Il profilo dello spettatore riberese: Quando la “lagnusia” prende il sopravvento

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Da attenta osservatrice dei modi di fare di noi riberesi, ho reperito sufficiente materiale durante le serate seccagrandine trascorse in musica.
Da che ho memoria, ogni estate, la classica domanda che tutti ci poniamo ad inizio stagione è: “Ni vennu cantanti st’annu?”. Lu cantanti. Questa figura astratta, senza volto né nome, che con ansia attendiamo diventi realtà palesandosi al nostro cospetto. Ma ciò su cui mi preme soffermarmi non è il giudizio agli ospiti intervenuti, bensì sul comportamento del pubblico pagante.
Sulle note di “Piccola Katy” una sera, e di “Mi manchi” l’altra, ho delineato, grosso modo, il profilo dello spettatore riberese. Dal momento in cui lo spettatore si accomoda al suo posto viene assalito da una lagnusia fulminante, che se a fine spettacolo truvassi qualcuno ca l’accumpagna dintra cu tutta la seggia, lo pagherebbe fior di quattrini. I sintomi della lagnusia iniziano a manifestarsi già un paio d’ore prima di uscire, quando la donna dice: ”Ci vaiu sulu picchì ormai pagavu la seggia”, mentre l’uomo pensa: “Si unn’era pi me muglieri ca ci voli iri mi ristava dintra”. Altro sintomo è lo scervellarsi per 30/45 minuti circa, intorno all’amletico dubbio: “Ama vidiri unni posteggiari stasira”. Dopo le “partenze intelligenti”, i riberesi hanno inventato li nisciuti di dintra intelligenti. Se lo spettacolo è alle 22, lo spettatore riberese alle 20.30 è già pronto ad uscire (prima sì dopo no).
Insomma, prendiamo posto. Per ammazzare quell’ora e mezza di anticipo, lo spettatore inizia a guardarsi intorno per capire chi si ritroverà seduto accanto. Ma fondamentale è scoprire chi si siederà di fronte. Quel posto che guarda caso fino ad un minuto prima dell’inizio dello spettacolo è vuoto, che per un attimo ci credi davvero che non sarà occupato da nessuno. E invece, arriva sempre quello alto due metri che per tutta la sera ti costringerà a spostare a destra e a sinistra la testa, per riuscire ad intravedere lu cantanti. “Stasira cu lu torcicollo minni vaiu dintra” (se non la portiamo a tragedia che bello c’è). Quindi dicevo, iniziamo a socializzare. Il pre serata verte sulla domanda: ”Chi canzuni avi?” (questo è il momento in cui accennate un sorriso e pensate: “Vero è”). Inizia a calare un po’ di umidità, dumani agghiurnamu malati (ancora un momento tragico).
La lagnusia comincia a raggiungere l’apice con: “Ti fazzu vidiri che quella che piace a me la canta per ultima e mi tocca stari ccà fino alla fine?”. Ma ciò che contraddistingue lo spettatore riberese da qualsiasi altro, è la totale assenza dell’applauso spontaneo. Ni siddia pure applaudire, ni facemu prigari. Figuratevi se il cantante invita ad alzare le mani in aria e a muoverle a tempo di musica. Ma chi ti niscì lu sensu?. E si arriva alla fine dello spettacolo, quando ci rialziamo a fatica dalla sedia: “Mancu a l’addritta pozzu stari” (ancora tragedia).

E dulcis in fundo, lo spettatore riberese esce di scena con: ”Bonu cantà”. Che non sai mai se si riferisce alle doti canore dell’ospite, o al fatto che ha cantato quasi due ore.

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