Saro Marretta è nato il 4 novembre 1940 a Ribera (Agrigento) in via Manzone, 17, a Ribera. Negli anni Sessanta sceglie la Svizzera, dove dapprima lo troviamo insegnante in una scuola di lingua e cultura italiana in Einsiedeln (Canton Svitto, Svizzera interna) e a Zurigo. Dopo questa esperienza pubblica con lo pseudonimo di “Saraccio”, pubblica il libro “Piccoli italiani in Svizzera” ritenuto dalla critica il suo capolavoro assieme alla raccolta di liriche “Agli” nel dialetto di Ribera. Studia alla scuola interpreti di Zurigo, alle università di Barcellona (Spagna), Salisburgo (Austria) e Norwich (Inghilterra), dove è stato anche docente. Si laurea in lettere e lingue moderne all’università di Berna, dove consegue l‘abilitazione per l’insegnamento nelle scuole superiori. Nel 1968 lo scrittore Ignazio Silone e il prof. Guido Calgari del Politecnico federale di Zurigo, gli affidano l’incarico di dirigere il Carcos (Centro Assistenza Ricreativo e Culturale per gli Operai Stranieri) in Svizzera.

Pur essendo di nazionalità italiana, viene nominato docente di ruolo al liceo statale svizzero di Köniz (Berna). Leggendarie sono rimaste le sue trasmissioni tra gli anni Settanta e Ottanta alla radio – televisione della Svizzera tedesca col titolo “Pop Polyglott” in quattro lingue con Alfonse Layaz, Monika Uetz e Ronnie Grünig e con la partecipazione diretta del pubblico. Nel 1972 fonda e dirige con il prof. Rolf Mäder di Berna, il mensile “Il Carosello” per la diffusione della lingua italiana all’estero. Dal 1990 al 1996 è presidente dell’Associazione scrittori italiani in Svizzera (Asis). Nello stesso periodo viene anche eletto nel comitato direttivo delle scrittrici e degli scrittori di Berna e cantone (BSV). Attualmente ne è vice presidente.
Chi è oggi Saro Marretta e chi è stato nei decenni passati in Svizzera?
È un doppio cittadino italo-svizzero. Attualmente sono ispettore dei corsi dell’università per seniores, insegno gratis per potere aiutare i nostri connazionali e molti stranieri che hanno avuto poca fortuna nella vita. Negli ultimi quattro anni ho pubblicato quattro gialli in tedesco con Daniel Himmelberger. Invitati dal Goethe Institut di Palermo, li abbiamo anche presentati al teatro Politeama.
Alla fine degli anni Sessanta dopo la scuola interpreti, arriva la laurea all’università di Berna in lettere e lingue moderne con una tesi scritta in spagnolo su Ramòn Perez de Ayala, tre anni dopo, l’abilitazione alla docenza nelle scuole svizzere con una tesi su Elio Vittorini e una, scritta in tedesco, sulle lingue romaniche moderne. In quel periodo ero anche collaboratore dalla Svizzera del settimanale “Il Tempo” di Milano, dove il premio Nobel Salvatore Quasimodo aveva una sua rubrica e spesso ci leggevamo i nostri articoli.

Se continuo a scrivere chi sono stato, rischio di apparire ampolloso e quindi riduco al massimo il mio dire. All’inizio (negli anni Sessanta – per me i più difficili – c’era in Svizzera un certo razzismo e dovevo imparare le lingue a spese mie se volevo sopravvivere) lavoro di notte alla posta di Zurigo caricando pacchetti sui treni per finanziarmi gli studi alla scuola interpreti in cui conseguo l’abilitazione quale interprete.
In quel periodo insegno anche in una pluriclasse per i figli degli emigrati per un anno ad Einsiedeln, sede di un famoso santuario. Da qui nasce il libro “Piccoli italiani in Svizzera”, sul quale sono state scritte tra l’altro sei tesi di laurea: alle università di Vienna, Milano, Berna (due), Losanna (due) e con l’assegnazione del premio Goldoni a Venezia. A Pratola Peligna (Università di Teramo) nel 2008 una giuria letteraria esamina 324 opere di partecipanti (vedi verbale IA) emigrati nel mondo e consegna solo a “Saraccio” il primo premio. Ancora nel 2008 arriva il premio “Agrigentini nel mondo”.

Oltre a docente in pensione, negli anni hai scritto tanti libri?
Forse una ventina. Al libro dal titolo “Agli”, poesie in quattro lingue scritte originariamente in dialetto riberese, sono state assegnate tra l’altro due medaglie d’oro a Piacenza da una giuria composta dal prof. Gianluigi Beccaria dell’università di Torino e dal prof. Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia italiana della Crusca. Le liriche di “Agli” esistono anche cantate da Yno Miraglia, dal tenore di New York Nino Rossano, composte in musica classica dal musicista Svizzero Martin Derungs per l’orchestra filarmonica diretta dal maestro Gustav Kuhn con première al Badrutt Palace di Sankt Moritz e da altri compositori. Queste liriche si trovano anche in inglese e italiano nell’antologia “Poets of the italian diaspora” di New York.

Quali le tematiche sviluppate ?
Saranno una buona ventina di titoli scritti da me in italiano e tedesco. Più gli ultimi quattro “gialli” arrivati alla quarta edizione scritti con Daniel Himmelberger, presidente degli scrittori svizzeri.
Tematica numero uno: l’emigrazione. Secondo il prof. Armando Gnisci dell’università la Sapienza di Roma, “Saraccio” non cerca mai d’impietosire il popolo ospitante, piuttosto di farlo sorridere e trattarlo alla pari, avendo anche imparato la sua lingua e il dialetto locale al più presto. Qualche titolo: oltre a Piccoli italiani in Svizzera, Allegro Svizzero, Il paese finiva alla stazione e la raccolta Agli, liriche in riberese, italiano, tedesco e dialetto bernese.

Tematica due: nella gastronomia. Con la mia consorte Luisa Marretta Schär e in collaborazione con la star televisiva Ted Schaap detto Scapa, caricaturista di fama alla Tv elvetica, abbiamo scritto quattro libri di cucina. “Das Spaghettibuch” è stato un bestseller assoluto. Abbiamo spiegato per esempio negli anni Settanta cosa significa “al dente” con un disegno caratteristico di Scapa e che gli spaghetti non si lasciano cuocere per 18 minuti! Da allora si usa l’espressione “al dente” anche nella lingua tedesca. Seguono “das Pizzabuch, das Maisbuch”. Su invito abbiamo usato le nostre ricette nei ristoranti all’aeroporto internazionale di Kloten, a Zurigo, per farle conoscere a un più vasto pubblico.
Tematica tre: la didattica. La serie “La commissaria”, una raccolta quiz di storielle gialle in lingua facile per chi vuole imparare l’italiano, registrate in Cd da un gruppo teatrale fiorentino di professionisti per la casa editrice Alma. Si vende in 24 paesi (vedi IA) e spesso ricevo posta dalla Russia, Cina, Guatemala dove mi chiedono chi è l’assassino per esempio nella storiella due in lingua russa o cinese. Seguono: “Nuovi casi per la commissaria, Pronto commissario 1+2, Elementare commissario”.

Tante tue pubblicazioni sono state tradotte e in quali lingue?
In inglese, olandese, svizzero tedesco e tedesco classico, spagnolo, francese.
Perché ti sei fatto chiamare talvolta Saraccio?
Secondo la critica, uso questo pseudonimo, quando tratto la nostra tematica di origine riberese perché spunta una certa severità. Invece, quando ero giovanissimo, specie durante la rubrica “Pop Polyglott” alla radio nazionale svizzera, molti mi chiamavano all’inizio Sarino o Saretto e io per contraddizione o scherzo dicevo “Saraccio” che ha portato fortuna. La maggior parte dei bestseller che ho scritto portano per caso questo pseudonimo.

Hai avuto tanti premi e riconoscimenti?
Più di una ventina e scusatemi se ne cito qualcuno. Come già accennato, nel 1971 ricevo per esempio il Goldoni a Venezia, nel 1977 e 1978 due medaglie d’oro a Piacenza dal presidente dell’Accademia Italiana della Crusca Claudio Marazzini, nel 2004 il premio “Agrigentini nel mondo” alla carriera, nel 2008 il primo premio a Pratola Peligna (Università de l’Aquila) per il miglior libro scritto sul tema emigrazione “Piccoli italiani in Svizzera”, primo premio di poesia a Civitella del Tronto nel 2014 dove ho recitato con l’attore Cosimo Cinieri le mie poesie e diversi altri.

Vieni spesso in Italia e a Ribera?
Visito l’Italia del nord un paio di volte all’anno, Ribera, da quando sono morti i miei genitori, un po’ meno. In questi ultimi anni si recano di più i miei figli e i nipoti in Sicilia. Dicono che non smetteranno mai di sentirsi riberesi. Come me.
Qual era la città di Ribera che hai lasciato?
Amo moltissimo il mio paese d’origine. La mia poesia più premiata comincia in riberese così: ”Pi’ nun partiri avissi vinnutu anchi la gula …” (Per non partire avrei venduto anche la gola). Però per ottenere qualcosa di più, allora si doveva partire (almeno pensando al mio stato). Avevo molti amici, specie al circolo “Cappelli di Paglia” ed era un piacere incontrarli spontaneamente senza fissare appuntamenti per telefono una settimana prima come spesso si fa qui a Berna. Molti ex allievi e allieve svizzere passano da Ribera e mi inviano cartoline o foto. Sono entusiasti del verde delle nostre campagne.

Perché sei partito?
I motivi sono diversi. Volevo laurearmi, ma non bastavano i soldi. Le avevo provate tutte, ho lavorato perfino all’esattoria di Calamonaci per un po’ di stipendio. Ero stato ammesso all’Università di Palermo, ma troppo distante per me, non la potevo frequentare. A Berna ho trovato l’università a pochi passi di distanza da casa e il liceo statale dove mi hanno eletto di ruolo pur avendo allora solo il passaporto italiano, a dieci minuti di distanza con la bici. Quando mi hanno eletto di ruolo ho detto: “badate che sono italiano, non so se è legale eleggermi!” E loro: “Non importa, a noi interessa la qualità! È così anche in Italia?”
Com’è la Ribera di oggi?
Ci ho portato diversi gruppi di persone. Una volta ci ho condotto 25 scrittrici e scrittori dalla Svizzera ed erano entusiasti. Hanno scritto che Ribera è un paese felice con tanti alberi attorno. Il sindaco d’allora Cortese ci ha accolti così gentilmente che ne parlano ancora. Quando discuto coi miei allievi che hanno visitato Ribera, la descrivono come un paese quasi perfetto per viverci. Ma quando si deve partire e si perdono in un colpo solo tanti amici, la sofferenza è grande.
Cosa ti tiene legato a Ribera?
Almeno i primi miei vent’anni, stanno ancora alla base del mio comportamento, si vive con i genitori, si stimano gli amici … le scuole, le infinite passeggiate al corso … Il nostro dialetto come base mi ha aiutato a imparare le lingue straniere spesso più dell’italiano (vedi lo spagnolo per esempio) e anche il francese. Comunque quest’anno ci rivedremo a Ribera!

Il nome di un riberese che ha dato un contributo alla comunità sociale ed economica della città ?
Ce ne sarebbero diversi, ma guardando al passato e ai ricordi della mia infanzia vorrei citare la famiglia Parlapiano e il medico di famiglia Bonifacio. Ai fratelli Antonino e Carmelo Parlapiano, il primo parlamentare, il secondo possidente, di famiglia borghese, si deve all’inizio del secolo scorso, la donazione e la costruzione dell’ ospedale “Fratelli Parlapiano” dove per circa un secolo sono stati curate tante migliaia di riberesi, anche dei paesi vicini. Oggi è sede di uffici sanitari e di una scuola professionale. Il nuovo ospedale della circonvallazione porta ancora il nome della famiglia donatrice.

Giuseppe Bonifacio era un buon medico di famiglia, preparato e molto disponibile per le fasce sociali più deboli. Indovinava spesso le cure, specie per i bambini. Non chiedeva spesso denaro per le visite e le famiglie più povere lo ripagavano con doni in natura come galline, uova, verdure, olio. Fu sindaco negli anni ’20 e fece delle sperimentazioni in agricoltura sulla vite. Fu pure un benefattore.






