“U Miricaneddru” di Giuseppe Maurizio Piscopo

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“U Miricaneddru nascì senza cappeddru, unn’era né ladiu né beddru, era curtu e finu cu a facci i parrinu, vinnia scarpi pi signure e signurine, ca cu iddru diventavano regine”!

Nella discesa che porta dalla Matrice a Piazza Cavour, uno degli angoli più poetici e suggestivi della Favara della mia infanzia, c’era una volta uno storico negozio di scarpe. Era quello di u Miricaneddru un tipo molto eccentrico e taciturno. Un personaggio che vestiva all’americana e masticava qualche parola di inglese. Colpivano le sue scarpe bianche e le giacche a righe. Quando apriva la porta del negozio, partiva la canzone in sottofondo, “Partinu i bastimenti” e si presentava alla sua affezionata clientela. Con la sua presenza scenica dava l’impressione di aprire il sipario di un grande teatro…

Un giorno venne a cercarlo un favarese che era stato solo qualche settimana a Bruccolino e per vanità voleva fargli sentire come in così poco tempo, aveva imparato l’americano. Quando u Miricaneddru ascoltò quella pronuncia così incomprensibile, quasi infastidito, lo fermò subito con una frase inglese ad effetto ed un sorriso di scherno, lui che non sorrideva mai, gli disse:-“Take the bread on the mouth” che tradotto significa mettici pani m’bucca, come dire, vedi di parlare come ti ha insegnato tua madre e togliti i grilli che hai in testa, parlare inglese non è cosa tua! U miricaneddru abitava in via Sottotenente Giglia

Gli piaceva cantare ed accompagnarsi con una chitarra scordata, i vicini a quanto pare non gradivano la sua musica e spesso e volentieri nascevano discussioni e liti, perché con i favaresi soprattutto al primo incontro bisogna trovare la chiave giusta, saper parlare e saper chiedere le cose con i dovuti modi per ottenere qualcosa, altrimenti si può chiudere bottega per sempre! Si racconta che un campiere infastidito dalla sua musica, molto nervoso per ragioni personali, dopo un’accesa discussione e con maniere poco eleganti, gli sfondò la chitarra in testa e con quel gesto fermò la sua carriera di musicista! Un giorno e lo ricordo bene, come se fosse ieri, andai con mia madre nel suo negozio per comprare un paio di scarpe per la festa.

Si avvicinava il Natale e a Favara come vuole la tradizione i bambini mettono un vestitino e le scarpe nuove. Il negozio era piccolo e strapieno di gente. Le scarpe erano moltissime, sistemate alla rinfusa, senza un criterio, una scatola sopra l’altra in maniera disordinata. Quel giorno, tra le clienti si presentò una signora “camurrusa e maleducata”, cercava un paio di scarpe per il figlio di nome Lilliddru, un bambino bello, grassottello e capriccioso. Stava mangiando un panino con la mortadella nel negozio e faceva le boccacce al negoziante. La cosa infastidiva non poco u Miricaneddru, che quando non ne potè più guardò negli occhi la signora, come a dirle: “Non lo sa, che in un negozio di scarpe non si deve mangiare”? La signora leggendo quello sguardo e facendolo sentire a tutti, con voce decisa esclamò: “E chi voli u picciliddru è nicu, havi fami e havi a crisciri! Il bambino dava grandi morsi a quel panino e ogni minuto chiedeva l’acqua per non strafogarsi, e ridacchiava ogni volta che vedeva “U Miricaneddru” in difficoltà, roso dalla bile. Anche gli altri clienti, che a Favara, non sia sanno fare i fatti loro, dicevano al “Mircaneddru” di lasciar perdere, i bambini hanno sempre fame a quell’età! Tutte le scarpe sistemate del negozio, che Lillidru aveva provato erano strette, a causa di un piccolo problema che aveva al piede destro. Fu allora che “U Miricaneddru”, che spesse volte perdeva la pazienza con i clienti, prese la scala a forbice e salì per cercare un ultimo paio di scarpe, che aveva sistemato molto in alto, poiché non riusciva a venderle. Andava di fretta ed era molto arrabbiato.

Era di sabato e il negozio era molto affollato. Tutti si lamentavano e parlavano ad alta voce, come si usa a Favara, dove le regole valgono solo per gli altri. Così, ogni scalino che saliva gridava sempre più forte: sei anni 28, sei anni 28 per non dimenticare la misura delle scarpe del bambino. Ora, forse perché aveva messo la scala male o non l’aveva fissata bene, o l’aveva aperta di fretta, o per un crampo al piede di cui soffriva spesso, mentre era in alto, fece un tonfo con tutta la scatola che teneva ben stretta tra le mani. La scala si ruppe in due e le scarpe volarono come stracci, una colpì una cliente procurandole un bernoccolo, le altre scatole si aprirono facendo un rumore infernale e creando lo scompiglio e il terrore fra i clienti. “ Prima risero tutti come matti, poi fecero finta di dargli aiuto e in coro: Chi si fici, chi si fici gridarono tutti, ancora vivu è!

Per fortuna non ci fu bisogno di un dottore. Bastò l’aiuto del farmacista Pepè Bongiorno, che era stato informato e arrivò veloce come un fulmine con il ghiaccio, la garza e il disinfettante. U Miricaneddru si alzò da terra pallido e sanguinante, disse delle parole incomprensibili in inglese, Don’t air dirty laundry in pubblic, che tradotto vuol dire, i panni sporchi si lavano in casa! Quando u Miricaneddru aveva qualche dispiacere per non darlo a vedere agli altri, si esprimeva in inglese. Quel giorno per disperazione, si rifiutò di vendere le scarpe alla signora, la cacciò via e con voce ferma le disse:-“ Signu pi vossia scarpi un ci nn’è cchiù, si scurdassi a me facci e si li issi accattari a n’antra banni, nu Granmillanu o Carminu. Si livassi davanti la faccia della terra, e cca nun ci vinissi cchiù, ci mittissi a cruci! “Go away, disse con la testa sanguinante, rivolgendosi alle persone che stavano fuori dalla bottega e che erano accorse per godersi lo spettacolo! I clienti uscirono dal negozio storditi e strada facendo commentavano ridendo, chi mala iurnata ci capita o “Miricaneddru”, menu mali ca su cosi ca si cuntanu!”