Come una grande colonia di formiche

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La mia generazione viene definita Xennials, cioè sono uno di quegli uomini, e donne, nati tra la metà degli anni ’70 e la metà degli ’80, troppo piccoli per essere definiti generazione X e allo stesso tempo troppo grandi per essere dei Millennials. In sintesi noi Xennials siamo una flotta di quasi quarantenni nati pensando che da grandi avremmo avuto il posto fisso ed invece ancora oggi molti di noi rincorrono un futuro che a fatica diventa presente. Uno Xennials, hai iniziato a far ricerche con l’enciclopedia e ha finito scrivendo la tesi di specializzazione sul Mac. Siamo una generazione ponte, penalizzata forse della crisi mondiale degli anni precedenti ma anche della velocità di aggiornamento tipica dei Millennials. Ma tra noi Xennials molti non intendono arrendersi, continuando a credere che ci sia posto da qualche parte. Ho voluto fare questa premessa perché non voglio che pensiate che sia presuntuoso dopo che avrete letto quello che segue.
Conosco internet dal giorno prima in cui è nato, quando ancora se ne parlava solo sui giornali cartacei. Dalla metà degli anni ’90, quando pian piano internet è entrato nelle case di tutti, fino ad entrare nelle nostre tasche, sono passati vent’anni. L’avvento di internet è il classico evento che segna un prima ed un dopo. Una linea netta di demarcazione tra una povertà di contenuti e tutto il contrario, una realtà ricca di resoconti in diretta, contenuti video, immagini, informazioni complete mai ottenute prima. C’è però un altro momento clou, rappresentato dalla nascita dei social. Tranquilli non vi farò il pippotto su facebook, ma più banalmente voglio porre tre domande.
La prima è: Cosa ci dicono i social in merito alle idee e alle motivazioni che ci spingono ad agire? Una delle cose più belle dei social, e di internet in generale, è che le persone generano una enorme quantità di contenuti ogni ora. Link, commenti, e tutto quanto produciamo sui social lo facciamo in maniera gratuita. Non veniamo retribuiti in nessun modo, se non in attenzione e in reputazione. Se guardiamo questo aspetto dal punto di vista economico, sicuramente è un ottimo risultato. Perché questo metodo permette di organizzare le varie attività senza che ci sia di mezzo, o non per forza, il denaro. Parlando in termini informatici possiamo dire che è un modello open-source. Un modello familiare, modellabile ed applicabile a molte situazioni. Quello che abbiamo quindi è un esercito di giornalisti locali che producono una grandissima quantità di materiale che ci permette di raccontare tante storie. Fin qui tutto sembrerebbe positivo, almeno per il fatto che questa attività ci sgancia dal valore di quel che facciamo associato al denaro.
La seconda domanda è: I social possono generare una intelligenza collettiva e cosa realmente fanno i social per noi? Con le giuste condizioni, la storia ci insegna che gruppi di persone possono essere molto più intelligenti di ogni singola persona. Provo a spiegarmi meglio prendendo come esempio Google. Questo motore di ricerca funziona grazie all’intelligenza collettiva che c’è nel web. E che è la somma di tutte quelle informazioni che noi tutti, negli anni abbiamo fornito alla collettività. Provo a fare un altro esempio. Oggi può capitare che un fan di una rockstar ne sappia di più sulla vita privata e professionale della rockstar stessa. Ma quello che è ancora più affascinante e che a tutte queste informazioni posso accedere anche io, in qualsiasi momento. È una intelligenza distribuita quindi, ma a cui dobbiamo accedere nella maniera giusta. Ogni post, ogni commento non può essere precisamente quello che stiamo cercando, ma collettivamente gli autori dei post, tutti gli amici che lo condividono e così via, ci daranno una visione d’insieme di quello che stavamo cercando. Si chiama giornalismo partecipato o dei cittadini, ed è il lato positivo di questa storia. Ma c’è anche quello negativo. Se passi molto tempo su internet finisci per innamoratene. Ed è facile pensare che i social connettono un posto con l’altro, un gruppo con l’altro. Ma la verità è che più siamo connessi l’uno all’altro e meno sarà possibile rimanere indipendenti.
Quindi la terza domanda è: Quali sono i potenziali rischi del social? Una delle principali caratteristiche di un social è che una volta che ti sei connesso, il social inizia a modellare la tua visione e l’interazione con gli altri utenti. Questa è una delle funzioni base del social. Ma i gruppi di persone sono intelligenti quando sono singolarmente indipendenti, il più possibile. Il social paradossalmente impedisce questo pensiero indipendente, perché gli utenti indirizzano la loro attenzione a quello che considera e propone il social e non a quello che considerano le singole persone. Sui social è così, una volta che una idea prende piede, diventa virale, si accumula su tutti gli utenti e diventa prevalente. Questo ad esempio è quel che accade oggi nella politica praticata sui social. Capita così di diventare come una colonia di formiche, nessuna delle singole formiche sa cosa sta facendo, ma collettivamente queste possono raggiungere grandi risultati, in maniera intelligente. Ma può capitare che le formiche si perdano e a quel punto, si segue una semplice regola: fare quello che fa la formica davanti a tutte. E può capitare che inizino a girare attorno senza far nulla, fino a che non muoiono. Ma questo è solo un inconveniente. Internet è una grande risorsa, conosco siti che hanno generato tanta informazione, ho conosciuto persone che hanno offerto la loro conoscenza indipendente (dal profitto si intende). L’intelligenza è l’essenza del web e dei social, non dimentichiamolo. E forse proprio la mia generazione, quella cresciuta all’aria aperta, che imparava a memoria i numeri di casa degli amici, che ha vestito le camicie di flanella ascoltando musica grunge e che è stata capace di adattarsi a tutti i rapidi cambiamenti degli ultimi vent’anni, conservando una propria identità, ha oggi la possibilità di fare ordine in una collettività che sta rischiando di perdere la propria, singola intelligenza. Forse è questo il nostro posto.