Carlo Lauricella è nato a Ribera nel 1948 e vive e lavora tra Palermo e Alghero. Ha iniziato a operare nell’ambito della pittura, per poi dedicarsi all’incisione e alle installazioni, senza tuttavia tralasciare la pittura. Dal 1979 ha esposto le sue sequenze in maniera tridimensionale. Successivamente ha dato vita a installazioni costituite da forme e oggetti dinamicamente integrati nello spazio. Nella sua ricerca è presente un riferimento ai fenomeni del sociale. Le sue opere hanno fatto parte di numerose mostre e rassegne d’arte in Italia e all’estero e sono presenti in collezioni pubbliche e private.


Sintesi delle principali partecipazioni a mostre
• X e XI Quadriennale Nazionale d’Arte – Palazzo delle Esposizioni, Roma;
• «Biennale del Sud» – Accademia di Belle Arti, Napoli;
• Premio Under 40, Associazione Fiumara d’Arte – premiato – Santo Stefano di Camastra (ME);
• Premio Marche – Biennale d’Arte Contemporanea – Mole Vanvitelliana, Ancona;
• «Novecento Siciliano», mostra a cura di Maria Antonietta Spadaro – Minsk, National Museum of Belarus; Museo di Storia e Cultura di Mosca; Museo dell’Accademia dell’Arte; Museu Marítim Drassanes Reials de Barcelona, Barcellona; Palazzo dei Normanni, Palermo;
• «Endless Migration» – opere 2006–2017, a cura di Enrico Crispolti – RISO, Polo Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Palermo, Real Albergo dei Poveri, Palermo.
– Da decenni vivi a Palermo. Cosa ti lega ancora a Ribera?
«La lontananza, sai, è come il vento che fa dimenticare chi non si ama…». E poi: «Più vai avanti con l’età e più vai indietro con i ricordi». Credo che queste due frasi rendano bene il concetto del mio legame con Ribera.
Quando posso, vado a Ribera perché ho bisogno di rivedere i luoghi della mia infanzia e le tracce dove tutto ebbe inizio, soprattutto per quanto riguarda la mia passione per l’arte. Sono i luoghi nei quali mi sono formato e forgiato.
Quando arrivo a Ribera, la prima tappa è al cimitero, dove vado a trovare i miei genitori. Poi passo a vedere la «tana», che si trova sulla terrazza dell’ex casa dei miei nonni: un piccolissimo spazio di appena due metri per uno, che utilizzavo come laboratorio per dipingere.

– Professionalmente, dove hai insegnato e che cosa?
Era il 1974 e stavo per concludere il corso di studi in pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo. Grazie alla stima che aveva nei miei confronti, la professoressa Virginia Paratore mi scelse come assistente alla cattedra di Figura e Ornato Disegnato presso il Liceo Artistico di Palermo.
Negli anni Ottanta entrai nel ruolo di docente, sempre al Liceo Artistico, dove continuai a insegnare fino al 1995.
Nel 1994 partecipai, insieme ad altri seicento concorrenti, al concorso nazionale per le cattedre di Decorazione nelle Accademie di Belle Arti e, classificandomi tra i primi sei, nel 1995 fui nominato docente presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo.
Nel 2010 terminai la mia carriera di docente.

– L’arte e la pittura, nonostante la quiescenza, in che misura ti tengono impegnato?
La quiescenza riguarda soltanto la professione di docente, che ho svolto parallelamente a quella di artista. Quest’ultima, invece, è una vocazione, fa parte del mio essere, è una necessità, è come respirare, mangiare, muoversi.
Per questo continuo a realizzare progetti e a programmare mostre e altre iniziative e, finché il mio fisico e la mia mente me lo consentiranno, continuerò a esercitare questa attività.

– Avevi organizzato dei corsi gratuiti di pittura per i giovani riberesi. Come è andata?
Si è trattato di uno stage della durata di quattro giornate, di quattro ore ciascuna, dal titolo «Incontrarte a Ribera», rivolto a giovani under 25 appassionati d’arte, con l’obiettivo di consigliarli e stimolarli a migliorare le proprie capacità.
Nel complesso, questo primo incontro è stato interessante e lo sarebbe stato ancora di più se si fosse dato seguito ad altri appuntamenti.
L’iniziativa è stata promossa dall’associazione Ri.crea Cultura e dal Comune di Ribera, che ha ospitato l’evento presso la Mediateca.

– Avevi espresso il desiderio di donare al Comune alcune delle tue opere per creare un museo d’arte contemporanea. Ci sono novità?
Come è noto, avevo proposto alla precedente Amministrazione comunale di Ribera la donazione di un congruo numero di mie opere, ma a condizione precisa che venisse costituito un Museo d’Arte Contemporanea con tutti i crismi. Non essendoci state, però, le condizioni oggettive per attuarlo, il progetto è svanito.
La mia proposta di donazione alla città di Ribera resta comunque valida. Bisognerà incontrarsi e confrontarsi con il Consiglio comunale, per capire quali orientamenti e quali programmi esistano per riqualificare Ribera dal punto di vista culturale. Se riscontrerò interesse, avvierò un nuovo iter.

– Alcune tue tele sono composte dai volti di migranti e richiamano le tante morti avvenute nei decenni scorsi nel Canale di Sicilia. Una denuncia rimasta inascoltata?
Le opere che ho realizzato su questa problematica le ho iniziate nel 2006, in occasione della mostra «Ratio Naturalis», che si svolse attorno al lago di Lentini. In quella occasione, simulando un paradossale sbarco di migranti, misi in acqua una zattera con sopra un gruppo di manichini di resina sui quali, utilizzando tonalità di bruni, ocra e rossi, feci emergere pittoricamente la scritta «clandestino».
Questa ricerca si è sviluppata con varie modalità operative e ho prodotto 25 tele sulle quali ho dipinto 283 volti di ex migranti, oltre a installazioni e performance, coinvolgendo i visitatori per farli interagire nelle azioni.
Questo gruppo di opere è stato esposto in Italia, all’estero e, infine, a Palermo, con una grande esposizione organizzata dal RISO, Museo Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea, presso il Real Albergo delle Povere dal titolo “Endless Migration”. Dalle testimonianze lasciate in un album dai visitatori ho potuto constatare che il messaggio di denuncia era stato recepito, ma il problema delle migrazioni continua a esserci.

– Da Palermo vedi Ribera con un altro occhio. Come si potrebbe migliorarla?
Innanzitutto, gli amministratori della cosa pubblica, per quanto riguarda l’ambito artistico, dovrebbero cambiare il loro modo di pensare, abbandonando una sorta di approccio «fai da te». Un comportamento che, a loro modo di vedere, è giustificato dal fatto che l’arte venga considerata un ambito legato alla fantasia e, pertanto, privo di regole. Ma non è così.
Gli amministratori, per fare bene le cose in determinati ambiti, dovrebbero avvalersi di consulenti competenti, in particolare per quanto riguarda la gestione dell’arredo urbano e lo status paesaggistico.
Non si dovrebbe lasciare al libero arbitrio dei proprietari degli edifici la possibilità di intervenire autonomamente sulle facciate, soprattutto su quelle degli edifici storici costruiti con conci di tufo, perché è in gioco l’immagine identitaria di Ribera.
C’è un lungo elenco di edifici di un certo interesse storico che sono stati compromessi da maldestri interventi sulle facciate: installazioni di macchine per il condizionamento dell’aria, porzioni di facciate dipinte creando un effetto patchwork, avvolgibili di colore dissonante e così via.
Per ovviare a queste storture sarebbe necessaria un’ordinanza comunale che stabilisse regole ben precise, sia per i nuovi interventi sia per il ripristino di quelli realizzati in maniera inadeguata.


– Che consiglio daresti oggi ai giovani? Rimanere o andare via?
Una frase di una canzone dice: «Ma i sogni belli non si avverano mai…». Invece, in base alla mia storia personale, posso affermare il contrario: i sogni belli si avverano, ma bisogna volerli.
Non mi sento di sentenziare su questo quesito, perché tutto dipende da una serie di variabili. Ognuno dovrebbe analizzarsi, cercando di capire quali siano le proprie potenzialità, quali obiettivi si prefigga e se Ribera possa offrirgli la possibilità di raggiungerli.
Nell’ipotesi in cui non si ravvisasse alcuna possibilità, allora bisogna ingegnarsi con l’inventiva e, magari, diventare imprenditori di se stessi.
Restare nel luogo dove si è nati e cresciuti, per tutta una serie di motivi, è da prediligere, ma se all’orizzonte non si intravede nulla, allora ognuno vaglierà possibili altri luoghi dove migrare.
– In passato, chi ha saputo dare un contributo concreto alla città?
Non vivendo a Ribera e non conoscendo a fondo la realtà locale, pur mantenendomi informato sugli avvenimenti, mi risulta difficile rispondere con completezza a questa domanda. Inoltre, non vorrei fare torto a qualcuno privilegiando un’altra persona.

– Scorrendo il tuo lungo curriculum si evince che hai fatto parte di importanti mostre sia in Italia sia all’estero, ma ho notato che non hai mai fatto una mostra personale a Ribera. Come mai?
L’idea che comunemente si ha per realizzare una mostra è quella di raggruppare dei quadri, appenderli al muro e considerare il lavoro concluso. Seguendo questa impostazione, più di un amico si è reso disponibile a organizzare a Ribera una mostra delle mie opere in qualche circolo, ma tutte le volte ho dovuto glissare per una serie di motivi.
A partire dagli anni Ottanta, infatti, le mie opere hanno cominciato ad articolarsi nello spazio e sono diventate piuttosto voluminose. Si tratta di installazioni e c’è, pertanto, la primaria necessità di avere un luogo idoneo con cui metterle in relazione con lo spazio e, a Ribera, mi sembra improbabile che ve ne siano.
Ovviamente, da ciò derivano molteplici problemi: il trasporto delle opere, un adeguato allestimento, la pubblicazione di un catalogo, la redazione di un testo critico da parte di uno storico o di una storica dell’arte e, infine, la necessità di un adeguato finanziamento per concretizzare tutto il progetto. Ecco il motivo.






