Caltabellotta: Intervista a Leandro Picarella, il regista del film “Triokala”. Una pellicola tra religiosità, tradizione, storia umana e natura.

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Abbiamo incontrato ad Agrigento Leandro Picarella, giovane regista, autore del film “Triokala” che è stato proiettato nel dicembre scorso a Caltabellotta nell’aula magna della scuola media “De Amicis”, alla presenza delle istituzioni e di tanti caltabellottesi curiosi di conoscere quanto il regista agrigentino aveva filmato nei lunghi mesi di lavoro. Ecco nell’intervista la genesi e la lavorazione della pellicola.

  • Come è nata l’idea del film su Caltabellotta ?

“Tutto è cominciato il giorno in cui sono tornato in Sicilia dopo diversi anni di studio e lavoro a Firenze e un po’ di viaggi in giro per l’Europa. Tornavo per cominciare i corsi del Centro Sperimentale di Cinematografia di Palermo, che da qualche anno era sorto all’interno dei Cantieri Culturali della Zisa. Non ero entusiasta di tornare in Sicilia, devo ammetterlo, a Firenze avevo una vita tranquilla e tanti amici anche se non ero pienamente soddisfatto dal punto di vista del lavoro artistico; col tempo, però, ho trasformato le paure in opportunità: decisi che avrei approfittato degli anni a Palermo per conoscere il cuore della Sicilia”

  • I tempi di lavorazione ?

“Ecco che entra in scena Caltabellotta. Proprio il primo giorno al CSC, incontro un vecchio amico antropologo, il Prof. Nino Frenda, che si trovava lì per un convegno. Non ci vedevamo da anni ma ricordavo perfettamente i suoi interessi e il suo lavoro, gli dico subito che alla fine del mio periodo palermitano avrei voluto realizzare un film documentario di natura antropologica. Per farlo, avrei dovuto fare le mie ricerche nei tre anni successivi. È così ho fatto. Ovviamente col tempo l’idea iniziale è cambiata e il tema, soprattutto: Uomo, natura e spiritualità”.

  • Cosa ti ha colpito subito di Caltabellotta ?

“Qualche mese dopo, con Nino e alcuni amici e collaboratori, sono arrivato a Caltabellotta. Eravamo lì per intervistare Zu Emanuè, un anziano pranoterapeuta contadino, capace di maneggiare serpi e vipere e di produrre un benefico unguento per la cura di traumi e ferite. La semplicità e l’amore che sgorgava da quel piccolo grande uomo mi avevano conquistato: il suo volto, antico e sorridente, le sue mani grandi e calde come bracieri ardenti. Una persona magnetica.

Quello stesso giorno, dopo aver visto la totalità del paese da un’angolazione stupenda e, al tramonto, ammirato le sue chiese e i suoi silenzi, percepito i suoi ritmi lenti ed essermi immerso nella sua nebbia, decisi che avrei girato lì il mio film. Sentivo che in quel contesto potevo toccare con mano le mie radici e respirare un’aria antica eppure ancora oggi vibrante; un luogo, una dimensione universale, in grado di restituire per immagini quell’atmosfera di profonda e antica connessione tra uomo e natura”.

Come hai lavorato e qual è il significato del film ?

“Ero anche conscio del fatto che la storia sarebbe arrivata da sola. Era già lì e mi stava aspettando chissà da quanto tempo. Nei successivi due anni non ho fatto altro che “ascoltare” il paese, sentirlo. E così ho meditato in ogni angolo, anfratto, vicolo, altare, promontorio, “vanedda”, prima da solo poi con la troupe composta da Andrea Josè Di Pasquale, Andrea Tedesco, Marinella Muratore, Emanuele Pasquet e Jacopo Ferrara. E la storia è arrivata, e con essa tutto il resto: gioia e dolore, entusiasmo e depressione, difficoltà produttive e umane, pochi mezzi ma anche tanta volontà e la consapevolezza che lo “sguardo” era quello giusto . Una bella odissea, ma alla fine Triokala era pronto, era nato.

Ciò che volevo realizzare era un film in cui la religiosità – o meglio la spiritualità del luogo – avrebbe fatto da contorno ad una storia umana, vera. Una cornice antica dentro cui dipingere un mondo in dissoluzione, le ultime tracce di un sapere antico che si confronta con la contemporaneità e con tutti i benefici, ma anche i disastri, che questa comporta”.

  • Parlaci dell’aspetto religioso e dell’incontro con il comitato della festa della Madonna Immacolata.

“Un altro incontro fondamentale è stato quello con il Comitato della Madonna Immacolata, un gruppo di ragazzi di diverse età ma sostanzialmente molto giovani, che da qualche anno ha ripreso un antico rito che veniva svolto nella piazza dell’Itria a Caltabellotta, dove si trova una delle chiese più belle del paese. Sono molto grato a questi ragazzi che già alla fine di settembre, spinti da una grande fede e dal desiderio di condividerla, preparano nei minimi dettagli l’organizzazione della festa che si svolge l’8 di dicembre. Costruiscono un enorme fantoccio con le sembianze di un diavolo a cui danno fuoco dopo la processione della Madonna Immacolata per le vie del paese. Il mattino dopo, ogni anno, l’acqua della pioggia e il vento, lavano le strade dalle ceneri ripulendo così il paese sia fisicamente che metaforicamente”.

  • Com’è il mondo di Caltabellotta ?

“Il vento e la nebbia sono infatti elementi fondamentali per il film. Rappresentano l’impossibilità di vedere il mondo per come è, nel bene e nel male. L’incomunicabilità del tempo che stiamo vivendo, e della finta socialità in rete. Credo sinceramente che stiamo rischiando di perdere la capacità di guardare il mondo per ciò che è ma soprattutto la capacità di sapere ascoltare. Ecco che la tradizione, il contatto con la natura e la spiritualità ci riportano nel nostro centro, ci aiutano a riscoprirci esseri umani con una nostra meravigliosa interiorità, opera divina. Solo riscoprendo l’arte di sapere osservare e ascoltare, questo mondo in cui sopravviviamo spesso con difficoltà, può tornare ad apparirci vivo, luminoso, vitale; un mondo che sta oltre le coltri di nebbia”.

  • E’ una Caltabellotta da cartolina illustrata ?

“Caltabellotta è metafora della Sicilia ma ancora di più di un mondo antico e vitale, di cui rimangono ormai poche tracce, ma che comunque ci sono. E’ questa la cosa importante. In questo luogo il tempo è ancora scandito dalle festività religiose e dai cicli naturali. La raccolta delle olive, ad esempio, è un momento molto importante per il paese ed io ho voluto raccontarla a mio modo, in una giornata di vento, quando il lavoro è più duro. Non volevo mostrare una Sicilia da cartolina come siamo abituati a vedere sullo schermo e che forse qualcuno avrebbe preferito ritrovare anche in questo film, ma una terra stupenda e difficile, abbondante e arida allo stesso tempo”.

  • Chi sono i personaggi della pellicola ?

“Un film a metà tra documentario e finzione, ovvero un film in cui, a riprese di tipo documentaristico si alterna la messa in scena. Tutto il film, infatti, ha una precisa struttura narrativa costruita nel corso dei vari sopralluoghi fatti negli anni. Ogni personaggio rappresenta qualcosa: Zù Emanuè è il vecchio anziano guaritore contadino, portatore di un sapere antico a metà tra magia e religione; Paolo rappresenta la giovinezza e la tradizione che si rigenera. E’ lui infatti il protagonista del film. Mohamed invece è la Sicilia di oggi, la manodopera a basso costo silenziosa e invisibile, che arriva sull’isola per disperazione e che spesso con disperazione rimane a svolgere i lavori più umili, pur conservando una grande dignità. E’ Mohamed infatti, con il gesto della scena finale, a lanciare un messaggio di liberazione e rappacificamento col mondo. Lo vediamo, infatti, prendere di nascosto le ceneri del Diavulazzu e il giorno dopo salire sul in cima alla montagna e lanciarle in cielo: in quel preciso momento le nuvole scompaiono e il paese si illumina della luce del sole. Così come il terribile veleno della vipera diventa un unguento che guarisce, allo stesso modo le ceneri del Diavulazzu e del serpente legato intorno al suo collo diventano fonte di guarigione non solo per la collettività ma per il mondo intero. Un gesto simbolico e liberatorio, universale nella sua accezione poetica”.

“Ci tengo a precisare però che questa scena è pura finzione e che non si inserisce assolutamente all’interno dei riti e delle festività per la Madonna Immacolata. E’ una mia libera interpretazione, così come lo è tutto il film. La scena stessa è metafora di liberazione e risoluzione, come si evince dalle immagini e dalla musica, scritta ed eseguita dagli straordinari Fratelli Mancuso. Il brano si chiama “Sacrificio” ed è un inno struggente alla Madre Terra, alla Madre di Dio, alla Madre di tutti gli uomini. “

  • “Triokala” è stato già proiettato al Festival Filmaker di Milano. Quali giudizi ?

“Sono molto contento del risultato finale e dei riconoscimenti che il film sta ottenendo, in fondo la sua vita è appena cominciata. E’ un film che si inserisce in un filone di ricerca formale ed estetica ma anche di sensazioni vive che solo le immagini in movimento possono trasmettere. Non è un film pensato per la grande distribuzione, ovviamente, si muoverà per festival e chissà che magari con il passa parola non possa diventare un piccolo caso cinematografico”.

  • Chi ha lavorato con te ?

“Ci tengo a ringraziare l’intera comunità di Caltabellotta, il Sindaco Paolo Segreto e tutta la giunta che un paio di settimane fa mi ha onorato concedendomi la cittadinanza onoraria, Paolo Vetrano, Filippo Di Giovanna e tutto il Comitato dell’Immacolata, Don Giuseppe Marciante, gli amici Salvatore Rizzuti, Pino Parlapiano, Salvatore Roncone, Maria Antonella Grisafi, Caterina Cusumano, Andrea Perrone, Paola Cimino, Sino Caracappa, Franco Piavoli, Daniela Persico, Goffredo Fofi che hanno sostenuto il progetto in tutte le sue fasi, il Presidente e la Preside della Scuola Nazionale di Cinema Stefano Rulli e Caterina D’Amico, la Sicilia Film Commission, la CSC Production e il CSC Sicilia che hanno finanziato e prodotto il film”.

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