Giovanni Ruvolo nasce a Ribera il 5 giugno 1953. All’età di nove anni entra nel Seminario minore di Favara, maturando inizialmente il desiderio di diventare sacerdote. Dopo aver frequentato il primo anno del liceo classico presso il Seminario maggiore di Agrigento, ritorna a Ribera e completa gli studi superiori al Liceo classico “Tommaso Fazello” di Sciacca.
Nel 1971 viene ammesso alla Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, dove consegue la laurea nel luglio 1977.
Nel settembre dello stesso anno intraprende la propria formazione cardiochirurgia presso il Centro di Cardiochirurgia di Catania, allora diretto dal professor Benedetto Marino, conseguendo la specializzazione in Malattie dell’apparato cardiovascolare.
Nel gennaio 1979 segue il suo maestro all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, dove consegue una seconda specializzazione in Chirurgia del cuore e dei grossi vasi. Vincitore di concorso, diventa prima Tecnico laureato e successivamente Professore associato

Dal giugno 1982 al dicembre 1983 svolge una fellowship presso il Centro di Cardiochirurgia dell’Università di Tel Aviv, in Israele, approfondendo ulteriormente la propria preparazione clinica e chirurgica.
Nell’ottobre 1999 si trasferisce, in seguito a concorso, all’Università degli Studi di Palermo, inizialmente come Professore associato e successivamente come Professore Ordinario. Qui fonda il Centro universitario di Cardiochirurgia, che dirige fino alla fine del 2014, e istituisce la Scuola di specializzazione in Cardiochirurgia.
Nel 2015, ancora una volta vincitore di concorso, si trasferisce all’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. In qualità di Professore Ordinario, ricopre numerosi incarichi accademici e assistenziali:
• Direttore del Centro di Cardiochirurgia;
• Direttore della Scuola di specializzazione in Cardiochirurgia;
• Presidente del Corso di laurea in Tecniche della fisiopatologia cardiocircolatoria e perfusione cardiovascolare;
• Direttore del Presidio Regionale per la Sindrome di Marfan.

Svolge tali funzioni fino al novembre 2023, quando conclude la propria carriera universitaria e professionale.
Autore di oltre 300 pubblicazioni scientifiche.
Dal 2018 al 2020 è Commissario per l’Abilitazione scientifica nazionale dei professori universitari di prima e seconda fascia.
È stato inoltre Consulente onorario dell’Ospedale Militare di Roma, consulente della Guardia di Finanza e consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sugli errori in campo sanitario e sulle cause dei disavanzi sanitari regionali.
Ha fatto parte dei Consigli di Amministrazione della Fondazione Ri.MED e dell’Empedocle Consorzio Universitario di Agrigento.
Attualmente fa parte del consiglio di Amministrazione del Conservatorio di Musica “Arturo Toscanini” di Ribera.

Nel corso della sua carriera ha ricevuto importanti onorificenze:
• Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, nominato dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi;
• Commendatore dell’Ordine di San Gregorio Magno (Equitem Commendatorem Ordinis Sancti Gregorii Magni), nominato da Papa Benedetto XVI.
1. Nella sua vita c’è stato un bivio: il seminario o gli studi scientifici?
Entrai in seminario contro il volere dei miei genitori, che mi consideravano troppo piccolo, e ne uscii ancora contro il loro parere, perché ormai si erano abituati all’idea che diventassi sacerdote. Non condividevo, però, una formazione che, a quei tempi, considerava la società civile estranea al mondo sacerdotale, quasi una realtà peccaminosa da cui difendersi e da convertire. Conseguentemente, decisi che forse sarebbe stato meglio cercare di salvare i corpi anziché le anime.

2. Perché ha scelto la cardiochirurgia?
Durante il sesto anno di Medicina, il professor Ormea, direttore della Dermatologia dell’Università Cattolica, mi propose di diventare dermatologo. Un amico odontoiatra, invece, mi offrì la possibilità di rilevare tre studi già avviati, appartenuti a un suo cognato recentemente scomparso. Rifiutai entrambe le proposte perché desideravo scegliere una specializzazione chirurgica. Dopo aver conosciuto il professor Marino, decisi di diventare cardiochirurgo. Mi auguro che sia stata una buona scelta: il giudizio spetta soprattutto ai pazienti.
3. È stato a Roma “Tor Vergata”, con una parentesi a Palermo?
Ho lavorato e studiato in diverse università: mi sono laureato all’Università Cattolica di Roma, ho trascorso circa quindici mesi a Catania, vent’anni all’Università “La Sapienza” di

Roma (Policlinico Umberto I) dove, in una piccola stanza del reparto, ho vissuto nei primi tre anni. Ho trascorso diciotto mesi all’Università di Tel Aviv presso il The Chaim Sheba Medical Center.

Per quasi sedici anni ho vissuto a Palermo e circa nove anni a Roma “Tor Vergata”, dove ho concluso la mia carriera professionale all’età di 70 anni.
Tor Vergata: con alcuni collaboratori e specializzandi

Tre studenti si diplomano in cardiochirurgia

Dal 2019 ho avuto l’incarico dell’insegnamento della Cardiochirurgia presso l’Università Cattolica Nostra Signora del Buon Consiglio di Tirana.
Palermo, tuttavia, non è stata una semplice parentesi, ma un periodo importante e fondamentale della mia vita.

4. Cosa non ha funzionato a Palermo?
Il prof. Marino mi chiese di trasferirmi a Palermo perché gli era stato assicurato che al Policlinico “Paolo Giaccone” sarebbe stato istituito il necessario Centro di Cardiochirurgia. Al mio arrivo, però, l’Assessorato regionale alla Sanità mi comunicò che la decisione era cambiata. Fu allora che dissi: «Quando sono andato via dalla Sicilia c’era la parola d’onore; quando sono tornato, soltanto la parola di un’ora: nessuno mantiene ciò che è stato promesso».
In sostanza, a mio giudizio, i vertici della politica regionale, sollecitati dai centri privati, non volevano la nascita di un’altra cardiochirurgia pubblica, nonostante l’Università ne fosse priva. I vertici accademici arrivarono persino a eliminare l’insegnamento della Cardiochirurgia dal Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia. Nonostante ciò, il centro di cardiochirurgia, realizzato in project financing, ha iniziato la sua attività nel febbraio 2003 e sono contento che oggi continui a funzionare dando un ottimo servizio ai pazienti. Per queste ragioni, mio malgrado, decisi di andare via.
Voglio, infine, sottolineare, con grande gratitudine, il fondamentale ruolo che i Media hanno avuto n questa vicenda.
5. Ricorda qualche episodio positivo o negativo della sua lunga professione di cardiochirurgo?
Una delle mie maggiori soddisfazioni è stata la creazione di una cardiochirurgia universitaria pubblica, nella quale, attraverso concorsi pubblici, hanno trovato lavoro oltre cento professionisti della sanità.

Ero felice quando, in terapia intensiva, vedevo negli occhi dei pazienti la serenità di avercela fatta. Terribili erano, invece, i momenti in cui comprendevo che un paziente non sarebbe sopravvissuto: momenti di profonda solitudine e di condivisione del dolore dei familiari.

6. Quanti interventi ha eseguito? Quante persone ha salvato?
Ho eseguito personalmente circa 5.500 interventi e ho partecipato a diverse altre migliaia di operazioni come aiuto o assistente. Ancora oggi è molto gratificante incontrare persone che mi dicono: «Ha regalato tanti anni di vita a mio padre, a mio fratello…».
Un sentito ringraziamento va a tutti coloro, collaboratori, amici e colleghi che, a volte, con “coraggio”, mi hanno supportato e data la possibilità di svolgere la mia attività professionale al servizio dei pazienti. Voglio, inoltre, ringraziare la mia famiglia che mai, nonostante le continue e spesso improvvise assenze da casa, ha condizionato la mia presenza al fianco dei pazienti.
7. Da presidente dell’associazione di volontariato “A Cuore Aperto” continua il suo impegno solidale?
Aver permesso a oltre duecento giovani della Tanzania di studiare e diventare infermieri, tecnici di radiologia e medici rappresenta una delle più grandi soddisfazioni della mia vita. È stato emozionante rivederli felici nei reparti degli ospedali e desiderosi di rimanere nel proprio Paese. Credo che questa sia una delle strade migliori per aiutare i fratelli africani, almeno quelli che non sono costretti dalle guerre e dalla fame ad abbandonare la propria terra.

Upendo, nel 2007 operata al cuore al Policlinico di Palermo, con la piccola Muna
Alex, nel 2006, con i jeans, oggi alla moda

Oggi Alex è al 3° anno di Medicina e Muna è diventata odontoiatra.
Anche la recente esperienza in Polonia e a Montevago per aiutare donne e bambini ucraini mi ha molto arricchito umanamente. Molto importante è stata anche la collaborazione con la comunità “Cristiani nel Mondo” e con numerose associazioni del nostro territorio, sostenute nella realizzazione di alcuni loro obiettivi.
8. Che cosa consiglia a un giovane cardiochirurgo?
“tempo esclusivamente cardochirurgici vengono effettuati anche da cardiologi e radiologi con tecniche minnoninvasive. Rimane quindi un’attività chirurgica particolarmente complessa, soprattutto in pazienti anziani, che richiede un notevole impegno fisico ed emotivo. E’ oggi fondamentale conoscere le lingue, viaggiare e confrontarsi con le esperienze e i metodi di lavoro degli altri Paesi.
9. Perché non ha voluto candidarsi a sindaco di Ribera?
Durante una conferenza stampa a Ribera, dopo aver ringraziato i cittadini, spiegai che non potevo accettare la candidatura per due ragioni. Il mio impegno come sindaco avrebbe compromesso l’attività della cardiochirurgia, avviata da poco; inoltre, ritenevo che ricoprire quella carica, soprattutto a Ribera, richiedesse una preparazione e competenze tecniche e politiche che non possedevo.
Alcuni politici, dopo avermi proposto ciascuno un proprio vicesindaco, cercarono di rassicurarmi dicendo che avrei potuto svolgere il ruolo di sindaco limitando la mia presenza a Ribera al sabato e alla domenica. Se avessi accettato, avrei dimostrato assenza di responsabilità istituzionale sia verso i pazienti che verso i cittadini della nostra città.
Diceva Luigi Einaudi:“Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare”.
10. Quali riberesi del passato hanno dato un contributo importante alla città?
Numerosi cittadini, politici, sacerdoti e componenti delle forze dell’ordine, hanno contribuito, in modi diversi, alla crescita di Ribera. Credo, tuttavia, che la città debba essere particolarmente riconoscente ai fratelli Parlapiano per la realizzazione dell’ospedale.
Un ringraziamento va soprattutto ai nostri nonni e ai nostri genitori, che, con i loro sacrifici in Italia e all’estero, hanno trasformato un villaggio agricolo in una città fiorente, offrendo ai propri figli la possibilità di studiare e di raggiungere elevati traguardi professionali.




