Ho rivisto Vincenzo Piazzese dopo moltissimi anni. L’occasione mi è stata offerta da una splendida mostra fotografica a Lercara Friddi organizzata dal Centro Culturale Talia, alla presenza di Letizia Tomasino e Pino Blanda. Non sapevo che tra le molte passioni di Vincenzo ci fosse anche la fotografia d’Autore ad altissimo livello. A me piacciono le foto, le vado cercando dappertutto, nelle case antiche, tra i libri, nel mercatino di Piazza Marina. Qualcuna l’ho raccolta per strada fuori dal cassonetto dell’immondizia. So bene, che i libri fotografici hanno delle prefazioni raffinatissime. Ne è un esempio il libro di Gesualdo Bufalino “Comiso ieri. Immagini di vita signorile e rurale” pubblicato da Sellerio nel 1992 e successivamente riedito nel 2000 con il nuovo titolo “ Il tempo in posa”. Le foto di Vincenzo Piazzese sono universali e si rifanno ai grandi fotografi del mondo: Berengo Gardin, Cartier Bresson, Saul Leiter. Nelle foto in bianco e nero ho colto lo stile di Ferdinando Scianna, Peppino Leone, Melo Minnella, Angelo Pitrone, Franco Carlisi, Rosario Neri, Carlotta Magliocco, Salvatore Indelicato, per citarne alcuni. Sono foto che coinvolgono e che meritano di girare nelle grandi città europee e tra le città d’arte italiane e non ultimo essere pubblicate in un libro di fotografie. Ma andiamo a conoscere Vincenzo da vicino…
-Quando hai cominciato a fotografare?
Avevo circa 8 anni quando mi venne regalata da mio nonno materno una Kodak Instamatic, di quelle molto semplici da utilizzare con pochissime regolazioni possibili. Cominciai a riprendere scene di vita familiare e a cimentarmi in occasione di feste di compleanno di cugini e parenti. Al contempo fotografavo il paesaggio intorno a me e la natura che si trasformava al mutare delle stagioni. Non avevo idea della potenza dell’immagine, della sua capacità di emozionare l’osservatore ma, l’apprezzamento che ricevevo ogni volta che mostravo i miei scatti funzionò da stimolo per andare avanti. Crescendo approfondii le tecniche, compravo riviste, osservavo le foto di grandi maestri (Berengo Gardin, Cartier Bresson, Saul Leiter, ed altri), e già dai 10/11 anni di età frequentavo un piccolo laboratorio di un fotografo di cerimonie vicino casa. Il gentile signor Franco – cosi si chiamava il fotografo che mi benevolmente mi accoglieva – mi mostrò le tecniche di sviluppo in camera oscura ed i primi rudimenti della foto in bianco e nero. Ero ancora piccolo e, dopo i compiti di scuola, passavo i pomeriggi ad osservare la magia delle foto che venivano prodotte nella piccola bottega e le magnifiche attrezzature che possedeva. Vista la mia passione per il mondo delle foto, dopo qualche anno, ricevetti in regalo una reflex 35 mm che per i tempi era una fotocamera al top della categoria. Era una Contax con ottica Zeiss, quanto di meglio potesse esserci all’epoca. Da allora la mia passione non mi ha mai abbandonato. Oggi, sebbene sia passato del tempo, non mi ritengo un fotografo maturo. Cerco ancora uno stile, un modo di esprimermi e la continua ricerca di un mio linguaggio visivo costituisce la spinta per non smettere. Oggi privilegio la fotografia di strada: mi piace osservare situazioni, ambienti e persone che tra loro interagiscono.

-Nella tua famiglia c’è qualcuno con la tua stessa passione per la fotografia? Quali sono le tue passioni quando sei libero dal lavoro?
Nessuno dei miei nutre la passione per la fotografia. Mi piace ascoltare musica e la lettura. Come hobby manuale mi dedico alla creazione ed al restauro di mobili antichi o al recupero di oggetti che altrimenti andrebbero buttati.
-Che cosa s’intende per fotografia di strada?
E’ un tema controverso. Ciascuno di noi, anche inconsapevolmente, anche con un semplice cellulare, nel momento in cui scatta all’esterno fa fotografia di strada. Ma non tutte le foto possono esprimere vera fotografia di strada. A volte sono immagini cartolina, a volte mere riproduzioni del mondo intorno, quasi mai sono rappresentazione, interpretazione. Nel mio modo di pensare, la street-photo deve focalizzarsi nella ricerca di una o più relazioni tra l’elemento umano e l’ambiente in cui si muove e a partire da questo tentare un racconto personale di un luogo, di un popolo o di semplici stili di vita. La street-photo deve cercare prospettive, geometrie, ombre, colori e luci. La street-photo non può essere reportage e neppure una narrazione romanzata. Ecco, con il mio lavoro intendo interpretare, vedere con occhi inusuali ciò che è alla vista di tutti. La mostra di Lercara – Palermo: la luce nelle crepe – ha inteso proporre un cammino visivo e personale tra le strade della città, per restituire l’immagine forse più autentica, eterna e attuale, di un luogo che si trasforma senza mai diventare pienamente moderno. Non so se sono riuscito nell’intento ma quanto meno ci ho provato.

-Chi sono i tuoi fotografi di riferimento?
Come dicevo prima non si può prescindere dall’opera di grandi maestri come Cartier-Bresson, Berengo-Gardin o Saul Leiter. Uno di loro a cui mi ispiro molto è Hernst Haas che usa il colore come potente mezzo narrativo ed i particolari di strade, edifici, insegne che raccontano persone, cose e città con forza e delicatezza insieme. Non posso non citare Luigi Ghirri la cui opera non può definirsi esattamente street-photo ma è stato un innovatore nel linguaggio e nella semantica dell’immagine. Il suo stile scarno, dai colori tenui, dalle geometrie essenziali si trasformano in parole descrittive del mutamento del paesaggio italiano a partire dagli anni ‘70 e raccontano l’evoluzione di una società travolta da profondi cambiamenti politici e culturali senza affrontare direttamente il tema. Ghirri usa il paesaggio come mezzo e come icona di una nazione – quella italiana – per descriverne la mutazione e finisce, inconsapevolmente, a raccontare di persone e delle loro vite. Infine, non posso non citare il maestro Franco Fontana – recentemente scomparso – che ha inciso nella fotografia mondiale trasfigurando la foto di paesaggio attraverso l’uso pulsante del colore e composizioni di immagine ardite e meravigliose.
-Quale macchina fotografica usi abitualmente?
Dalla mia prima Kodak chrome – che custodisco gelosamente ancora adesso – è passato molto tempo e, quindi, molte fotocamere. Ad oggi il mio corredo è composto di 18 macchine che rappresentano una sorta di stratigrafia del mio cammino di fotoamatore. Passano da Contax, Canon, Nikon ma rappresentano solo la memoria. Oggi quelle che utilizzo maggiormente sono una Lumix pieno formato, una Leica Q3 pieno formato e due fantastiche Ricoh GRIII e GRIV che sono piccole, maneggevoli – ideali per la street photo perchè discrete e non invasive nei confronti della gente in strada che neppure si accorge – ma di altissima qualità.
-Puoi commentare questa frase: “La fotografia non si scatta ma si riconosce”…
Affermare che la fotografia «non si scatta» ridimensiona la componente puramente tecnica e muscolare dell’atto. Premere l’otturatore è una formalità esecutiva; il vero lavoro avviene a monte, nella postura mentale e percettiva di chi guarda. Si contrappone all’idea predatoria del “catturare” o “rubare” un’immagine per abbracciare un’attitudine di ascolto. L’atto del “riconoscere” implica un paradosso fondamentale: si può riconoscere solo ciò che, a un qualche livello, è già dentro di noi o nella nostra memoria visiva, emotiva e culturale. Quando il mondo esterno si allinea improvvisamente con un’intuizione interiore, si accende la scintilla fotografica. Non si inventa la realtà, ma la si individua nel caos quotidiano ritagliandola come forma dotata di senso. In questo approccio, fotografare è un esercizio di attenzione e presenza. La fotografia esiste già nel flusso del visibile sotto forma di fotogramma potenziale; il fotografo non la fabbrica artificialmente, ma ne intercetta le relazioni geometriche, poetiche e umane nel momento esatto in cui si palesano.

-Ferdinando Scianna ha scritto che i fotografi ammazzano i vivi e risuscitano i morti. Puoi commentare questa frase?
È Ferdinando Scianna fino al midollo: tagliente, scettico verso ogni retorica consolatoria e radicato in quella sensibilità tipicamente siciliana in cui il confine tra la vita e la morte è sempre poroso, drammatico e quotidiano. Scianna lo ha ripetuto spesso nei suoi scritti e nelle sue interviste: la fotografia intrattiene un commercio ambiguo e quasi sacrilego con il tempo. Nella sua visione non c’è spazio per l’estetizzazione fine a se stessa; fotografare è un corpo a corpo con l’evanescenza dell’esistenza. L’influenza di Leonardo Sciascia – suo mentore fraterno e anch’egli fotografo – risuona limpidissima in questa sentenza: c’è la stessa precisione morale, disincantata, che rifiuta di considerare la macchina fotografica come uno strumento neutrale o puramente poetico. Per Scianna, un ritratto congela per sempre l’energia vitale di chi gli sta davanti (lo “ammazza”, riducendolo a reperto immobile), ma nello stesso momento costruisce l’unica memoria visiva tangibile capace di sopravvivere alla scomparsa fisica di quella persona, permettendole di continuare a guardarci attraverso i decenni. È la fotografia intesa come specchio di cenere e, insieme, come testarda cerimonia di resurrezione.
-Qual è la foto a cui ti senti più legato?
Invero non esiste in assoluto. Vi sono foto che mi prendono totalmente e altre un pò meno ma tutto dipende dal racconto che sto costruendo e dal tempo a cui la foto si riferisce. Tra quelle della mostra “Palermo: la luce nelle crepe” credo che la mia preferita sia quella del macellaio colto tra i quarti di carne nel mercato di Ballarò. Secondo il mio pensiero possiede una potenza visiva cruda e teatrale, che richiama immediatamente la grande pittura secentesca — dal Bue squartato di Rembrandt alle atmosfere drammatiche del Seicento napoletano e caravaggesco. Mi piace molto la composizione a quinte teatrali che formano la “crepa” ricercata nel viaggio fotografico su Palermo. Le due grandi mezzene appese dominano il primo piano e fungono da pesanti tendaggi organici. L’inquadratura non lascia scampo allo spettatore: la carne è imponente, materica, trasparente sotto la pellicola che crea riflessi quasi vitrei e innaturali. Il macellaio è incorniciato e quasi schiacciato dal peso della materia. La sua postura raccolta, con lo sguardo basso e concentrato sul lavoro, gli conferisce un’aura silenziosa e sacrale, lontana dalla frenesia commerciale. Non è una posa per la camera, ma un gesto quotidiano e arcaico. Infine la mia maniacale ricerca dell’ombra per esaltare la luce trova in questo scatto la sua massima espressione:lo sfondo cupo esalta il contrasto tra i rossi profondi, le striature bianche del grasso e la luce tagliente che illumina la spina dorsale e la fronte dell’uomo. La linea luminosa in basso (il banco frigo) inchioda la scena a una dimensione reale pur mantenendo una forte carica metafisica. Magari ho esagerato un pò con la descrizione ma è il mio pensiero.
-Come vedi la fotografia e fotografi di oggi?
La critica più lucida che si può rivolgere a gran parte della fotografia contemporanea riguarda lo scollamento tra perfezione tecnica e urgenza visiva: si produce un’infinità di immagini impeccabili, ma pochissime fotografie necessarie. Molti fotografi oggi non compongono per raccontare o interrogare la realtà, ma per compiacere i feed e gli algoritmi. Questo ha generato una standardizzazione impressionante: cieli aranciati e ombre teal, neri sollevati a imitare una finta pellicola o contrasti esasperati applicati a qualsiasi contesto, cancellando la vera luce del luogo. C’è un’ossessione costante per il mezzo tecnico, una sorta di feticismo tecnologico: sensori con decine di megapixel, ricerca spasmodica della nitidezza quasi clinica, autofocus infallibile con tracciamento oculare, rumore digitale ridotto a zero. Tuttavia, l’estrema pulizia formale spesso nasconde una totale assenza di linguaggio. La fotografia documentaria e di strada soffre spesso di superficialità: si cattura il singolo momento “a effetto” senza la pazienza di costruire un corpus coerente, un progetto a lungo termine o un’indagine antropologica e sociale autentica. La grande fotografia — oggi come ieri — esiste e resiste quando il fotografo accetta la fatica della relazione con il mondo, sporca la geometria perfetta con la verità .
-Si dice spesso che oggi la fotografia è diventata uno strumento democratico alla portata di tutti, sei d’accordo?
Il mezzo fotografico è certamente molto più accessibile rispetto al passato. La disponibilità di cellulari dotati di strumenti di ripresa, a volte pure tecnicamente eccellenti, rende facile e pronta la realizzazione di uno scatto senza portare con se un’attrezzatura fotografica specifica. In questo senso è fotografia democratica. Occorre vedere, però, quanto di espressivo, narrativo, interpretativo vi è in miliardi di foto di selfie e panorami al tramonto che finiscono nei post dei social solo per raccolta di like. C’è la semplice ricerca dell’effetto “waw” a ciò aiutati da software di elaborazione che aggiungono effetti e colori irreali a immagini che definirei inutili. Se il mezzo è sicuramente democratico non è detto che il risultato lo sia perchè, in mezzo ad una pletora infinita di fotografie, ciò che emerge – in termini espressivi ed interpretativi – è sempre frutto di un’elite più sensibile e colta che sa leggere la realtà trasponendola in un’immagine o in un racconto di immagini capace di raccontare una storia, un luogo, delle tradizioni o dei fatti.

-I vecchi fotografi nei loro laboratori avevano la memoria storica, la vita e le storie dei paesi in cui vivevano con i loro negativi. Che fine ha fatto tutto questo mondo legato ai rullini e alle pellicole?
E’ un mondo ormai non più esistente. La tecnologia ha reso il processo di produzione delle immagini molto più immediato e con strumenti che – se saputi utilizzare e dosare – offrono infinite possibilità creative. Come ogni cosa del passato resta la nostalgia del rullino, del negativo e della stampa in camera oscura. Devo dire che oggi sta tornando di moda quel mondo e ci sono produttori che hanno rimesso in vendita apparecchi analogici per l’uso di rullini come ai vecchi tempi. Addirittura si sta sviluppano un mercato delle pellicole scadute perchè molti fotografi ricercano – quasi per protesta alla precisione del digitale – il difetto colorimetrico, la possibilità creativa, la possibilità di meditare prima di scattare (ricordo che, a differenza del digitale, il rullino ha un numero limitato di pose con ciò imponendo al fotografo un processo meditativo prima dello scatto). Tuttavia non so se si tratti di un fenomeno di controtendenza destinato a sparire o a un mondo che può sopravvivere parallelamente al digitale.
-Come vedi il consumo della fotografia sui giornali italiani?
Nei giornali italiani la fotografia è trattata perlopiù come un semplice riempitivo visivo o un accessorio decorativo del testo, non come un linguaggio autonomo dotato di dignità narrativa. Si privilegia l’immagine che convalida il titolo in modo letterale, senza lasciare spazio all’ambiguità, alla metafora o a un punto di vista autoriale scomodo. L’acquisto massiccio da banche dati o grandi agenzie porta a una standardizzazione dello sguardo. Spesso la stessa identica inquadratura rimbalza su cinque testate diverse, riducendo l’informazione visiva a stereotipo. Il fotogiornalismo d’inchiesta, quello che richiede tempo, permanenza sul campo e fiducia editoriale, è quasi scomparso dalle pagine stampate a favore di scatti rapidi da conferenza stampa o fotogrammi estratti da video virali. E non è un bene.

-Cosa stai preparando in questi mesi?
Continuo a scattare per completare il progetto di un libro su Palermo che prende le mosse dalla mostra di Lercara. Spero di pubblicarlo quanto prima.
-Oggi si scattano 500 fotografie durante una vacanza. Fotografiamo ogni cosa sperando che una foto sia buona. Viviamo nell’epoca della fotografia compulsiva …
Sì, viviamo nell’illusione che accumulare scatti equivalga a vivere o ricordare le cose. Si scatta all’impazzata non per guardare, ma per certificare a noi stessi e agli altri la nostra presenza in un luogo: fotografiamo per dire ‘ci sono stato’, smettendo però di ‘esserci’ davvero. È una reazione d’ansia davanti al tempo che scorre. Questa bulimia digitale ha svuotato l’atto del fotografare del suo elemento più prezioso: la scelta. Quando speri che su cinquecento scatti ‘uno sia buono’, stai delegando il senso dell’immagine al caso o al software. La fotografia autentica è l’esatto contrario: è sottrazione, è la disciplina di rinunciare a novantanove immagini per aspettare l’unico istante necessario. Nei miei lavori — come nella ricerca tra i chiaroscuri delle botteghe o nelle geometrie urbane — cerco proprio di recuperare il peso della lentezza e la responsabilità di ogni singolo scatto
-Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Prossimamente parteciperò ad alcuni work-shop organizzati da Leica a Milano e nel frattempo continuerò a curare le foto per il mio libro su Palermo.
Biografia
Vincenzo Piazzese, nato a Palermo da famiglia lercarese, ha vissuto diversi anni della sua infanzia e gioventù a Lercara Friddi a cui è profondamente legato. Dottore Commercialista e docente di economia, è un appassionato di arte e di fotografia che coltiva fin da bambino. Ad appena otto anni ricevette in regalo una Kodak Instamatic con la quale riprendeva persone e scene di famiglia. A Palermo, da ragazzino, ha frequentato per diletto un piccolo laboratorio fotografico vicino casa dove ha appreso le tecniche di sviluppo in camera oscura. A diciotto anni il nonno paterno gli regalò la prima reflex con cui, facendo tesoro delle lezioni della sua insegnante di storia dell’arte, iniziò a sperimentare le tecniche di composizione dei grandi pittori del passato. Da sempre si è ispirato ai maestri della street-photo (Berengo Gardin, Doisneau, Cartier-Bresson, Leiter per citarne alcuni).
Foto
Palermo – Mercato di Ballarò – Macellaio per strada
Palermo – Mercato di Ballarò – Venditore di frutta
Palermo – Vicino alla cattedrale – Il breviario giallo
Palermo – Mercato della Vucciria – Fumi di cibo e colori di strada





