CANICATTI’ – Simonetta Agnello Hornby : “La cuccìa e le arancine hanno tradizioni canicattinesi”

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La cuccìa e le arancine hanno pure radici e tradizioni canicattinesi. Lo sostiene la scrittrice siciliana Simonetta Agnello Hornby i cui antenati, le nonne, erano originarie di Canicattì. La scrittrice, palermitana che da oltre 40 anni vive con la famiglia a Londra, ma che torna periodicamente in Sicilia, e in provincia di Agrigento, dove è solita presentare le sue produzioni letterarie, lo sostiene nel suo libro “Il pranzo di Mosè” quando afferma che ambedue le nonne erano molto brave in cucina soprattutto quando, in occasione del 13 dicembre, per la festa di Santa Lucia, erano solite preparare la cuccìa o le arancine.

Agnello Simontta Hornby 2

“Le mie nonne – racconta la scrittrice – erano di Canicattì e la tradizione di casa mia è stata quella di fare la cuccìa e non le panelle o le arancine per Santa Lucia. La maggior parte delle famiglie che conosco, parenti e amici, fanno la cuccìa e non le arancine. L’arancina è rotonda, l’arancino è a forma di piramide. Il ripieno è molto simile. Sono ambedue ottimi. La cuccìa è anche una specialità canicattinese quando i nostri antenati, le nonne, la preparavano con frumento e ceci, conditi da latte, miele o zucchero e talvolta anche da vino novello cotto”.

Simonetta Agnello, che in Inghilterra, a Londra, esercita la professione di avvocato dei minori per far valere i diritti dell’infanzia, racconta di non avere mai cucinato la cuccìa. Precisa che è successo un caso curioso in famiglia. Nei decenni scorsi la nonna materna fece una lauta mangiata di cuccìa e capitò pure che nei giorni successivi l’anziana donna morì, non certamente per essersi saziata di cuccìa.

“Da quella volta in poi – afferma Simonetta Agnello – mia madre non volle sapere più di preparare il cibo tradizionale della giornata di Santa Lucia. A prepararla, invece, è sempre stata la zia Teresa che ce la mandava a casa per consumarla in famiglia. L’abbiamo mangiata tutti, mamma compresa, nonostante l’avversione che lei aveva per la cuccìa, ritenuta a torto fatale alla nonna”.

Oggi la scrittrice italo-inglese, quando in dicembre si ritrova nell’Isola, a Canicattì o a Palermo, la cuccìa continua a mangiarla.

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