Siciliano Vs italiano, un viaggio oltre i confini linguistici

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Nzumma!, E che Camurrìa!, Mìiiii!, Gnà dà!, Ah comu! , Cèèè! Vi suonano esclamazioni familiari? E che ne pensate del nostro dolce e melodico “oh,oh!” declinato nelle varie tonalità di significato? Si potrebbero scandire svariati piani semantici sebbene si tratti solo di quattro lettere. Ora, tutti noi utilizziamo questi termini, talvolta pure in contesti che dovrebbero imporre il contrario. Ma comunque qui, nella nostra terra, non destiamo scalpore. Qui ci capiscono. In fondo il fine di ogni conversazione è quello di comprendere l’altro. Sono fatti nostri se vogliamo mettere il dialetto dappertutto.

Quando però poggiamo piede fuori dalla Sicilia,  mentre ci confrontiamo con lo “straniero”, è proprio in quel momento che ammettiamo a noi stessi di avere un problema. Possiamo vivere fuori, trasferirci dall’altra parte del mondo per anni e anni ma ci sono delle parole di cui non possiamo fare a meno. “Camurria” , per esempio, non potrei sostituirlo con nient’altro. L’ aspetto più divertente del viaggio oltre frontiera di un siciliano è decisamente quello linguistico. Poi se con noi ci sono le nostre nonne o prozie, diventa esilarante.  Ai loro tempi in “continente” si andava solo con la “pintaiota” . Non come oggi che c’è l”apparecchio”. Ma i nostri vecchi parenti non hanno viaggiato, studiato. Non sono nati in un’epoca globalizzata. Invece noi ragazzi abbiamo internet, siamo cresciuti sugli aerei. Eppure  tante volte, oltre ad essere traditi dall’accento e dalla inversa costruzione delle frasi, non ricordiamo se una parola è siciliana o italiana. Secondo me è colpa del “Mal di Sicilia”, di quel vizio di portare la propria terra con se, ovunque si vada.

Una esce di casa convinta di conoscere la propria lingua e invece incorre in mille difficoltà. In una nazione in cui il facchino è un mestiere, mi trovo obiettivamente disorientata se voglio dire a qualcuno che è un gran maleducato o un “vastasu”. Se vado al mare e stendo la mia “tovaglia”, la gente ci vuole mangiare sopra. Chiedo “com’è l’acqua?” e mi aspetto “bella!” e invece nemmeno mi rispondono. Se ho “soldi sani” e ho intenzione di “scambiarli” magari per comprare una “fasciacolla” mi ritrovo di fronte a persone che mi guardano stranite. Il fruttivendolo è sfornito e dice di non avere “la testa d’accia”. Bah. Al supermercato poi non vendono nemmeno i “mottini”. Però il tizio degli scaffali mi pare un poco “spratico” . E con me, obiettivamente, ha fatto “mala figura”.

Sapete che vi dico? Mi hanno stancata questi non siciliani. Io “ce la so” a parlare italiano. Io che per non tradire la mia lingua ho iniziato e mai terminato tre corsi di dizione. Altro che dialetto. Non mi capite? E chi se ne frega! “Potete stare freschi”, io siciliana sono. Se volete vi “tiro” una foto ma me ne “scendo” a casa. Perché a volte qua viene da “ittari vuci”. Che significa? “Buttare voci”, mi sembra chiaro. Mah, “io cose che vedo!”.