Ritratti: protagoniste del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Sara Chianetta

590

 

 

Conosco Sara da una vita. Un grande personaggio patrimonio del mondo a cui ho dedicato anche una canzone che nessuno ha mai sentito, dal titolo: “E ti lu dissi Sara” una canzone che risente dello stile argentino, che è piaciuta molto allo scrittore Salvatore di Marco. Ho studiato con lei per il concorso magistrale. L’ho seguita nei comizi di Favara, nelle feste dell’Unità. Ho suonato la fisarmonica ed ho raccontato le mie storie ai bambini di una sua classe a Regalcioffoli, una frazione di poche case “sperdute” di Roccapalumba quello che poeticamente chiamano “Il paese delle stelle” per il suo osservatorio.

L’ho seguita quando i maestri di Favara conquistavano Milano ed erano in tanti: Mimmo Castronovo, Vito Patti, Alfonso Manganella, Antonio Gargano, Giovanni Bruccoleri, Antonietta Vella, Enzo Vella. Dopo due anni arrivarono Totò Lentini e Lillo Saieva. Sara è stata una maestra impegnata che faceva sperimentazione e partecipava alle lotte studentesche, per l’affermazione dei decreti delegati e la piena partecipazione delle famiglie, quando la scuola era veramente qualificata. Ha fatto saltare le convenzioni, l’ambiente e il pensiero dominante che allora voleva le donne in casa “Angeli del focolare”, lontane dalla politica e dall’impegno civile. Per molto tempo ho pensato alla realizzazione di questa intervista.

E nel giorni che precedono la festa della donna ho voluto dedicargliela insieme alle donne che in ogni parte del mondo si battono per cambiare il volto dei loro paesi. Se Sara fosse nata a Roma sarebbe diventata ministro della Pubblica Istruzione.

– Cosa ti ha spinto ad interessarti di politica?

Sono cresciuta in una famiglia di contadini con una condizione sociale molto dura. Da ragazza sentivo le ingiustizie sociali e cercavo di ribellarmi. Nel 1973, avevo 18 anni. Ho vinto il concorso a Milano. In quegli anni, c’era un forte movimento giovanile, ricordo con piacere una grande manifestazione con Enrico Berlinguer, allora segretario del PCI, allo stadio San Siro.

Nel 1978, tornata a Favara sono piombata in un paese chiuso ed arretrato, totalmente diverso da quello che avevo vissuto nella grande città lombarda. Non mi riconoscevo, ma non mi ero mai riconosciuta nel modo di vivere favarese. Per fortuna un’amica mi ha invitato ad una iniziativa in piazza Cavour. Si trattava di un momento della festa dell’unità organizzata dal PCI. Lì ho avuto modo di incontrare altri giovani che avevano il mio stesso desiderio cambiare quel paese chiuso e arretrato.

– L’esperienza in mezzo alla gente ti ha permesso di osservare da vicino i cambiamenti del paese del “Cammino della speranza”….

Certamente. Non solo ho potuto osservare i cambiamenti, ma ho voluto essere protagonista del rinnovamento, insieme a coloro che la pensavano come me. Alle elezioni comunali del 1978, sono stata in lista come consigliere comunale nel PCI. Ero la sola donna giovanissima presente all’interno del consiglio. La presenza giovanile nel partito ha fatto si che passasse la proposta di essere eletta capogruppo. In quel tempo, quello fu un fatto nuovo e rivoluzionario anche per l’immagine esterna del territorio siciliano. Con la concretezza che caratterizza le donne, mi sono cimentata in molte battaglie sui problemi reali che affliggevano le ragazze della città e non solo, prima fra tutte quella per l’acqua. Favara vuol dire abbondanza d’acqua, ma in quel periodo l’acqua arrivava in città ogni 20/22 giorni!

Erano gli anni della speculazione edilizia, nei quali sono state cementificate le periferie e distrutti i polmoni verdi che stavano dentro la città, uno per tutti il grande giardino di piazza Commendatore Angelo Giglia, dove furono abbattuti gli alberi, distrutti i giardini e costruiti novi palazzi. Anche Favara ha vissuto il sacco di Roma e Palermo. In merito alle battaglie contro la speculazione edilizia, devo confessare che ho ricevuto pesanti minacce dalla mafia. Le forze interessate a tutto questo erano molto potenti e oltre agli interessi dei proprietari terrieri le grandi famiglie favaresi ( Fanara, Miccichè) e dei lottizzatori, che erano spesso geometri democristiani, partito imperante al governo di Favara, si legavano con il bisogno reale della gente di avere case decenti da abitare. Tutte le costruzioni abusive furono edificate senza nessuna regola: i piani regolatori generali non esistevano. La città venne condannata a quartieri di espansione edilizia disordinati, senza servizi e venne abbandonato il centro storico, che oggi cade a pezzi.

– A Favara il PCI era il primo partito. Poi cos’è successo?

Il partito di Favara ha seguito le sorti del partito nazionale. Negli anni che vanno dal 78 in poi vi fu l’ingresso di tantissimi giovani che lo rafforzarono e lo fecero crescere. Va ricordato, che a livello nazionale il PCI era guidato da Enrico Berlinguer uno dei leader più amati della sinistra. Alle elezioni europee del 1984 il PCI superò per la prima ed unica volta la democrazia cristiana nei consensi (33,3% contro il 32,9%), anche sulla scorta della morte improvvisa del grande segretario, colpito da un ictus durante un comizio a Padova. Dopo la morte di Berlinguer il partito fu affidato ad Alessandro Natta e nel 1986 il congresso si svolse a Firenze. A quel congresso ho partecipato in qualità di delegata della federazione di Agrigento. La mia presenza al diciassettesimo congresso stava a dimostrare l’affermarsi di una nuova classe giovane responsabile nel PCI agrigentino. In quel periodo tantissime donne di tutta la provincia si erano avvicinate al partito ed erano diventate importanti dirigenti. Vanno ricordate Giusi Carreca, Caterina Santamaria sindacalista, Giovanna Bubello sindaco di Alessandria della Rocca ed io stessa più volte assessore alla P.I. al comune di Favara e assessore al lavoro e cooperazione nella provincia di Agrigento. Sono stata eletta nel 1988. Gli anni che vanno dal 70/80 furono quelli di tante conquiste delle donne, una per tutte la legge n.194, un’enorme tutela sociale della maternità e interruzione volontaria della gravidanza. Con questa nuova norma l’aborto non era più un reato. Anche a Favara girando casa per casa, abbiamo parlato con le donne e raccolto le firme per questa legge moderna. Ricordo ancora una donna molto anziana che firmando ci disse che lo faceva per evitare che altre donne morissero di aborto clandestino. Nel PCI fu Raniero La Valle, a parlare di non colpevolizzazione della donna e di corresponsabilizzazione della società, pensando ad un consultorio pubblico al quale le donne potevano rivolgersi. Anche a Favara iniziammo una battaglia per ottenere il consultorio. Oggi ve ne sono due. Fu una battaglia vinta. A livello nazionale il 1978 fu l’anno del compromesso storico, dell’incontro tra DC e PCI. L’estrema sinistra diede vita al terribile fenomeno delle brigate rosse che portò al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro, proprio nel giorno in cui si dava vita al governo di solidarietà nazionale. Nel solco di questa politica a Favara, il PCI fu chiamato a far parte dell’amministrazione ed io divenni assessore alla P.I. nella giunta preseduta dal democristiano Gaspare Vassallo.

– Cosa avevano in comune Lillo Alba, Lillo Lombardo e Lillo Abate?

Ritornando da Milano ho conosciuto questi compagni. Lillo Abate era un fabbro che rappresentava la classe operaia con il sogno della rivoluzione sovietica. Lillo Lombardo era un cantoniere che amava la storia ed era di una grande rettitudine morale. Lillo Alba era un professore. Il suo ingresso nel partito rappresentò un momento importante, perché prima di allora i militanti erano esclusivamente operai e molti semianalfabeti.

– Come vennero acquistati i locali del partito di via Cafisi?

In quel periodo le case del popolo rappresentavano un punto di riferimento per i braccianti, gli zolfatari e i lavoratori. Per questo anche il partito di Favara si diede l’obbiettivo di dare una casa del popolo ai lavoratori. Quel luogo non fu solo un punto di incontro e di ritrovo per dibattiti, ma anche un centro importante per le feste e per i vari momenti conviviali. I fondi vennero raccolti con sottoscrizioni e feste dell’Unità. I comunisti erano riusciti a vivere negli stanzoni eleganti del palazzo Cafisi, lì dove prima regnavano conti e baroni, ora c’era la classe operaia.

– Molti siciliani non sanno che Favara ha dato un grande contributo alla lotta partigiana. Ne vuoi parlare?

Favara ha dato un grande contributo alla lotta partigiana e per chi volesse approfondire questo tema, può leggere il prezioso libro di Pasquale Cucchiara “Altri uomini”. Cucchiara ha svolto un’attenta ricerca storica sul contributo dato dai favaresi alla lotta di liberazione.

– Che cosa rimane delle grandi lotte operaie del PCI?

Una delle cose più importanti che il PCI ha fatto è stata quella di dare una speranza di riscatto ai diseredati, agli emarginati, agli ultimi. Il partito comunista italiano ha dato dignità di soggetto politico e sociale a masse informi, incanalando la rabbia e la protesta verso un’organizzazione sindacale e politica ed ha portato in Parlamento uomini come Di Vittorio, che da cafone, divenne deputato. In Sicilia vanno ricordati Emanuele Macaluso, che organizzò i braccianti alla conquista delle terre; Pio La Torre che condusse una lotta senza quartiere alla mafia contro i missili a Comiso. Ricordiamo la legge Rognoni-La Torre per la confisca delle ricchezze alla mafia. Ma oltre alle battaglie economiche il partito comunista e le donne che in esso militavano negli anni 70/80 ha fatto grandi battaglie per i diritti civili: la cancellazione del delitto d’onore, del matrimonio riparatore; l’approvazione del nuovo diritto di famiglia, la legge sul divorzio e sull’interruzione della gravidanza. Non dimentichiamo che tutto questo avveniva in una Italia clericale e bigotta dove ha sede lo stato pontificio.

– 50 anni fa a Favara le donne si potevano vedere solo in chiesa. I padri erano gelosissimi e si sentivano padroni e “carcerieri” delle figlie femmine che tenevano “chiuse a chiave in casa”. Oggi cosa è cambiato?

Negli anni 70 Favara era ancora un paese contadino arretrato e aveva l’aggravante di una forte presenza e cultura mafiosa. Nel linguaggio della mafia si diceva: -“I fimmini hannu i capiddri longhi e li testi vacanti” ed anche “ I fimmini parlanu”, ( sono le parole che lo scrittore favarese Antonio Russello mette in bocca a Santamaria, il sicario del commissario Righi nel libro “La grande sete”). Le donne venivano considerate soggetti inferiori da controllare. Oggi la realtà è molto diversa, anche in questo, le lotte femminili sono sicuramente servite molto. Ricordo le parole di un anziano viceprefetto in pensione della provincia di Agrigento che in occasione della presentazione di un libro, alcuni anni fa mi avvicinò per dirmi che io e Giusi Carreca nella provincia di Agrigento avevamo fatto la rivoluzione femminile. Lo ringraziai e aggiunsi, che insieme a noi c’erano state tante altre donne a condividere le nostre battaglie.

– Perché hai scelto di fare la maestra e cosa ha lasciato questa esperienza?

Dico sempre, che per me fare la maestra è stata un’immensa gioia. Sono stata sempre profondamente convinta che con la scuola si può fare la vera rivoluzione; a riprova di ciò possiamo osservare come tutti i poteri dittatoriali la prima cosa che tentano di distruggere è la scuola. Anche il grande scrittore siciliano Gesualdo Bufalino ha scritto che la mafia si può sconfiggere con un esercito di maestri elementari. La scuola è un grande strumento di emancipazione sociale.

– Penso di non sbagliare se affermo che sei stata una delle prime donne ad interessati di politica in un paese fortemente maschilista. Hai ricoperto ruoli di grande responsabilità locali, regionali e nazionali. Cosa ricordi in proposito?

Nel 1978 quando per la prima volta sono stata eletta ero la sola donna in consiglio, su 32 consiglieri. Nel 88, dopo 10 anni di consigliere comunale ed assessore alla pubblica istruzione, sono stata eletta al consiglio provinciale di Agrigento ed anche lì a sedere in consiglio eravamo in 2 io e Giusi Carreca, entrambe elette nella lista del PCI. Giusi Carreca era capogruppo, mentre io fui designata a fare l’assessore al lavoro e alla cooperazione.

– A Google ho posto questa domanda: chi è Sara Chianetta?

Ecco la risposta: è un artista di grande spessore cantante e soprano…

Avevo studiato canto al magistrale di Favara con il professore Calogero Costanza. Poi per anni ho abbandonato questi studi, travolta dall’impegno politico, nel 94 ho ripreso a studiare con il maestro Marzio Lauricella. L’opera lirica mi ha conquistata. Le mie arie si possono ascoltare sul sito www.sarachianetta.it Internet è molto recente solo da 30 anni in Italia, ecco perché in rete sono conosciuta più come cantante che come politico.

– Come sono le “fimmini favaresi”? Si dice che hanno un carattere forte che sono “sperte”, che comandano i mariti a bacchetta. Quanto c’è di vero?

Certamente le donne di Favara sono forti e combattive. Mia madre era una di queste, capace di lavorare in casa e nei campi. Ancora oggi le donne favaresi, sanno inventarsi un lavoro e si impegnano molto nello studio.

– Cosa non hanno capito gli uomini delle donne. Prima dicono di amarle e poi ne ammazzano una la settimana…

Molti delitti definiti passionali sono il sintomo del declino dell’impero patriarcale: non si accetta l’autonomia femminile. Per secoli il dispotismo domestico è stato giustificato nel nome della superiorità maschile. Le donne per secoli sono state costrette ad accettare quello che gli uomini decidevano per loro e si sottomettevano al volere del pater familias. Della donna venivano decantate le virtù: obbedienza, silenzio, fedeltà, castità. Le donne non dovevano avere nessuna autonomia morale. Se si ribellavano venivano messe al bando dalla società. In Sicilia tutto questo era ancora più pesante, emblematica è la novella di Luigi Pirandello L’esclusa. Le battaglie femministe degli anni 60/70 avrebbero dovuto fare uscire le donne da questa terribile condizione, facendo saltare la distinzione tra donne per bene e donne di malaffare. Le donne hanno lottato duramente per la parità, uno slogan del 78 diceva:- “Non più puttane non più madonne, ma solo donne”.

– Oggi è il tempo di chiedersi ma i rapporti fra gli uomini e le donne sono veramente cambiati? Com’è possibile che i delitti contro le donne aumentino e siano ormai trasversali a tutti gli ambiti sociali?

Si tratta di uomini che non accettano l’autonomia femminile e che vogliono controllare la donna e sottometterla al proprio volere. Progressivamente trasformano la vita di una donna in un incubo e quando lei reagisce la picchiano e la uccidono. La donna viene considerata come un oggetto di proprietà maschile. Per evitare o diminuire questi drammi occorre educare i ragazzi fin da piccoli e anche a scuola, alla parità e al rispetto dell’altro.

-Con l’avvento delle TV di Berlusconi il paese è peggiorato e la dignità delle donne si è perduta tra premi, giochi a quiz, veline e calciatori . Il messaggio perverso che arrivava alla gente era preciso: con i soldi si può ottenere tutto, questo era diventato il nuovo vangelo…

Sui danni fatti alla società italiana nel ventennio berlusconiano voglio rispondere con le parole di Dacia Maraini:-“Il berlusconismo è la più grande catastrofe culturale del nostro tempo. Forse anche peggio del fascismo, perché più subdolo e sotterraneo perché seduttivo e apparentemente vincente. Il berlusconismo ha introdotto la cultura di mercato, quella in cui tutto si compra e si vende, dai senatori ai minorenni”. Certamente dunque, le TV berlusconiane hanno fatto un danno enorme nella testa dei ragazzi e delle ragazze. A nulla serviva più l’impegno e lo studio, bastava avere una bella immagine. Inoltre la terribile legge elettorale delle liste bloccate portò in parlamento molte veline amiche del capo. Certamente bisogna ammettere che il centro sinistra non ha saputo fare una grande battaglia su questi temi, anche perché, la sinistra stessa, ha subito colpi mortali dal populismo imperante prima della Lega, modello Bossi e poi dal M5S di Grillo. Nella nostra società si sono affermati concetti pericolosi. I partiti e lo stesso parlamento erano considerati orpelli inutili. Quando la democrazia viene vissuta come impedimento siamo vicini alle autocrazie.

– Cosa auguri alle donne nel giorno della loro festa?

Auguro di continuare a battersi per affermare la loro autonomia e la loro dignità. Ancora molto resta da fare per la parità salariale e per i diritti, ma ho grande fiducia: oggi le donne vincono i concorsi in magistratura, affollano da medici le corsie degli ospedali, si affermano nella ricerca. Le giovani donne, anche nel “Caffè letterario” che abbiamo creato a Favara, sono quelle che leggono di più, che discutono, che approfondiscono e che vogliono cambiare la società.

– Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Posso affermare che nella mia vita ho avuto la possibilità di realizzare molti sogni. Dico sempre a tutti che quando ancora a Favara le donne portavano la veletta e vestivano in nero, invisibili sotto i loro vestiti come le donne “talebane”, mia madre mi consentì di sostenere il concorso a Milano e di trasferirmi in quella città. Avevo solo diciotto anni. Per 40 anni ho fatto politica in modo attivo, ricoprendo cariche importanti sia nel partito che nelle istituzioni: per tre volte assessore comunale e poi anche assessore provinciale. Ho seguito negli anni l’evoluzione del PCI in PDS, DS ed oggi PD. Ho comiziato con Giorgio Napolitano, poi divenuto presidente della Repubblica, con Raniero La Valle. Ho conosciuto Emanuele Macaluso grande dirigente comunista, al congresso nazionale PCI di Firenze, sedevo accanto a Renato Guttuso grande pittore siciliano. Come soprano ho cantato in tantissimi teatri del mondo. Oggi voglio dedicarmi ad un nuovo progetto il “ Caffe Letterario” convinta come sono, che con la fine delle grandi ideologie, se vogliamo evitare pericoli di regimi autoritari, occorre formare la coscienza dei ragazzi. I governi negli ultimi anni hanno assestato colpi mortali all’istruzione. La storia recente dell’ Italia e dell’Europa non viene più studiata a scuola, questo è un fatto molto grave. Se vogliamo far vivere la democrazia dobbiamo lavorare per far crescere cittadini consapevoli. Molti dei componenti del “Caffe letterario” sono mie giovanissime alunne e il loro entusiasmo mi aiuterà a realizzare questo progetto a cui credo molto.

Biografia

Sara Chianetta nasce a Favara ( in provincia di Agrigento) nel 1954. Studia all’istituto magistrale M.L.King e si diploma con il massimo dei voti. Qui è allieva del professore di musica Don Calogero Costanza, valente pianista ed organista, che ne scopre la voce e la inizia al canto. Nello stesso anno del diploma, banditosi il concorso magistrale, sceglie Milano come sede per parteciparvi, lo vince e giovanissima, compie 19 anni già in servizio di ruolo a Paderno Dugnano (Milano), comincia la sua carriera di insegnante nelle scuole primarie. Si dedica con grande impegno al suo lavoro avendo attenzione alla cura dei bambini più svantaggiati. Erano anni di grandi tensioni ideali, aderisce al sindacato CGIL scuola e partecipa al M.C.E. (movimento cooperazione educativa). Nel 1978 ritorna in Sicilia insegna prima in provincia di Palermo e poi nella provincia di Agrigento dove rimane fino alla pensione. Nel 94 riprende gli studi di canto lirico con il Maestro Marzio Lauricella, nel 2000 registra il suo C.D. di Arie d’opera con orchestra e coro di Milano diretto da Antonello Gotta. Si esibisce in diversi teatri in tutto il mondo. Oggi le sue Arie si possono ascoltare su www.sarachianetta.it . Intanto continua il suo impegno nel mondo della formazione dei giovani e della cultura. Ha fondato il “Caffè Letterario” di Favara che vede la partecipazione di molte sue brillanti alunne oggi affermate intellettuali.