Killer a nozze

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La cravatta, il laccio da collo più usato dai comuni mortali: sintomo di eleganza, fenomeno di costume, marchio di stile. Quale uomo non ne ha nel suo armadio almeno una? Che sia sobria, scura, eccentrica, ricamata, liscia, dal nodo sottile o dalla trama importante, la cravatta si abbina sempre alla personalità di chi la indossa.

C’è l’uomo di primo tipo, quello che ama le cravatte e le indossa ogni giorno. Non se ne separa mai, fosse per lui la metterebbe anche sul pigiama. Vede questo accessorio come elemento indispensabile del suo stile. Lui, professionista impegnato, non può permettersi che la gente noti una defaillace che lo riconduca alla sfera terrena, quella che sta al di là delle scrivanie, delle riunioni di lavoro, delle cene eleganti. Poi c’è l’uomo moderato, quello che indossa la cravatta di tanto in tanto. Perché “ogni tanto” è sempre la scelta più giusta a suo avviso, perché “ogni tanto” si deve fare, perché “ogni tanto” gli piace pure mettersi in tiro, in fondo. E poi c’è il ribelle menefreghista, quello che odia le costrizioni e rifiuta ogni convenzione preconfezionata. La cravatta non la indossa assolutamente mai, nemmeno per le occasioni speciali. E non ci sono mamme, mogli, sorelle o fidanzate che possano risultare convincenti con le loro preghiere.

“Ma mettila la cravatta, almeno oggi!”

Niente da fare, il menefreghista non indossa cravatte, nemmeno quelle belle stampate sulle t-shirt all’ultimo grido.

Facendo questa riflessione mi torna in mente una certa vicenda. Qualche tempo fa, accadde un fatto strano. Una serie di omicidi seriali durante i ricevimenti di nozze sconvolse gli abitanti di una cittadina: uomini di mezza età venivano strangolati, sempre vestiti di tutto punto. Il killer non lasciava nessuna traccia, nessuno degli invitati vedeva o sentiva mai niente. Il commissario Negretti, che si occupò dell’inchiesta, non riusciva a venire a capo della faccenda. Sembrava che le vittime venissero uccise con le loro stesse cravatte, ma l’assassino non lasciava nessuna impronta. Nessun passo falso commesso, era opera di professionisti.

Finché un giorno qualcuno si recò in commissariato per costituirsi. Si legge nei verbali che il commissario e i suoi sottoposti non credevano ai loro occhi quando si presentò da loro una cravatta viola scuro a pois neri. Fece tutto da sola, confessò che era a capo di una banda di cravatte killer che si ribellavano allo stato di degrado in cui erano ormai relegate. Una vergogna! Una matta di rozzi uomini incompetenti stava offendendo la loro categoria di indumento da prima classe. Tutti a passarsi il dito tra il collo e la camicia o ad allentarsi il nodo, solo perché c’erano quaranta gradi all’ombra. Volevano sterminarli tutti. Sognavano un mondo di gente ben incravattata, dovevano dominare perlomeno ai matrimoni. Ma qualcosa andò storto. Le camicie non volevano più saperne di stare in silenzio. Temevano che la terribile accusa ricadesse su di loro.

Così il capo killer fece i nomi. Indicò le case produttrici, i colori, gli stilisti, i modelli di tutte le componenti di quella meschina banda criminale responsabile degli omicidi. Vennero arrestate 77 cravatte, 9 sono ancora in libertà.

Se non avete memoria di questi fatti perché troppo giovani per ricordarli, chiedete alle vostre cravatte. Loro di certo, sapranno dirvi di più.