“La Ribera che vale”: Onelia Gagliano e la sua start up sulle cellule staminali

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La protagonista di questa settimana è Onelia Gagliano, ingegnere biomedico, fondatrice con altri colleghi della start up “uSTEM” per la produzione di cellule staminali. Prima di entrare nel vivo dell’intervista desidero ringraziare Onelia per la disponibilità accordatami considerata la sua riservatezza.
Onelia Gagliano ha frequentato il liceo classico di Ribera e all’età di 18 si è trasferita a Padova per frequentare la facoltà di Ingegneria Biomedica. “Dopo aver finito l’Università e fatto l’esame di stato, nel settembre 2011 mi sono trasferita a Londra, dove ho lavorato come “au pair” (ragazza alla pari) per 4 mesi – ci racconta Onelia. Era un modo per non stare con le mani in mano e per riflettere su cosa fare del mio futuro. Ho scelto Londra, perché come la maggior parte dei ragazzi italiani, vogliono imparare l’inglese, ma conosci più italiani che altro.
La mia permanenza doveva essere di circa un anno, ma avendo avevo vinto intanto un dottorato di ricerca sono rientrata in Italia nel Gennaio 2012.
Nel 2014, durante il mio PhD, ho vissuto 6 mesi in America: lavoravo nel Dipartimento di Neuroscienze presso l’Università del Texas di Dallas. Mi sono occupata dello studio dei ritmi circadiani su mammiferi, argomento oggi molto in voga visto l’ultimo Premio Nobel attribuito alla medicina.
L’esperienza è stata bellissima sia professionalmente che umanamente. Lì ho comprato la mia prima macchina, una Pontiac GranPrix con cambio automatico di 10000 cavalli (volevo un’utilitaria ma fai fatica a trovarle). L’ho comprata e rivenduta in 15 min, con un certo timore iniziale e la tipica diffidenza che contraddistingue noi siciliani, ma anche da quello capisci quanto in Italia la burocrazia è la prima causa del nostro essere lenti.
La ricerca all’estero ha una marcia in più, ha più finanziamenti che ti permettono di fare ricerca di alta qualità, malgrado utilizzi molti cervelli stranieri.
Ma non è tutto oro quello che luccica e in America non si sta benissimo, a meno che tu non sia un miliardario o comunque con un stipendio che ti garantisca un buon grado di benessere; vedi tanta gente povera, quartieri disagiati e fatiscenti lontani da quelli con ville con piscine, e con una punta di orgoglio dico che gli americani hanno il sogno europeo, invidiano la nostra storia, le nostre bellezze e le nostre arti, soprattutto quelle italiane”.
Tornata a Padova continua la sua attività di ricerca, fino alla fondazione con due suoi colleghi italiani e un partner americano Opko Health di una start up che si chiama uSTEM (u=you, come te, STEM, come staminale).
“Produce cellule staminali pluripotenti indotte (in inglese iPSCs) – ci spiega Onelia – cellule cioè che non sono sempre state staminali ma che lo sono diventate a seguito di un processo chiamato reprogramming.
In pratica quello che si fa è inserire artificialmente all’interno della cellula adulta degli RNA tipici delle cellule staminali, per un numero di giorni necessari a che la cellula si “convinca” di essere staminale, cambia morfologia e comincia a produrli autonomamente.
Le potenzialità di questa scoperta, avvenuta nel 2007 da Shinya Yamanaka uno scienziato Giapponese, sono enormi soprattutto se si guarda alla medicina rigenerativa: ognuno di noi potrebbe avere le sue cellule staminali, che potrebbe usare a tempo debito facendole diventare il “pezzo di ricambio” di cui si necessita, senza problemi legati alla ricerca di un donatore compatibile o al rigetto, perché le cellule sarebbero proprie del paziente. Inoltre si bypasserebbero tutte quelle problematicità legate all’uso delle cellule staminali provenienti da embrioni in clinica, proprio perché le iPSCs non sono staminali originali ma lo sono diventate.
Quello che uSTEM fa è produrre le iPSCs utilizzando un approccio tecnologico basato sulla microfluidica. L’idea è nata da una pubblicazione scientifica nella rivista Nature Methods nel 2016, a cui io ho partecipato, che avevamo precedentemente brevettato. Lavorando con dimensioni dell’ordine dei micron i costi si abbattono notevolmente e il processo di produzione risulta molto efficiente.
Serve ancora tanta ricerca prima che iPSCs vengano applicate in medicina, ma la scienza sta lavorando in questa direzione e spero che anche noi possiamo dare il nostro contributo”.
Onelia e i suoi colleghi sono arrivati tra le prime 10 startup italiane, su 200, nel programma Bioupper 2016. Si sono classificati tra i primi tre nella competizione spagnola Everis Award nel 2017; vinto un Finanziamento dalla Regione Veneto e recentemente (18 ottobre) vinto il primo premio alla selezione LifeTech.
Alla fine dell’intervista chiedo ad Onelia un messaggio per la sua città. “La mia esperienza mi ha insegnato che l’unico modo per realizzare i propri sogni è la passione. So benissimo che questo non è un periodo facile per noi giovani, ma appassionarsi al proprio lavoro, alle proprie idee, rende tutto più convincente: nulla piove dal cielo, qualsiasi cosa se fatta senza la giusta convinzione e motivazione potrebbe avere poco futuro: chi ci darebbe fiducia se siamo noi già poco convinti?

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