Quando la musica veste nuovi panni: intervista a Egidio La Rocca, chitarrista dei We Man

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Un chitarrista eclettico, una cantante scapestrata, un batterista creativo: loro sono Egidio La Rocca, Paola Russo, Danilo Spinoso e quando suonano insieme si fanno chiamare We Man. “Reinventare” è la parola chiave del loro modo di fare musica, il segreto di un repertorio travolgente che coinvolge il pubblico dal primo all’ultimo pezzo. Conosciuti da tempo nell’ambiente musicale riberese, sono ormai famosi anche in quello palermitano. Alle loro file talvolta si aggiungono degli “amici insoliti”: il fisarmonicista, Paolo De Leonibus, e il violinista Melko Van Kaster. Un sodalizio ricchissimo che si fa spazio nel panorama musicale siciliano.

Egidio, che origini ha la scelta di questo nome per il vostro gruppo?

L’idea è stata di Paola, ha voluto giocare sull’ambiguità: “We man” in italiano significa “noi uomini”, ma spostando l’accento la pronuncia è uguale all’inglese “women”, che significa invece donne, con l’errore (voluto) del sostantivo singolare invece che plurale.

Lavorate insieme ormai da diverso tempo, da dove inizia la vostra storia?

Il gruppo nasce dalle ceneri dei White Rabbit, quartetto acustico di cui facevamo parte sia io che Paola. Chiusa quella stagione, nacque l’idea di continuare a suonare insieme, ma in un gruppo diverso. Danilo, il nostro attuale batterista, si mostrò interessato al progetto. Così cominciammo a lavorare ad un nuovo repertorio prendendo qualcosa dal vecchio calderone. Il resto venne da sé, col tempo.

Ecco, il vostro repertorio, come lo descriveresti?

Fondamentalmente è una mistura di pop e dance, con piccole scivolate su un repertorio dal sapore più popolare (Mannarino, Capossela, De Andrè). Raramente si va verso il rock, un po’ per scelta, un po’ perché non riusciamo ad adattare questo genere al nostro stile.

La scelta dei pezzi da inserire in repertorio è un’operazione delicata: la scaletta deve essere adatta alle caratteristiche vocali del cantante quanto alle capacità dei musicisti, deve incontrare il gusto del pubblico come quello degli esecutori. Come riuscite a conciliare queste esigenze?

Esatto, è un’operazione complicata. Sapessi quante canzoni abbiamo provato e abortito! Sicuramente i brani devono adattarsi alle caratteristiche della cantante, un po’ meno a quelle dei musicisti: siamo noi ad arrangiare il pezzo e a cucircelo addosso.

Stazione Ficuzza

Arrangiamenti originali e poco convenzionali, la caratteristica più evidente della vostra band. Un punto di forza?

Assolutamente! Nel tempo abbiamo realizzato che è la cosa che ci caratterizza: prendere un brano, spogliarlo dalla sua veste originaria e ricomporlo finché non calzi la nostra “scarpa musicale”. C’è capitato, tempo fa, di salire sul palcoscenico in due ricorrenze molto diverse tra loro: l’apertura di un concerto di Donatella Rettore in occasione delle elezioni europee lo scorso maggio, e il Gay Pride, a giugno. Se ciò è stato possibile, credo sia perché siamo riusciti a trovare una formula che, nella sua veste acustica, va al di là della sua tipologia classica.

Fare bella musica e soprattutto intrattenere: si impara strada facendo?

Sacrosanto! Più suoni, più impari da te e dai tuoi compagni. Tra discussioni e risate la migliore lezione è certamente quella che si impara suonando dal vivo e davanti a un pubblico sempre diverso. Poi, se si è diventati davvero complici, arriva pure l’intrattenimento: anche questo ormai è un elemento che fa parte delle nostre esibizioni.

Nel vostro caso il confine tra passione e lavoro è davvero molto sottile. Certamente questo è un bene, ma qual è il prezzo da pagare?

Se pensi che io, oltre a suonare, sono commercialista, questo significa che praticamente non finisco mai di lavorare! Facciamo tre-quattro serate alla settimana (a volte anche di più) per tutto l’anno. Considerando che ci sono anche lo studio e le prove, è ovvio che la vita privata  finisce per diventare il “dopo serata” o il lunedì, al massimo. E’ assolutamente il prezzo da pagare, la contropartita di un divertimento che ha il sapore di un lavoro.

Colleghi di lavoro, uniti da una passione, compagni d’avventura … la musica fa l’amicizia o l’amicizia fa la musica?

Tutte e due le cose. Si è amici, si fa il gruppo e poi si finisce per consolidare l’amicizia. Tra me e Paola c’era una conoscenza storica, che è poi diventata amicizia grazie al gruppo. E grazie al gruppo ho anche incontrato Danilo, una tra le persone più umili e belle che conosca. E’ giusto che menzioni anche i nostri “sostituti portieri”, come scherzosamente li chiamiamo: Ferdinando Piccoli, Alessandro Pillitteri e Giusto Correnti, i batteristi che sostituiscono Danilo quando è impegnato in altre serate; Carmelo Mandalà e Andrea Piazza, che per un periodo hanno sostituito me. Tutti grandissimi musicisti e persone meravigliose.

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