Spesso associamo i viaggi più affascinanti a luoghi lontani, a paesi esotici, a culture diverse dalla nostra. Pensiamo che per provare meraviglia sia necessario attraversare continenti, prendere lunghi voli o raggiungere destinazioni dall’altra parte del mondo.
Eppure non è sempre così.
Esistono luoghi straordinari che si trovano a poche decine di chilometri da casa e che, forse proprio perché li consideriamo familiari, rischiamo di osservarli con minore attenzione. Lo Stretto di Messina è uno di questi.

Ci sono viaggi che si misurano in chilometri e altri che si misurano in emozioni. Quello vissuto tra le coste della Sicilia e della Calabria appartiene certamente alla seconda categoria.
La giornata è iniziata a bordo della splendida barca a vela di un nostro amico, un’imbarcazione di sedici metri che sembrava nata per solcare queste acque cariche di storia e di leggende. Il vento gonfiava le vele e ci accompagnava lungo una delle rotte più affascinanti del Mediterraneo.
Proprio osservando quelle vele moderne mi è venuto spontaneo riflettere su quanto sia cambiato il modo di navigare nel corso dei secoli. Oggi una barca a vela riesce a risalire il vento, avanzando anche quando soffia nella direzione opposta alla meta. Nell’antichità non era così semplice. Le navi erano equipaggiate soprattutto con vele quadre, molto efficaci con il vento favorevole ma assai meno quando il vento era contrario.
Questo condizionava profondamente la navigazione. I mercanti e i navigatori che attraversavano il Mediterraneo erano spesso costretti a fermarsi lungo le coste in attesa delle condizioni favorevoli per riprendere il viaggio. Da queste soste nacquero approdi, mercati ed empori che divennero luoghi di incontro tra popoli diversi. In fondo, una parte della storia della Sicilia è stata scritta anche dal vento.

Davanti a noi appariva la Lanterna del Montorsoli, silenziosa custode dello Stretto. Mentre la costa si svelava lentamente, ci venivano raccontate le vicende di quest’area che per lungo tempo fu poco valorizzata. Ancora oggi si possono osservare resti di strutture del passato e, al largo, perfino alcune navi semiaffondate che sembrano custodire la memoria di tempi lontani.
Navigando verso nord abbiamo raggiunto i grandi piloni che un tempo sostenevano i cavi elettrici tra Sicilia e Calabria. Oggi i collegamenti passano sul fondale marino, ma quelle torri continuano a dominare il paesaggio.
Poco oltre si apre il regno di Scilla e Cariddi.
Il mare ha cominciato a mostrare uno dei suoi spettacoli più sorprendenti. Sulla superficie apparivano strani disegni, spirali e vortici, come se qualcuno stesse ricamando sull’acqua. Sono gli effetti dell’incontro tra le correnti del Mar Tirreno e quelle del Mar Ionio.

Qui i due mari si incontrano e si scontrano continuamente. Differenze di densità, temperatura e maree generano movimenti che hanno alimentato per secoli l’immaginazione dei navigatori.
Secondo il mito, Scilla era una splendida ninfa trasformata in un mostro marino dalla gelosia della maga Circe. Dall’altra parte dello Stretto viveva Cariddi, figlia di Poseidone, trasformata dagli dèi in un vortice gigantesco. Per i marinai dell’antichità attraversare queste acque significava passare tra due pericoli mortali. Oggi sappiamo che dietro quelle storie si nascondono fenomeni naturali reali, ma il fascino del mito resta immutato.
La nostra navigazione è proseguita fino a Chianalea, l’antico borgo marinaro di Scilla, conosciuto come la “Venezia del Sud”. Le case sembrano emergere direttamente dal mare. Le viuzze si aprono sull’acqua e il Castello Ruffo domina dall’alto il paesaggio come fa da secoli.
Le acque cristalline ci hanno invitato a fermarci. Il tuffo è stato inevitabile. Nuotare in quel tratto di mare, circondati dai colori della Costa Viola e dal profilo dello Stretto, è stata una delle emozioni più belle della giornata.
Poco dopo abbiamo avvistato alcune feluche, le caratteristiche imbarcazioni utilizzate per la pesca del pesce spada. Con le loro alte torrette e le lunghe passerelle sembrano uscite da un’altra epoca. Rappresentano una delle tradizioni più autentiche dello Stretto.

Ed è stato proprio il pesce spada a diventare il protagonista del pranzo a bordo.
Avevamo con noi del pesce spada preparato dalla mamma di una nostra amica secondo una ricetta tradizionale locale. La fetta proveniva da un grosso esemplare ed era di circa due chili e mezzo di quasi cinque centimetri di spessore. Il sapore era straordinario: intenso ma delicato, con una consistenza compatta e morbida che sembrava racchiudere tutta l’essenza di questo mare.
Durante il pranzo qualcuno ricordò una delle storie più suggestive legate alla pesca del pesce spada, resa celebre da Domenico Modugno nella canzone Lu pisci spada.
La leggenda racconta che quando una femmina viene colpita dalla fiocina, il maschio non fugga. Rimane accanto alla compagna ferita fino all’ultimo e spesso finisce anch’esso catturato. Modugno trasformò questa credenza popolare in una struggente storia d’amore e di fedeltà che ancora oggi commuove chi la ascolta. Forse è proprio questo il fascino dello Stretto.
In pochi chilometri convivono natura, storia, tradizioni e leggende. Le correnti raccontano ancora di Scilla e Cariddi, le feluche continuano a inseguire il pesce spada e il vento gonfia le vele come faceva secoli fa.
Quando nel tardo pomeriggio abbiamo fatto rotta verso il ritorno, il sole iniziava a colorare d’oro le coste della Sicilia e della Calabria.
Guardando il mare che lentamente si allontanava alle nostre spalle, ho pensato che non tutti i grandi viaggi richiedono destinazioni lontane.
Alcuni dei più belli si trovano proprio accanto a noi. Basta soltanto trovare il tempo di guardarli con occhi nuovi.





