Chi c’è cosa? Ancora da svelare il terzo segreto di Ribera

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Così come i segreti di Fatima, resta ancora da svelare il terzo segreto di Ribera, ovvero quello che risponde alla domanda: Chi c’è cosa? Interrogativo che attanaglia da decenni l’esistenza del riberese crusiero sempre alla ricerca di novità, e quindi di notizie da divulgare all’umanità. Il metodo in cui queste notizie vengono divulgate fa parte, però, di un altro studio che renderò pubblico prossimamente, dal titolo “Tecniche e metodologie del passaparola riberese per cui una cosa tanta addiventa tanta”. Per comprendere appieno il titolo è necessario, ovviamente, aggiungere i gesti, quindi seguite queste facili istruzioni: mettete la mano destra con il palmo rivolto verso il basso e chiudetela leggermente a coppo, come se teneste delle noccioline in mano. Dopo di ciò avvicinate il pollice sopra l’indice, ed ecco il comune gesto che indica una piccolezza, un’inezia, na stizza. Fatto questo portate il braccio sinistro in parallelo alla linea delle spalle, mentre il braccio destro è disteso in avanti. Ed ecco che una cosa tanta addiventa tanta.
Ma torniamo all’interrogativo protagonista, non solo di queste poche righe, ma dell’intera nostra esistenza. I più comuni bersagli della domanda a bruciapelo sono le giovani donne sposate da pochi mesi. Giusto per fare qualche esempio. La giovane sposina rifiuta un bicchiere di vino? Ed ecco che una parente a caso incalza dicendo: “Chi c’è cosa?”; la giovane sposina dice di aver voglia di pasta ‘ncasciata ad agosto? Ed ecco che la suocera chiede:”Chi c’è cosa?” (anche se la voglia di pasta ‘ncasciata ad agosto è alquanto sospetta); la giovane sposina annuncia di dover andare fuori paese? Ed ecco che la vicina di casa con sospetto chiede: “Chi c’è cosa?” Come se quel viaggio fuori sede debba essere per forza una visita medica da chissà quale luminare, perché dopo sei misi ca su maritati com’è ca ancora non è incinta. Questo è un esempio di come una cosa tanta diventa tanta. A forza di dire “Chi c’è cosa” conosco ragazze alle quali viene attribuita una gravidanza ogni sei mesi, che poi mancu li cunti giusti vi fidati fari.
Ma io ho dato una spiegazione logica a tutto questo. Prima o poi sarà la volta giusta, sarà la volta che queste donne aspetteranno davvero un bambino, e quella volta niente sarà paragonabile alla soddisfazione di poter dire: “Lu dicia io ca c’era cosa”. E’ proprio vero che ci sono cose che non si possono comprare.
Altra categoria presa di mira dal tagliente interrogativo è quella delle donne single (sì esatto, la mia categoria. Non serve mettere il dito nella piaga). Sugnu priva di andare a prendere un caffè con un amico, che già c’è l’avvoltoio che mi passa accanto, fa un sorrisino, capaci ca scaccia pure l’occhio, e per stupire con effetti speciali fa pure quel gesto con la mano. Quel gesto con le dita della mano rivolte verso il basso che girano in senso anti orario (quel gesto che noi appassionati di aperitivo facciamo per dire:”Lo porti pure un po’ di mangiarizzo?”) Amunì dai, ni capemu. E ovviamente aggiunge: “Chi c’è cosa?”

Un’altra variante diffusa, è un interrogativo un po’ più generico. Un interrogativo che non nasce per colpire e affondare l’interlocutore come il primo, ma una domanda buttata lì, come un amo che aspetta il pesce che abboccherà, ovvero: “Chi si dici?” Domanda che il più delle volte trova la solita risposta: “Ia nenti, chi s’ava diri”. E molte volte sarebbe meglio non dire proprio niente.

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