Michel Petrucciani: il talento è imperfetto

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«Ora tu pensa: un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu sai che sono 88, su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quei tasti, infinita è la musica che puoi suonare.» – Novecento, Alessandro Baricco

Ognuno di noi avrà avuto modo di venire a contatto con un pianoforte, con quei tasti dai neutri colori alternati su cui tante dita hanno composto opere memorabili. Qualcuno saprà individuare il do centrale, qualcuno saprà strimpellare Astro del ciel, qualcuno saprà iniziare (e magari finire) Per Elisa. La musica la viviamo dentro anche se non conosciamo la tecnica. È un’ancora di salvezza nei momenti tristi, mentre i nostri momenti felici sono accompagnati spesso da canzoni che ne diventano le colonne sonore.

Però, chi vive per la musica sa quanto siano importanti quei particolari che gli altri reputano superflui. Per esempio, in un pianoforte i pedali fanno la differenza. Sono come il sale in cucina.

Il padre di Michel Petrucciani lo sapeva e per questo aveva costruito al figlio un “parallelogramma articolato” perché potesse raggiungerli.

Michel era un ragazzo con degli evidenti problemi: soffre di osteogenesi imperfetta, era alto un metro e due centimetri. La malattia di cui era affetto rendeva le sue ossa estremamente fragili, viene chiamata “sindrome delle ossa di cristallo”. E quante volte si ruppero mentre suonava il piano  in maniera appassionata, quasi forsennata! Ma a Michel non interessava, purché continuasse a suonare.

Aveva deciso di dedicarsi al pianoforte all’età di 4 anni, dopo aver visto in tv un’esibizione di Duke Ellington. Il padre allora gli comprò un pianoforte giocattolo, ma Michel, accortosi della differenza, lo distrusse. Voleva un piano “normale”.

All’età di 13 anni si esibì in pubblico per la prima volta. A 15 avvenne la svolta: al Festival del Jazz di Clioucat a Clark Terry mancava un pianista, quando portarono sul palco Petrucciani come sostituto il grande jazzista pensò a uno scherzo. Ma se oggi chiedete a Clark Terry cosa pensa di Petrucciani, probabilmente ancora una volta vi risponderà: “He was a dwarf, but he played like a giant” (Era un nano, ma suonava come un gigante”).

Vi furono anche periodi bui: i divorzi, il figlio nato con la sua stessa malattia, l’alcol e la cocaina di cui fece uso nell’ultimo periodo della sua vita. Ma questa non è la solita storia del classico artista che devia quando arriva all’apice del successo. Michel Petrucciani era diverso: aveva un talento unico. Non era solo abile col pianoforte, soprattutto era capace di superare le difficoltà certe che dalla nascita non lo abbandonarono mai.

Quel “nano” è ricordato oggi come uno dei più celebri jazzisti di tutti i tempi.

Morì nel 1999 a New York, ma venne sepolto a Père Lachaise, il cimitero degli artisti, accanto a Chopin.

Nel momento in cui premiamo play perdiamo la nostra fisicità e diventiamo un tutt’uno con la melodia. Che importa quindi come è fatto chi ci sta facendo sognare? In musica, come in amore.

E che importa se non siamo perfetti? Facciamo dell’imperfezione il nostro più grande talento.

«Suonare è come fare l’amore. Solo che posso farlo in pubblico.» – Michel Petrucciani

«Quando mi siedo alla tastiera, mi sento libero come l’aria.» – Michel Petrucciani