Ho conosciuto Salvo Battaglia presso la libreria Modus Vivendi il 30 giugno di quest’anno in un incontro speciale organizzato da Ottavio Navarra e Fabrizio Piazza insieme agli scrittori Daniele Billitteri, Roberto Puglisi, e Adelaide Costa. “Pura” è il terzo volume della collana Itaca, diretta da Claudio Fava. In una città senza nome, quattro vite si sfiorano e si deformano dentro una trama fatta di desideri rimossi, segreti, colpa e ossessione. Salvo Battaglia è un personaggio simpatico e colto che ti mette subito a tuo agio. Ma andiamo a conoscerlo meglio…

-Quando nasce il tuo amore per i libri e qual è il potere di un libro?
Durante gli ultimi anni di liceo. Fino ad allora, avevo letto poco rispetto ai miei coetanei. I libri diedero libertà a quel ragazzino, allargarono i suoi orizzonti. Credo che il loro potere principale sia proprio questo.
-Quanto è importante l’uso della parola nel mondo in cui viviamo?
Credo che se dessimo maggiore peso alla parola e, in particolare, alla parola scritta, anche sui social, la nostra civiltà farebbe un balzo avanti, se non altro in termini di bellezza.
-A cosa serve scrivere in un paese dove si sfornano ottantamila libri al giorno?
A trovare le parole giuste, quelle che possano nominare meglio ciò che siamo e la realtà in cui viviamo. E, come diceva Kerouac, le parole giuste saranno semplici.
-Una volta si diceva che il nostro era il paese dei Santi, dei poeti e dei navigatori, oggi è diventato il Paese degli scrittori edi pochissimi lettori?
Siamo il Paese in cui tutti parlano e pochi si concedono il tempo di ascoltare. Forse gli scrittori, in senso stretto, non sono aumentati: è diminuito il silenzio. E senza silenzio non nasce né una buona pagina né un buon lettore.
-Cosa hai appreso frequentando la scuola di Claudio Fava?
Una delle cose che mi porto dietro con maggiore gusto è la disobbedienza. Che non è caos. A volte per disobbedire occorre essere semplici, altre ancora spingere la parola oltre la buona norma. In definitiva, è un lavoro di puro artigianato.
-Nel tuo libro Pura pubblicato da Navarra Editore ci sono quattro storie in una città che non ha un nome, sembra la trama di un film da mistero?
I personaggi hanno voluto contraddire chi pensa che la narrazione richieda un paesaggio ben definito. Per questo, hanno scelto di non rivelare il nome della città. Anche il loro è un gesto di moderata disobbedienza.
-Quando è nato questo libro, qual è stata l’ispirazione?
Claudio Fava ci aveva chiesto di arrivare con un’idea. Non una trama, proprio un’idea essenziale. Man mano che gli altri dicevano la loro, mi convincevo sempre di più che avrei risposto “Senti, ho avuto da lavorare…”. Quando fu il mio turno, venne fuori qualcosa che solo lontanamente somiglia a Pura.
-A quale pubblico si rivolge il tuo libro?
A chiunque. In questo, Pura è molto democratico, parla con tutti e ascolta tutti, anche coloro che hanno vite apparentemente più semplici dei quattro protagonisti. Non ci sono alibi, nessuno può chiamarsi fuori.
-Che cos’è la follia, qualcuno ha scritto che se non ci fosse la follia non ci sarebbero le cose belle del mondo. Puoi commentare questa affermazione?
La follia è un’etichetta che spesso diamo a chi vede il mondo con occhi diversi. Se resta umana e non distrugge, è la scintilla da cui nascono l’arte, l’amore, i cambiamenti.

-Il bene e il male certe volte si confondono nelle apparenze…
La tradizione dalla quale veniamo riposa sulla netta contrapposizione tra bene e male. E, in parte, è davvero così. Resta il fatto che le vite che viviamo sono più complesse delle definizioni che ci diamo. La stessa parola “Pura” evoca una dimensione angelica, no?
-È possibile che nel tuo libro ci sia qualcosa tratto dal mondo pirandelliano, soprattutto quando parli di maschere e finzioni?
Anche altri me lo hanno chiesto. E, in effetti, viene facile pensare alla contrapposizione tra forma e vita.Che ci si creda o no, la verità è che, mentre scrivevo Pura, ho pensato più ai Pink Floyd che a Pirandello.
-Gli avvocati secondo Luigi Pirandello hanno una marcia in più e ne sanno una in più del diavolo, ti riconosci in questa descrizione?
Dovrei contraddire Pirandello? Non è facile. Non so quanto ne sappia il diavolo. So, però, che gli avvocati sono un baluardo per la difesa dei diritti di tutti, anche di quelli del diavolo. Ce lo impone la Costituzione, bellissima e attuale.
-Jorge Luis Borges afferma che non è stato Dio a creare il mondo, ma sono i libri ad averlo creato. Cosa ne pensi?
Dovrei contraddire Borges? Non è facile. Credo, però, che l’idea del divino sia nata con l’uomo, ancora prima dei libri. In ogni umano esiste una scintilla creatrice, qualcosa di profondamente divino che si manifesta nei gesti quotidiani, nella capacità di immaginare, costruire e dare senso al mondo. E questo va oltre qualsiasi credo religioso.
-Ti piacerebbe scrivere un libro a quattro mani?
Al tempo dell’università, scrissi tre racconti a quattro mani con Luca Lucchesi, uno dei miei colleghi più illuminati. Ci ispirammo ad una serie di simulazioni processuali organizzate dal professoreVincenzo Militello, un genio. Non ci pareva vero unire diritto e letteratura. Adesso Luca fa il regista, lavora con Wim Wenders.

-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Vivere il presente.
Nota biografica
Salvo Battaglia è nato nel 1984 a Palermo, dove esercita la professione di avvocato penalista. Dopo la laurea, ha conseguito il Master di II livello in “Analisi, prevenzione e contrasto della criminalità organizzata e della corruzione”.
Ha esordito nel 2014 con il saggio “Del delitto e della pena nel pensiero di Leonardo Sciascia”.






