Ribera: Incontro con l’ ex calciatore Pasqualino Borsellino

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Quando il calcio diventa racconto di esperienza e di vita

Pasqualino Borsellino, 70 anni, è uno di quei protagonisti discreti del calcio che hanno vissuto questo sport con passione, serietà e grande equilibrio. Ha giocato per tanti anni tra Ribera, Bologna e Palermo, portando con sé l’esperienza di un calcio più spontaneo, meno costruito, ma ricco di intuizioni e personalità.

Con Pasqualino mi lega una lunga amicizia, anche di famiglia. Ci vediamo spesso e, proprio in occasione di una serata trascorsa insieme ad alcuni amici, è nata una conversazione semplice ma piacevole che mi è sembrato interessante riportare.

Nella conversazione emerge anche un dettaglio che racconta bene la sua personalità. Pasqualino, infatti, parla spesso con grande stima del suo ex compagno di squadra Gian Piero Gasperini. Tra i due esiste una stima reciproca che dura nel tempo, e ogni volta che si parla di calcio, Borsellino non manca mai di ricordarne le qualità umane e professionali. È un aspetto che racconta molto del suo carattere: discreto, rispettoso, e sempre pronto a riconoscere il valore degli altri. Proprio durante quella serata, da una semplice curiosità, nasce la domanda:

“Che differenza c’è tra gli allenatori dei tuoi tempi e quelli di oggi?”

Borsellino sorride, come se quella domanda lo riportasse indietro nel tempo.

«La differenza è tanta. Oggi un allenatore, anche in Eccellenza, ha molte più competenze rispetto a un allenatore di Serie A di trent’anni o quarant’anni fa. Oggi si studia tutto: preparazione fisica, alimentazione, movimenti, tattica. È cambiato completamente il modo di allenare.»

Poi aggiunge che anche ai suoi tempi non mancavano figure innovative.

«Io ho avuto Viciani, per esempio, che negli anni ’70 era considerato rivoluzionario. Ti preparava sui movimenti, ti spiegava tutto: se la palla è qui, tu ti muovi in questo modo; se è da un’altra parte, devi fare un altro movimento. Quando ero giovane, questa cosa mi dava anche fastidio, perché pensavo che certe situazioni non si potessero prevedere.»

Ed è proprio qui che emerge la sua visione del calcio.

«Il calcio è fatto di situazioni improvvise. L’allenatore può prepararti, ma non può prevedere tutto. Negli ultimi quindici metri conta il giocatore: chi è bravo a dribblare, chi inventa, chi tira in porta.»

A questo punto si ferma e aggiunge:

«Ti faccio un esempio, così capisci meglio.»

«Oggi si parla tanto di moduli: 3-5-2, 4-4-2, 4-3-3. Ognuno dice che il suo è il migliore. Ma una volta un professore, Ferrari, sentendo questi discorsi disse una cosa molto semplice: il modulo migliore è quello che ti permette di difendere con più uomini possibile e attaccare con più uomini possibile.»

Poi porta un esempio concreto.

«Guarda le squadre di oggi. Prendi l’Inter. Quando si difende, difendono tutti, anche gli attaccanti. Vedi gli attaccanti rientrare e aiutare la squadra. Quando attaccano, salgono in tanti. Questo significa organizzazione. L’allenatore prepara, ma poi la partita la decidono i giocatori.»

E conclude con una riflessione semplice ma significativa:

«Alla fine, quello che determina il risultato è il dribbling e il tiro in porta. Il passaggio laterale non ha mai deciso una partita. Servono i giocatori che inventano, che saltano l’uomo, che creano la superiorità. Questo valeva ieri e vale ancora oggi.»

Una conversazione nata tra amici, che diventa però uno spunto interessante per riflettere su come il calcio sia cambiato nel tempo, senza perdere la sua essenza più autentica: l’uomo, il talento e l’intuizione.

Emanuele Miceli