Ritratti: poeti del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Piero Carbone

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Sabato 5 febbraio dalle ore 18:00 in diretta sui canali social di “Spazio Cultura Libreria “Macaione (https://www.facebook.com/spazioculturalibri) ci sarà la presentazione del libro Poesie sotto il pino. Vientu e stizzania di Piero Carbone pubblicato nella collana editoriale “Spazio Poesia” diretta da Nicola Romano per “Spazio Cultura Edizioni”.

Dopo la breve introduzione dell’editore Nicola Macaione e l’invito alla lettura del direttore Nicola Romano, a dialogare con il poeta Piero Carbone saranno il professore Salvatore Lo Bue, il professore Salvatore C. Trovato che ha scritto la prefazione al libro e il maestro Salvatore Caputo autore dell’immagine di copertina.

Durante l’incontro alcune poesie saranno recitate dall’attore Enzo Rinella. Chiuderà l’incontro la peruviana Gloria Anita Mas Bardalez con la declamazione della poesia Una maleta de rosas, traduzione spagnola di Na biliggi di rosi.ù

Conosco Piero da molti anni ed è sempre un piacere incontrarlo. Piero è un intellettuale che proviene da Racalmuto. E’ un po’ come il mio vicino di casa. E come si dice a Favara: “Cu havi lu bonu vicinu havi lu bonu matinu”! Ci siamo incontrati e confrontati spesse volte su questioni squisitamente culturali sull’uso del dialetto, della lingua, sugli scrittori siciliani. Ho musicato alcune sue poesie. Abbiamo seguito un corso all’Università di Palermo, proprio sul dialetto, indirizzato ai docenti e finalizzato all’applicazione della legge regionale 9/2011 sulla valorizzazione del patrimonio linguistico nelle scuole. Ci siamo trovati a San Vito Lo Capo con Carlo Puleo, Marco Scalabrino ed altri amici a ritirare il Premio Magister Vitae. Abbiamo scritto due racconti brevi per la collana “Coup de foudre” dell’editore Aulino diretta da Accursio Soldano. Con Piero abbiamo in comune l’amore per la Sicilia e per le tradizioni popolari.

Il suo ultimo libro, dal titolo Poesie sotto il Pino, ripartito nelle sezioni Vientu e Stizzania, è un viaggio intorno ai poeti del mondo. E’ un sogno ad occhi aperti nelle terre di Racalmuto, a Zaccanello, libero tra il verde, i cinguettii, i fiori e i colori della natura, un luogo poco distante dalla Noce di Leonardo Sciascia. In contrada Buovo ha trascorso parte della sua infanzia, ma a Zaccanello, suo buenretiro, ha scritto alcuni dei suoi libri. Leggendo con attenzione Poesie sotto il pino, pubblicato con Spazio Cultura, mi viene in mente lo stile immediato di Ignazio Buttitta e di Ignazio Russo: i versi arrivano diretti al cuore della gente. La poesia non morirà mai ed è legata ai misteri della vita.Anche per questa silloge va detto che diversi testi sono stati musicati o eseguiti da molti compositori e cantanti: A Nova Orquestra, Coro Polifonico Terzo Millennio, Compagnia di canto e musica popolare, Joe Baiardo, Luigi Balistreri, Maurizio Piscopo, Salvo Di Salvo, Giana Guaiana, Angelo Indaco, Caterina Latina Sacco, Piera Lo Leggio, Domenico Mannella, Alberto Noto, Luce Palumbo, Maridina Saladino, Ezio Noto, Antonio Zarcone.

Recentemente a Roma, nella Protomoteca del Campidoglio, è stato assegnato il Premio nazionale organizzato dall’UNPLI “Salva la tua lingua locale” per la Ballata di Polifemu e Testa di Turcu con testi di Piero Carbone e musica di Antonio Zarcone. Sempre con Antonio Zarcone parteciperà alla sezione Nuovo Sud organizzata dalla studiosa Dagmar Reichardt all’interno del convegno internazionale AIPI (Associazione Internazionale Professori di Italiano) che si terrà in autunno a Palermo per l’anniversario verghiano.

Nelle epigrafi o nel corpo delle poesie, quasi in un dialogo serrato e plurilingue, sono citati: Guido Ballo, Giuseppe Bonaviri, Mark Zuckerberg, Mario Ciola, Nino Pino, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Giacomo Giardina, Dante Alighieri, Camillo Boito, Charles Baudelaire, Arturo Petix, Giovanni Verga, Ignazio Russo, Miguel De Cervantes, Alexander Hardcastle, Pio Luigi Lo Bue, Bernardino Giuliana, Giuseppe Giovanni Battaglia, Vincenzo Licata, Gianni Di Stefano, Antonio Castelli, Jorge Luis Borges, Pedro Calderon De La Barca, Nat Scamacca, E. Chiarelli, Dario Bellezza, Arthur Rimbaud , Juan Ramòn Jmenez, Carnino Ghilberti, Giuseppe Pedalino Di Rosa, Alessio Di Giovanni, Giuseppe Cavarra, Pier Paolo Pasolini, Vincenzo Arnone, Pedro Cieza De Leòn,

– C’è ancora un tempo per scrivere poesie? E qual è il tempo della poesia?

Fino a quando questa domanda andrà di pari passo con l’altra, insoluta e sempre in progress, che Benedetto Croce poneva all’Estetica e cioè “che cos’è la poesia?”, sarà sempre il tempo della poesia appunto perché non si può determinare dogmaticamente quale sia il tempo della poesia e quale non lo sia.

– Quali sono le parole del tempo perduto?

Una potrebbe essere “accattari” con significato di “partorire”, come indicava il compianto Roberto Sottile che cito nel libro. Ma ne aggiungerei altre, “stizzania”o”stizzana”ad esempio. O “ammurrari”. Comunque, alterna è la sorte delle parole in confronto al tempo perduto che a volte diventa un tempo ritrovato.

– Quando nasce il libro “Poesie sotto il pino”?

L’idea del libro durante il Lockdown ma alcune poesie sono ad esso preesistenti.

– Come mai sotto il pino?

Qualche poesia è stata concepita realmente sotto il pino di contrada Zaccanello. Nell’immaginario però sono sopraggiunti altri pini, come quello stilizzato di Salvatore Caputo della copertina del libro o quello epicizzato da Joaquín Díaz González nel “Canto de ronda de Tierra de Pinares”.

– Si può tenere la luna sotto le coperte come ha scritto nella colta introduzione il Professore Salvatore C. Trovato?

Non solo la luna, altrimenti a che serve la poesia? La luna comunque è stata sempre docile alla poesia, alle sue fantasie, da sempre. Come non ricordare la sorte che gli tocca in Lunaria di Vincenzo Consolo? La luna addirittura cade e il Viceré diventa Luna. “E invocherò te pure / Lunaria del mio sogno”.

– Finché ci sono ricordi e speranze, finché c’è una donna attraente c’è poesia…

Lo dice Gustavo Adolfo Bécquer con fantasia e passione, con tanta passione. Fino a morirne, e non in senso figurato. Le poesie che ci ha lasciato sono di una rara sensibilità ma l’essere poeta può comportare un costo altissimo.

– Quando spuntano le corna alla luna?

Quando sulla terra e nel cuore degli uomini le cose e i pronostici si mettono male. Le sue cuspidi diventano pugnali dove i sogni s’impigliano e si sfilacciano.

– In una tua poesia “Quello che è stato è stato” tutto finisce con un abbraccio e con il perdono sembra un’immagine della Bibbia, ama il tuo nemico…

In realtà è un controcanto laico del modo di dire popolare “Li gradi su di fierru e fannu cruci/diavuli addiventanu l’amici”. Il modo di dire è pessimistico, anche se in parte vero.

– Che cosa sfugge all’uomo della natura, quando brucia una stella?

Tutto, proprio nel momento di maggiore presunzione quando si ritiene di averla ingabbiata in numeri e formule. Il non scienziato ovvero il poeta Pascoli, al termine della poesia X Agosto, lo sa. Per lui le fatue stelle cadenti sono le lacrime del cielo.

– Puoi commentare un verso della tua poesia:-“Se sei di paese non porre domande”…

Non porre domande perché purtroppo si sanno già le risposte (che non si vorrebbero avere) di disincanto.

– Tutto è chiaro fino ai vent’anni. Poi che succede?

A volte tutto l’opposto di quello che uno aveva vagheggiato prima.

-“Luna stasira ti curcu cu mia / sutta li linzola, chi lustrura! / Li stiddri friddi, n’celu senza matri, / scappanu n’cerca d’iddra scunsulati”…

Un’antirivoluzione copernicana, antropocentrica.

– Li vaneddra di lu me pasi sunnu li me vudeddra…

L’immagine è di Borges, io l’ho semplicemente tradotta in siciliano, applicandola ovviamente ad altre terre e ad altre “budella”.

– Fermati acqua fermati vientu. / Mazzamauriedru, vattinni a lu mpiernu!

Sembra un comando, ma è solamente una impaurita invocazione. Oggi si direbbe “Fermati, virus!” Con quali risultati?

– La fine del dialetto ci ha resi tutti più poveri, noi stiamo perdendo una corda al giorno ha scritto Ignazio Buttitta nella poesia Lingua e dialettu…

La colpa non è del dialetto, non è decaduto perché inadeguato ma è stata l’inadeguatezza del concetto di unità nazionale e forse una iniziale arrendevolezza dei dotti a non comprendere il dialetto e a non valorizzarlo nella sua ricchezza, nel suo valore identitario: anzi, proprio per questo, si è cercato di farlo decadere. Insomma, la politica l’ha affossato; l’ha mortificato il modello borghese di emancipazione. Per fortuna da qualche tempo a questa parte c’è il tentativo di recuperare ciò che prima è stato reso quasi un rudere.Nelle canzoni di molti cantanti è stato sdoganato. Per quel che conosco, il lavoro portato avanti dalle università di Palermo e di Catania è ammirevole. E a intermittenza anche da parte di politici illuminati.

– Esiste una serenata amara? Affacciati alla finestra , o luna piena per cantarti la mia vita amara”

Sono versi popolari: evidentemente sono specchio di un sentire la vita come un peso, e ragioni ce ne saranno state tante. Anche lo status sociale decretava chi doveva essere sazio e chi no, chi felice e chi no. La luna consolava, anche se lontana e in cielo, visto che non lo faceva chi doveva farlo in terra.

– Perché si costruiscono ancora muri dopo la caduta del muro di Berlino?

Per ragioni ancora più piccole e frammentate di quelle che hanno portato alla costruzione del muro di Berlino. Proprio per questo riprovevoli. Ma l’uomo è stupidamente ripetitivo.

– Cosa è diventata la Tv e cosa trasmette ?

E’ la corte di cassazione delle mode, il regno dei tuttologi e degli opinionisti zippati e cronometrati. E’ l’ Olimpo dello share e della pubblicità. In misura preponderante però trasmette superficialità. “E piango e rido davanti alla televisione” ha scritto il regista Pupi Avati in una lettera indirizzata alla Rai. Dopo un’analisi impietosa, indica con coraggio utili correttivi per i media in generale e per la televisione in particolare.Uno su tutti: “sconvolgere totalmente i palinsesti” per dare al paese “l’opportunità di crescere culturalmente”.

– Puoi commentare questa frase:- “Con Garibaldi hanno sparato sulle ali della speranza”.

Dell’aspirazione a giustizia e libertà dei siciliani, dei meridionali, se ne sono serviti altri per altro, vanificando ogni conato di riscatto. Bronte è un solo un esempio. I restii al nuovo ordine, con vecchi privilegi e nuove schiavitù, li hanno chiamati briganti.

– “Scrusciu di carta e scrusciu di catina , / scrusciu di notti e scrusciu di matina.” Cosa rimane della cultura dei carrettieri?

Il valore simbolico del viaggiare, dell’intraprendere un cammino per lavoro, per dovere, di un andare per ritornare più carichi o più ricchi. Imprevisti compresi. Col sottofondo del rullio delle ruote cantavano sotto il sole cocente o col chiarore lunare. Come dire, ci hanno lasciato un simbolo: il viaggio della vita è accidentato ma ravvivato dall’arte.

– Cosa resta della cultura dello zolfo e del gesso?

Una memoria vacillante e non produttiva come dovrebbe. Il valore simbolico del giallo e del bianco. Ma è poco rispetto alla ricchezza insita. Dello zolfo comunque son piene le “fosse”, c’è tanta letteratura di vario genere, del gesso se ne dovrebbe riparlare.

-E dei cantastorie?

Ce n’è bisogno, della loro arte, della loro umanità, come antidoto al vorace turbine del web che tutto fagocita e tutto riduce – uomini cose sentimenti idee – a indistinta poltiglia, obliabile purtroppo.

– Tre poeti di Sciacca sono citati nel tuo libro (che è un viaggio intorno al mondo), Ignazio Russo, Ignazio Navarra e Vincenzo Licata. Un tuo breve ricordo…

Non avevo fatto caso alla coincidenza onomastica. Mi ha colpito il loro sguardo poetico proiettato nella storia, nell’attualità, nell’ambiente, tramite e oltre il dialetto. Ignazio Russo l’ho sentito recitare tanti anni fa e conservo un mitico ricordo. Con Ignazio Navarra mantengo una frequentazione che mi arricchisce. I versi di Vincenzo Licata sono tutt’uno col gruppo bronzeo situato alla marina di Sciacca, vi è immortalato lo sguardo del Poeta intento a scrutare barche di pescatori all’orizzonte.Mi piacerebbe recitare la poesia a lui dedicata in questo scenario naturale. Magari un giorno lo farò in compagnia di Ignazio Navarra.

– Il solo moderno è Dio. Che significato ha questa frase?

Che Dio è contemporaneo a tutte le epoche che si inseguono, a tutti gli uomini che si avvicendano. Non so perché ma la poesia in cui esprimo questa idea l’ho concepita costeggiando il tempio di Segesta.

– Quali sono i tuoi progetti per questa pubblicazione?

Questo libro ormai è fatto e non vorrei aspettare un altro Lockdown, per farne altri, preferirei non farne. Per fortuna ci sono altri libri in cantiere, e non solo di poesia. Contemporaneamente non vorrei trascurare la collaborazione, finora proficua, con musicisti e cantanti, per dare alle parole un’altra chance, un’altra vita attraverso la musica.

Biografia

Piero Carbone ( Racalmuto 1958)

Vive a Palermo. In dialetto ha pubblicato A lu Raffu e Saracinu (1988), La luna (1994), Pensamenti (2008), Venti di Sicilinconia ( 2009),The Poet Sing for All, Lu Pueta canta pi tutti con traduzione inglese di Gaetano Cipolla. Ha promosso l’attività di alcuni pittori siciliani e realizzato cartelle d’arte. Fra ricerca e innovazione, ha curato le rappresentazioni:La vinuta di la Madonna di lu Munti, (1980), Zmaragdos. Arti in coordinamento e ricerche etnografiche (1985), Nivuretta. Storii di carritteri e lavanneri (1988), Dialogo nel bosco, (2002).Diversi suoi testi sono stati musicati o eseguiti da diversi musicisti e cantanti. In lingua ha pubblicato: Sicilia che brucia(1990), Il mio Sciascia (1990), Notturno in via Atenea (1994), Eretici a Regalpetra, Il giardino della discordia. Racalmuto nella Sicilia dei Whitaker, (2006) L’uomo che ebbe due funerali(2019). Intervista “polifonica” a Etta Scollo a cura di Dagmar Reichardte Piero Carbone (AIPI, Siena 2018)

Per le fotografie si ringraziano : Gloria Mas, Laura Carbone e Angelo Pitrone.