Sabato 26 settembre, nella Chiesa Cattedrale di Palermo, per l’imposizione delle mani e la preghiera di ordinazione dell’Arcivescovo Mons. Corrado Lorefice, sono stati ordinati i diaconi Antonino D’Alia della Parrocchia San Giovanni Apostolo in Palermo, Giuseppe Notte della Parrocchia Santa Maria Maddalena in Ciminna, Sergio Scozzaro, della Parrocchia San Francesco d’Assisi in Misilmeri e Leonardo Renda della Parrocchia Maria SS. Mediatrice in Palermo, originario di Ribera.
Domenica 27 settembre alle ore 11,00 presso la parrocchia Maria SS. Mediatrice di Palermo ha avuto luogo la celebrazione eucaristica del novello presbitero. Per il 3 ottobre è previsto alle ore 17,00 l’arrivo a Ribera nella parrocchia di San Giovanni Bosco e, a seguire, si svolgerà la celebrazione dell’Eucaristia nella chiesa madre.

A pochi giorni dall’ordinazione abbiamo incontrato don Leonardo Renda e gli abbiamo chiesto di raccontarsi e di condividere con i nostri lettori la gioia di questo momento così importante della sua vita. (cfr. “L’Amico del Popolo” n.30/2026, pag.6)Trenta due anni ha conseguito una licenza in Ecclesiologia alla Facoltà Teologica di Sicilia “San Giovanni Evangelista” di Palermo. “Lo studio della teologia – ci ha raccontato – non è stato per me soltanto un percorso accademico, ma ha accompagnato e sostenuto un’adesione al Signore sempre più consapevole e matura.
Ogni vocazione ha una sua storia unica e un momento di svolta. C’è stato un incontro, una persona o un’esperienza particolare che ti ha fatto dire: “È questa la strada che Dio vuole per me”?

È vero: Ogni vocazione ha una sua storia unica e un momento di svolta. Ogni vocazione è un capolavoro originale, fatto di pennellate, colori e sfumature che, nel corso degli anni, compongono lentamente un disegno. Anche la mia storia è stata così. Non c’è stato un unico momento nel quale tutto è diventato improvvisamente chiaro, ma un cammino fatto di incontri, persone, esperienze, gioie, prove e domande che, poco alla volta, mi hanno condotto a una maturità tale da poter pronunciare il mio sì in modo pieno e consapevole. Ci sono stati momenti di prova, di incertezza e anche di scoraggiamento, ma mai veri ripensamenti rispetto a quella prima intuizione che avevo custodito nel cuore: diventare sacerdote. Una vocazione va custodita e difesa, perché è un dono prezioso che il Signore affida alla nostra libertà. Oggi sento il mio ministero come una chiamata cucita su misura, che mi sento addosso, che sento profondamente mia, quasi fosse cresciuta insieme a me.”

Ci sono stati momenti nel tuo cammino in cui Dio ti è sembrato “silenzioso” o assente? Come hai vissuto quel deserto e cosa ti ha permesso di rimanere fedele?
“Ciò che mi ha permesso di rimanere fedele – ci dice don LeonrDO – è stata la sua fedeltà. In questi anni di formazione e lungo tutto il mio itinerario vocazionale ho sperimentato la presenza costante del Signore. Anche quando non riuscivo a riconoscerla immediatamente, ho avuto la certezza che Lui non si sarebbe tirato indietro e che, nonostante i miei limiti, le mie cadute e le mie fragilità, sarebbe rimasto fedele a quella parola che un giorno mi aveva rivolto e che non ha mai revocato. Ho conosciuto soprattutto la sua Misericordia. Ed è proprio questa, forse, la forma più concreta con cui ho sperimentato la sua fedeltà: sapere di poter ritornare a Lui ogni volta e di poter ricominciare ancora, con un cuore più fortificato e rinvigorito dal suo amore.”
Guardando indietro alla tua storia, alla tua famiglia e agli amici di sempre, chi sono le persone che in questi anni ti hanno preso per mano e sostenuto?
“La storia di ciascuno di noi è fatta di presenze, di incontri, di amicizie, di conoscenze e di persone che, spesso senza neppure rendersene conto, lasciano un segno profondo nella nostra vita. Per questo sento anzitutto di dover essere grato al Signore per la mia famiglia e, in modo particolare, per i miei genitori e per mia sorella. Pur essendo più piccola di me, è stata ed è per me una grande maestra di discepolato. La sua vita, la sua semplicità e il suo modo di stare davanti alle cose mi hanno insegnato molto.

I miei genitori, da sempre, sono stati per me modelli e, nello stesso tempo, il sostegno più grande. Mi hanno educato alla fede e mi hanno testimoniato, con semplicità, l’amore per il Signore della vita e la gratitudine per la sua Provvidenza. Nella nostra casa la carità è sempre stata qualcosa di concreto: l’accoglienza, l’amicizia, l’ospitalità, l’attenzione a chi aveva bisogno. È una fede che ho imparato più con gli occhi che con le parole. E poi ci sono stati i miei nonni. La loro fede semplice e genuina è stata per me una vera scuola di vita, forse la più grande “teologia” che abbia ricevuto. Attraverso di loro ho imparato che il rapporto con Cristo non è fatto soltanto di grandi discorsi, ma di gesti quotidiani, di preghiera, di fiducia, di fedeltà e di amore vissuti dentro gli eventi concreti della vita, soprattutto nelle sofferenze e nelle fatiche.
Accanto alla mia famiglia – continua don Leonardo – ci sono poi tantissime persone che hanno accompagnato il mio cammino: sacerdoti, amici, comunità e compagni di viaggio. Tra i sacerdoti sento di ricordare, in modo particolare, padre Lentini, che ho sempre osservato con grande ammirazione per la sua apertura mentale, forse anche oltre l’immagine che poteva dare di sé; padre Giacinto Di Franco, padre Alfredo della Greca, padre Antonio Nuara e padre Emanuele Casola. Sono alcuni dei sacerdoti che, fin da piccolo, ho guardato con ammirazione e che, certamente, hanno posto nel mio cuore piccoli germi di vocazione.

Qual è la cosa che, nella vita di tutti i giorni, ti fa sentire più vivo e ti fa pensare: “Che bello essere prete oggi”?
“Mi fa sentire vivo la certezza di essere un chiamato, ma anche la gioia di condividere la vita con tanti fratelli. Mi nutrono gli incontri, le relazioni, le conversazioni, le risate, la possibilità di stare con i giovani, che nel mio cuore hanno un posto particolare, insieme agli ammalati. Sono cresciuto all’ombra del santo della mia parrocchia di Ribera: San Giovanni Bosco, di cui non sono soltanto devoto ma è per me un modello di sacerdote educatore e Santo. Mi dà gioia la scoperta, sempre nuova, che c’è più gioia nel dare che nel ricevere. E mi commuove poter riconoscere la presenza di Cristo nelle persone che incontro. Forse, in fondo, “che bello essere prete oggi” significa proprio questo: poter stare in mezzo alla gente e vedere, dietro ogni volto, una storia amata da Dio.”
Don Carmelo Petrone
Direttore de L’Amico del Popolo di Agrigento





