Il 16 luglio del 1942 nel corso della II Guerra Mondiale il riberese Emanuele Macaluso, bersagliere dell’8° reggimento, morì in combattimento a soli 22 anni, mostrando un grande coraggio tra le sabbie del deserto ad El Alamein, in Africa. Carlo Palermo, studioso di storia militare, che ha pubblicato un libro che porta il titolo “Dalla Sicilia a El Alamein” per ricordare l’eroe riberese e per spiegare il suo sacrificio, lo ricorda ad 80 anni dalla scomparsa.
“Morte di un bersagliere “.
6 luglio 1942. Zona del Whiska, El Alamein.
Quel che rimane dell’8° Bersaglieri fa una sosta dopo due giorni di marcia. I bersaglieri sono feriti, laceri, divorati dalla fame e dalla sete. Emanuele Macaluso è uno dei 70 bersaglieri del V btg sopravvissuto all’inferno di Deep Well. Ha ancora in mente gli allucinati momenti della battaglia combattuta tre giorni prima. È stanco. È da un anno che si trova nel deserto libico. Ha visto morire molti suoi commilitoni nelle battaglie precedenti. Ha nostalgia di casa. Vede allontanarsi sempre di più il suo ritorno a casa. Confida al suo amico Gaetano Serio, di Enna il suo stato d’animo. Ha il volto pallido, avvolto da una velatura di tristezza e rassegnazione. All’ombra di un mezzo militare tira dalla tasca una matita e un foglio di carta e scrive una lettera ai suoi amati genitori. All’improvviso il silenzio irreale del deserto viene squarciato da un potente rombo di motori. Emanuele alza gli occhi verso il cielo e vede una squadriglia di aerei inglesi puntare verso la colonna italiana in sosta. I bersaglieri si sparpagliano ed Emanuele e Gaetano Serio trovano rifugio dietro un muretto di roccia. Iniziano a cadere bombe e proiettili che squarciano il terreno. I mezzi si incendiano, molti bersaglieri cadono a terra per non rialzarsi più; ci sono i feriti con le loro strazianti urla di dolore. Cadono le ultime bombe, una di queste esplode a pochi metri da Emanuele sbalzandolo prima per aria e poi stramazzarlo al suolo colpito al cuore da una scheggia. Il bersagliere Serio lo abbraccia lo chiama per nome, ma Emanuele non risponde ha il viso avvolto nel pallore della morte con in mano la lettera insanguinata. Bisogna fare presto, la colonna è già individuata.

Emanuele viene seppellito vicino a due bersaglieri. Serio sistema il piastrino e la lettera sul corpo dell’amico. Poi la fossa viene ricoperta fino a quando la giovinezza dei suoi vent’anni scompaiono nella nuda sabbia. Così all’età di 22 anni Emanuele Macaluso dona l’anima a Dio e la vita alla Patria. Svanisce così il suo sogno di ritornare a casa e fare col padre delle lunghe parlate fino a non finire più.
Nel 1954 i suoi resti mortali prima verranno ritrovati dal Colonnello Dominioni insieme al suo antico sottoposto Renato Chiodini (lo stesso guastatore che a Tobruk aveva aperto il varco all’ 8° bersaglieri) e in seguito tumulati nel sacrario militare italiano di Alamein”.

Ecco il ricordo del nipote, Mimmo Macaluso:
“Emanuele trascorre l’infanzia tra gli assolati e profumati aranceti di Ribera; educato secondo i sani principi di ogni onesta famiglia siciliana e forgiato dalla disciplina imposta dal regime fascista riassunta nel famoso motto “Dio, Patria, Famiglia”, il giovane Emanuele manifesta intelligenza e si rivela di carattere sveglio e pronto ad aiutare chi ha bisogno. Si applica negli studi con diligenza e costanza; ottiene risultati eccellenti nelle attività sportive grazie al suo fisico sano e forte.Con l’entrata in guerra dell’Italia nel giugno del 1940, anche per Emanuele arriva la chiamata alle armi.Ha la possibilità di rinviare il servizio di leva per motivi di studio, dato che frequenta l’Istituto dei Salesiani, ma allo studio antepone i doveri verso la Patria. La sua destinazione è l’8° Reggimento Bersaglieri di istanza a Verona.All’inizio del 1941, il bersagliere Emanuele Macaluso, viene destinato in Africa Settentrionale. Nel deserto africano gli eventi bellici volgevano a sfavore dell’Italia, ma il comportamento del caporale Emanuele Macaluso è encomiabile: si butta nella lotta con coraggio e ardimento mettendo a repentaglio la propria vita in più occasioni. Un suo commilitone reduce di Alamein racconta: <<Emanuele era un ragazzo dolce ma con un coraggio da leone. Assieme a pochi suoi commilitoni, all’arrivo dei carri armati, si faceva seppellire nella sabbia, coperto da un telo mimetico ed al passaggio del mezzo corazzato, sbucava fuori e piazzava una mina magnetica in prossimità dei suoi cingoli. Poi scappava in attesa che il mezzo saltasse in aria, col rischio di essere colpito dalle schegge o dalle mitraglie degli altri carri! >>. Viene catturato dai soldati britannici due volte e due volte riesce a sfuggire alla sorveglianza del nemico per rientrare al Reggimento di appartenenza dopo rocambolesche avventure degne di un romanzo di Salgari.
Gli orrori della guerra non scalfiscono la fede in Dio nella quale Emanuele è stato educato fin da bambino: nei momenti in cui le armi tacciono, volge lo sguardo verso il cielo e in preghiera invoca la Madonna degli afflitti di preservarlo da pericoli imminenti e le affida la speranza di rivedere i propri cari… fino alla morte!





