. L’Ebook ha conquistato uno spazio. In metropolitana si legge sul tablet e non sulla carta stampata. Ma il fascino del libro di carta non è ancora tramontato, resiste.

– Jorge Luis Borges afferma che non è stato Dio a creare il mondo, ma sono stati i libri. Tu che ne pensi?

Sono d’accordo con Borges nel senso che credo lui volesse dire che la Natura ci ha regalato una vita preda degli istinti, ma poi l’Educazione (i libri) ha creato la civiltà. L’opposto di quello che teorizzò Jean-Jacques Rousseau che considerava la natura come depositaria di tutte le qualità positive e buone e nella civiltà vedeva la causa di tutti i mali. Ha ragione Borges.

-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Ormai ho solo progetti a breve termine: diventare istruttore di vela d’altura, insegnare nell’Università Europea del Tempo Libero, contribuire all’educazione dei tre nipoti, tenere saldo il rapporto con mia moglie. Mi resta il gusto di accettare le sfide: esco in barca anche con trenta nodi di vento, ho acquistato uno scooter.

Biografia

Roberto Tripodi è nato ad Agrigento nel 1948. È una figuraculturale interessante del panorama siciliano. È stato assistente universitario negli anni settanta. Ha insegnato ad Algeri, a Sondrio ad Agrigento. È stato preside nella scuola Alessandro Volta di Palermo per molti anni. È stato uno stimato architetto,un dirigente e uno scrittore di saggi storici. Ha collaborato come Consulente Tecnico d’Ufficio con le Procure di Palermo e Agrigento. Ha svolto il ruolo di amministratore di beni confiscati alla mafia.