Don Antonio, Ci parli della vita giovanile, studi, ordinazione ?
– Sono nato a Canicattì l’8 aprile 1945. Originariamente il mio nonno paterno con i suoi diversi fratelli e i figli, lavoravano nelle miniere di zolfo, perché prendevano i lavori in subalpatto. Mio papà faceva il vivandiere per tutti i lavoratori. Quando, causa della guerra le ferrovie furono danneggiate, non potendo fare arrivare lo zolfo a Porto Empedocle, cedettero le miniere. I fratelli di mio nonno, i miei zii, gli suggerirono di prendere l’appalto delle strade statali danneggiate dai bombardamenti dei tedeschi, mio nonno rispose che “erano nati zolfatai e tali dovevano morire. Allora ognuno scelse altre vie.

Gli studi ? Ho fatto le elementari a Canicattì. Non avevo intenzione di farmi prete, ma, incoraggiato dalle mie catechiste sono entrato nel Seminario Minore di Favara, dove ho frequentato la prima e la seconda media. Poi ho proseguito gli studi nel Seminario Maggione di Agrigento. E l’undici febbraio, come era prassi, nella Basilica dell’Immacolata di Agrigento c’è stata la vestizione con la talare nera, il filetto rosso e il cappello con i fiocchi rossi: un monsignore in miniatura. Ad Agrigento ho fatto tutti gli studi ginnasiali e teologici, con una parentesi di un anno al Seminario di Favara come assistente. E ho avuto la fortuna di accogliere nella mia camerata il Prof. Dott. Giovanni Ruvolo cardiologo di fama internazionale e don Angelo Burgio, missionario per tanti anni in Tanzania.

Quale idea aveva, entrando in Seminario?
– Direi nessuna, ma intorno ai 18 anni ho compreso e maturato che Dio mi chiamava a diventare sacerdote. Quando il rettore del Seminario mi ha incaricato di redigere la rivista “Verso la Meta” ho chiesto ai miei compagni di scrivere come è arrivato a comprendere che era un “chiamato”. Ognuno ha scritto la sua testimonianza. Alla mia ho dato questo titolo: “Entrato per caso, non sono diventato prete per caso” e quando il 6 luglio del 1969, mi impose le mani per consacrarmi sacerdote, ho chiesto due cose: “stare sempre dalla parte degli ultimi e di chi non ha voce; e “il dono di cambiare le teste”. La prima me l’ha data in abbondanza; per la seconda, fiducioso, aspetto.

E’ sempre molto vicino agli agricoltori. Perché?
– Sono stato per oltre un ventennio assistente ecclesiastico della Coldiretti della provincia di Agrigento e con i corsi intensivi che si facevano annualmente a Roma, mi sono un po’ addentrato nel mondo dell’agricoltura, la commercializzazione e la globalizzazione, con tutti i suoi pro e i suoi contro. Non ho paura di affermarlo: la politica regionale è latitante e i suoi tempi sono quelli degli interventi a singhiozzo, malgrado gli accorati appelli fatti dall’ “Associazione Liberi Agricoltori” e personalmente dal sottoscritto. Il mio interesse scaturisce dal Vangelo e so bene che è “scomodo”.
E un prete non può dire: “Che mi importa?”. Questa è stata la risposta di Caino e non quella di Gesù. E io sarò sempre accanto agli agricoltori e tutte le categorie, e sono tante, che gridano un riscatto.

Ribera ha bisogno di più fede o di economia ?
– Un filosofo materialista, Feuerbach, affermava che “l’uomo è un tubo digerente”. Noi affermiamo che ha anche un’anima con la sua spiritualità. La risposta è: “di entrambe, ben equilibrate”.

Quale un episodio della vita sociale e religiosa che l’ha colpito ?
– Ce ne sono tanti. Ribera non ha radici e, tranne pochi casi, vive la sua religiosità al di fuori della chiesa e in forma epidermica. Ultimamente, poi, c’è stato uno scadimento di qualità. Si punta molto nell’apparire e nello spreco di denaro. Il vescovo Angelo Ficarra che negli anni venti è stato vice-parroco della Chiesa Madre, affidata a mons. Nicolò Licata, nel giornale locale “Il Lavoratore”, edito proprio da lui, ebbe a definire le feste religiose di Ribera “pagane”. Da allora nulla è cambiato.

La chiesa locale potrebbe fare di più ?
– Quando parliamo di Chiesa, dobbiamo intendere: sacerdoti e battezzati. La responsabilità di una comunità non può e non deve essere solo dei preti, ma di tutti. Nella mia visione di Chiesa vedo sacerdoti, tanti diaconi, lettori, accoliti e consigli pastorali rappresentativi e funzionanti, insieme anche a un consiglio pastorale cittadino. Occorre poi una vera pastorale giovanile che non può limitarsi a un oratorio di ragazzi e al chiuso, ma come luogo positivo di vita ove tutti possano esprimersi con i loro linguaggi, capacità e creatività.

Un personaggio locale che ha lavorato per Ribera ?
– Tra quelli che ho conosciuto da un punta fi vita religioso è Padre Gerlando Lentini, perché è stato un maestro di vita spirituale, culturale e umana. Tra le autorità civili il sindaco Giuseppe Cortese, penso sia stato il migliore. Anche se tanti altri hanno mostrato tante buone qualità.

Tra i vescovi che hanno operato nella nostra diocesi quale pensa che abbia inciso di più ?
– Personalmente ne ricordo due: mons. Francesco Fasola, ausiliare dell’arcivescovo Peruzzo e mons. Luigi Bommarito.

Da quanti anni è a Ribera ?
– Come parroco dall’8 ottobre 2002, ma già da 17 anni insegnavo religione al Magistrale Crispi. E quando mi incontro con le mie alunne, è sempre una festa. Sono arrivato nella parrocchia San Domenico Savio, dove non sono stato accolto bene perché qualcun altro pretendeva di essere ancora lui il parroco e il sottoscritto doveva stare ai suoi ordini che impartiva a coloro che lo andavano a trovare nella sua nuova parrocchia. Ero a domicilio coatto! C’era anche un “gruppo” di suoi seguaci che pretendevano di dettarmi le leggi. Ho dovuto soffrire un po’, come anche ha sofferto la mia famiglia. All’Immacolata, al contrario, ho incontrato una bella comunità e con la partecipazione di tutti, siamo diventati una bella famiglia. Stare insieme era sempre bello. Soprattutto in occasione delle varie feste e per il primo oratorio sorto a Ribera e intitolato a San Filippo Neri, il primo fondatore dell’Oratorio . Per ragioni di salute e perché avevo già superato i 75 anni, ho chiesto all’arcivescovo Damiano di esonerarmi dagli impegni parrocchiali. Ora sono nella rettoria di San Pellegrino e anche qui respiriamo aria di famiglia e la vita spirituale che si arricchisce sempre più.

Ha promosso spesso tante iniziative di solidarietà e beneficenza ?
– “Non c’è amore più grande di chi dà la vita per i suoi amici” (Gesù). Se un prete, come anche un credente non fa questo, non può dirsi appartenente a Gesù ed essere suo messaggero. E dice anche: “non sappia la tua destra quello che fa la tua sinistra”. Ne parlo e ne scrivo perché il bene c’è nel cuore di ogni persona e bisogna farlo emergere. Ed io l’ho sperimentato nei miei 57 anni di Sacerdozio. Quanta generosità ho potuto constatare.
Per l’iniziativa degli “Abiti da Sposa”, mi sono arrivati dalla nostra provincia, dalla Sicilia e da tante parti d’Italia, ben 182 abiti e moltissimi con l’etichetta, donati rispettivamente a una comunità caritativa di Catania, ad una parrocchia missionaria in Tanzania, ad un’altra in Congo ed a un’altra in Madagascar, dove operano sia un mio coetaneo di infanzia, ora Vescovo che un compagno di seminario. Spero di riprenderla all’inizio dell’anno nuovo, perché sono in tante che mi vogliono donare il proprio abito da sposa.

Ha titoli di studio? Ha scritto e pubblicato qualcosa ?
– Per mia scelta, no. Mi basta essere sacerdote, il resto è carta straccia che solletica la nostra vanità, ma ho studiato e letto di tutto. Nessun argomento mi è stato estraneo. Da prete ho comprato tanti libri e ho letto tante riviste specializzate di ogni genere, perché non si finisce mai di imparare. Intanto, ho imparato a fare il “giornalista e il redattore, quando il rettore del Seminario mi incaricò di redigere la rivista mensile (ben 30 pagine), intitolata “Verso la Meta”. E dopo la realizzazione del Museo della Civiltà Contadina di Montallegro, per il quale insieme ad alcuni mi sono interessato in maniera determinante e, innamorandomi dei detti siciliani, insieme al carissimo amico Giuseppe Tamburello, riberese, trapiantato a Milano, abbiamo realizzato tre volumi di proverbi, contenenti ciascuno mille detti, con traduzione e commento. Spesso ho scritto qualcosa sulla Sicilia e sul Giornale di Sicilia e, infine, ogni tanto ho buttato giù dei versi dei quali alcuni pubblicati sulla collana “Riflessi” e gli altri radunati sotto il titolo: “Dentro a un Cappello”. Ho scritto anche di altro su Riviste di materia religiosa, pastorale storica, giuridica. Piccole cose.

– Ha usato i mass-media ?
Certamente! Il cellulare per me è diventato il secondo Ambone per parla di Chiesa, come anche dei problemi della nostra comunità. Durante il Covid trasmettevo la Messa per essere vicino ai miei parrocchiani. E poi la mattina mi sono ritagliato un quarto d’ora per continuare a parlare di spiritualità. E nelle prime volte sono inciampato in un piccolo incidente che ha fatto sorridere tutto il mondo. Avendo pigiato un tastierino, gli occhi cominciarono ad uscirmi dalle orbite, poi un cappello, poi la barba e infine il vestito di Mago Merlino. Un incidente gioioso che ha smorzato la paura e la sofferenza che tutti ci portavamo dentro!
ENZO MINIO
Giornalista Pubblicista – Direttore di Ripost





