Considerazioni personali su “La grande bellezza”

2758

In quest’Italia, un film come La grande bellezza ce lo meritiamo tutto.
E ci meritiamo anche l’Oscar per la superficialità.
Sia chiaro: quell’Oscar è andato a Sorrentino per la sua tecnica di ripresa e va a Roma, che non è più caput mundi ma rimane un’eterna bellezza. Seppure spezzata dal rumore caotico degli uomini, come dimostrano le scene iniziali del film.
Hegel diceva che non c’è nulla di più profondo di ciò che appare in superficie. E a tutti coloro che su Facebook si chiedevano quale fosse il significato del film, mi sento di rispondere che il film è esattamente ciò che appare sullo schermo.
Tanta monumentale bellezza e tanta umana bruttezza. Ma non si conclude tutto qui.
Sia chiara un’altra cosa, sono delle mie considerazioni che esprimo perché non ritengo opportuno che si concluda tutto con “la grande schifezza”, “la grande monnezza”, “la grande merdata”. Là dentro ho visto l’oggi e vorrei dare un minimo contributo affinché il domani sia più riflessivo e più motivato.
Ho visto il film quattro volte e tuttora non smetto di prendere appunti, perché il film è un insieme di quadri. Anche se le metafore non sono così difficili da svelare.
E quel Fellini, che Sorrentino ha indicato come una source per il proprio lavoro, io l’ho trovato. Della “dolce vita” che connotava Roma mi è arrivata l’immagine di via Veneto, piena di paparazzi e artisti. Della “amara vita” di oggi, mi lasciano sgomenta i servizi delle Iene. Oggi esistono queste feste da cafoni a base di musica e cocaina sniffata sui taglieri da cucina. Noi non siamo più all’altezza di Fellini.
Non abbiamo compreso il film perché non accettiamo la decadenza della realtà odierna, che coglie anche me che ho poco più di vent’anni. Siamo nell’età del disincanto.
Anziché scaricare il barile a Sorrentino accusandolo di essere un regista mediocre, chiediamoci perché delle tante realtà possibili abbia scelto proprio questa rischiando di dare dell’Italia un’immagine ancora più compromessa di quella che già regaliamo al mondo.
La scomparsa di intellettuali di spessore dalla scena culturale, il trionfo assoluto della mondanità, la “restaurazione” della bellezza fisica in disfacimento e la dittatura dell’apparire a scapito dell’essere sono questioni fondamentali. Oggi più che mai.
Jep Gambardella è una persona sensibile riflessiva ma anche pragmatica, inghiottita in un vortice di mondanità che gli toglie la parola. Si ferma a un primo scritto giovanile. Tutto ciò che di bello ha conosciuto gli sfugge e gli muore. Il primo amore, Andrea il ragazzo pazzo che nessuno riesce realmente ad aiutare, e Ramona che rappresenta l’ultima possibilità di essere spontanei a costo di risultare burini.
Stefania è una radical chic che sente la necessità di affermare se stessa autodefinendosi. Ma nei fatti, e Jep la sbugiarda, è la peggiore delle menzognere: lei mente a se stessa prima ancora che agli altri. Si definisce una “donna con le palle”, ma sono poi così necessarie le palle per una donna? Meglio “realizzarsi” coi fatti, anziché autodefinirsi con le sole parole. Dopo essere stata messa di fronte alla realtà da Jep, la ritroviamo cambiata.
Anche noi avremmo bisogno di dirci la verità per cambiare e migliorare. Ma abbiamo il coraggio di tuffarci nella verità?
Il cardinale è l’esempio più titolato della decadenza spirituale. Parla solo di cibo ignorando la fame nel mondo, fame spirituale s’intende. Quando la santa afferma di nutrirsi di radici (“perché le radici sono importanti”), il prelato cerca di condire anche quelle. Come se tutto debba essere condito, imbellettato, trasformato. Anche le stesse radici!
Viviamo nell’ansia di scrivere una nostra storia come se il passato fosse davvero passato. Rinneghiamo le nostre origini e siamo tutti dei parvenues. Ma le radici sono davvero importanti e non è mica una banalità.
La gente finge di non riconoscersi nel proprio passato, dimentica da chi e da dove discende. E spesso accade tra chi ha umili origini, dimenticando che si è in un certo modo in relazione a ciò che è stato. E Freud insegna che la rimozione non aiuta. Il represso ritorna e sotto forme non sempre positive.
Abbiamo paura della famiglia perché rappresenta una sfida al chiuso, rifiutiamo il nucleo perché vogliamo mostrarci “aperti”. Ma il nucleo è la parte più importante di una cellula.
Anche l’arte ha perso il suo valore, affidata ad una bambina che colora freneticamente la tela e se stessa perché deve fare soldi e rendere felice la propria famiglia. Non ricorda forse certi stressanti concorsi per bambini incoraggiati per il loro talento e mostrati sotto forma di gioco?
Quando Trumeau tinge i capelli di rosso e si definisce “pirandelliana” ricorda la signora attempata forzatamente ringiovanita che Pirandello pone come esempio nel suo Umorismo. Era il 1908.
E più tardi nel film non verrà forse mostrato un chirurgo plastico che riempie di botox uomini e donne, giovani e meno giovani e persino una suora?
E quando Gambardella scopre che il suo vicino di casa è uno dei dieci latitanti più ricercati, non vi ricorda alcuni episodi di cronaca? Gente segregata da anni dentro casa, gente che muore i cui corpi vengono scoperti giorni dopo. Sappiamo tutto di tutti, ma ci scordiamo dell’altro. Anzi, ce ne disinteressiamo affermando di farci i fatti nostri. Anche se le nostre case sono piene di giornali di gossip, anche se i reality show sono giunti all’ennesima edizione.
Nel periodo esatto in cui Pompei crolla, la meritiamo noi la grande bellezza di Roma? Che pure tanta atrocità e decadenza ha visto! Non siamo più in grado di produrre qualcosa che possa causare una sindrome di Stendhal, come accade al giapponese a inizio film.
Il film non l’abbiamo capito né accettato perché forse abbiamo paura di scoprire la grande bellezza. Abbiamo timore di sapere che la risposta è la più semplice dell’universo: la grande bellezza siamo noi stessi, quello che facciamo e le relazioni che intrecciamo. Non “noi”, ma noi stessi. Nel nostro aspetto più puro e sincero. Senza belletti e giri di parole.
Per quanti giri intorno al mondo possiamo fare, saremo sempre, banalmente, noi stessi. La nostra partenza e il nostro approdo.
E questo sgomento che ci accompagna è il rifiuto di guardarci allo specchio ogni giorno della nostra vita.
Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. E’ un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non si sbaglia mai. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. E’ dall’altra parte della vita.
Incipit del film – Viaggio al termine della notte, Louis-Ferdinand Céline
Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove.
Explicit del film – Jep Gambardella