Una vita sul palcoscenico: intervista a Ornella Vesco

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Ribera è un paese fatto di case, di strade dissestate, di prodotti a marchio DOP, di polemiche, di mare, di sole, di profumo di zagara e fragoline. Ribera è un paese fatto soprattutto di gente. Gente che lavora e coltiva le proprie passioni, che ama il proprio Paese e ne dimostra l’eccellenza. Come Ornella Vesco, una vita dedicata al teatro e alla sua compagnia teatrale. Lo scorso dicembre è stata insignita di un bel riconoscimento, il premio “Ignazio Buttitta” per la sezione teatro.

Una breve intervista si è trasformata in una bella chiacchierata. Cordialità e vivacità di pensiero sono certamente le caratteristiche che le ho assegnato dopo i primi 10 minuti di conversazione. Una grande umiltà è emersa dopo appena sessanta secondi da questo mio primo pensiero.

Immagino la sua soddisfazione nel ricevere un riconoscimento che premia la passione di una vita, il teatro. Cosa pensa possa aver spinto la giuria a gratificare lei piuttosto che altri?

Certamente è stato riconosciuto un impegno duraturo e costante nel tempo. Opero nel settore da trentacinque anni. Ci tengo però a sottolineare che non lo considero un riconoscimento personale, piuttosto una gratificazione per me come per tutti coloro con cui collaboro abitualmente. Ma è anche un premio del pubblico che ci segue, delle compagnie che operano nel circondario e contribuiscono a mantenere vivo l’ambiente teatrale, delle istituzioni che organizzano le rassegne. Ecco, è un premio che mi sento di ricevere in rappresentanza.

Lei recita da tanto tempo. A livello personale, quanto deve al teatro?

Moltissimo. Il teatro è un grande momento di aggregazione e insegna tante cose. Ma ritengo che la mia più grande fortuna sia quella di poter condividere questa passione con i miei amici più cari. Mio padre mi diceva che da soli non siamo nessuno, e io ci penso sempre quando organizzo uno spettacolo.

Per l’attore, ma anche per lo spettatore, in che misura il teatro può essere curativo?

Andrea Camilleri dice che il teatro è il pronto soccorso della cultura e per questo va tutelato e incentivato, come dargli torto! Il teatro è curativo nella misura in cui lo spettatore si lascia coinvolgere e si identifica in ciò che è rappresentato. Le forme artistiche “non teatrali” sono pur sempre mediate. Il teatro ha un’immediatezza unica, una percezione istantanea.

Un po’ quello che diceva Gorgia: “Nel teatro il più saggio è colui che si lascia ingannare!”

Esattamente.

Parliamo del teatro oggi e nel nostro ambiente. È una realtà che funziona o che andrebbe migliorata?

Le difficoltà sono tante e sono legate principalmente alla mancanza di strutture adeguate. Fortunatamente ci troviamo in una realtà piuttosto viva, seppur fuori dai grandi circuiti. Il pubblico ci segue con calore, le rassegne sono sempre gremite, la gente partecipa. Certo si può fare di più. Sarebbe bello per esempio collaborare con le scuole per dare ai ragazzi riscontro concreto di quello che studiano sui libri di letteratura. Organizzare delle letture drammatizzate tanto per dirne una.

A dicembre ha ricevuto un premio legato al nome di un poeta siciliano. Secondo la sua esperienza, il dialetto in teatro fa maggiore presa sul pubblico?

Io col dialetto ho avuto un rapporto difficile all’inizio. Sono nata a Milano e ho iniziato a parlarlo a scuola per necessità, per riuscire ad integrarmi. Ma me ne sono subito innamorata! È chiaro che il dialetto è più espressivo, più adatto alle commedie brillanti (dove questo termine non è sinonimo di “spettacolo di bassa qualità”) e sicuramente questo coinvolge maggiormente lo spettatore. Anche perché al dialetto si abbina una gestualità tipica in cui il pubblico si riconosce.

So che ha avuto anche esperienze di regia. Cosa ci racconta al riguardo?

Inizialmente pensavo che il ruolo di regista avrebbe tolto emozione a quello che facevo, perché non ero più direttamente coinvolta sul palcoscenico. E invece è stato il contrario. Sento una maggiore responsabilità, entro un po’ nel ruolo di tutti, tengo costantemente l’orecchio alla platea per capire se il pubblico recepisce e apprezza. Comunque nella nostra compagnia c’è grandissima collaborazione. Non è un ruolo di comando il mio, semplicemente un coordinamento delle attività. Tanto per citare una persona, senza Maria Bella, che mi aiuta nella regia, saremmo tutti persi!

Attualmente recita nella compagnia “Teatro e amicizia allavam”, associazione presieduta da Angelo Blandino. Qual è il suo ricordo più bello?

La gestazione di uno spettacolo è lunga e faticosa, ma i momenti più belli sono proprio legati al dietro le quinte. Il 13 agosto scorso abbiamo organizzato una serata per festeggiare i dieci anni di attività della compagnia, “Un sipario lungo dieci anni”, riproponendo spezzoni di commedie già rappresentate e un nuovo atto unico “Il ramoscello d’ulivo”, di P. De Filippo. È stato certamente un momento felice ed emozionante.