Ci sono date che diventano importanti. A volte, in seguito a eventi tragici, che, nel corso del tempo, superato il dolore, diventano simboli di riscossa. E poi, ci sono delle parole, che, in certi casi, valgono più di mille immagini.
Il 9 maggio del 1978, dopo ben cinquantacinque giorni di prigionia, viene ucciso Aldo Moro. Politico italiano, cinque volte Presidente del Consiglio ed esponente di una delle correnti interne alla Democrazia Cristiana, fu fautore, insieme al comunista Enrico Berlinguer, del compromesso storico. La coesistenza nella “stanza dei bottoni” di due fazioni politiche che si erano affrontate da sempre: Dc e Pc iniziava a farsi strada, anche se aveva tantissimi nemici. Ma alla vigilia del giorno in cui si doveva votare la fiducia al Governo di Giulio Andreotti (talaltro anche lui contrario al compromesso, che aveva definito frutto di “confusione ideologica”), in un agguato in via Fani, le Brigate Rosse, rapivano Aldo Moro, uccidendo tutti gli uomini della scorta. Le rivendicazioni del gruppo terrorista, la denuncia politica di regime e lo scambio proposto di scarcerare alcuni attivisti delle Br, non vennero accolte e sappiamo tutti com’è andata a finire. Le possibili responsabilità di cui si parla toccano i più svariati ambiti e in molti libri e inchieste si citano: Servizi Segreti, Gladio, Banda della Magliana, mafia, loggia massonica P2, Autonomia Operaia, coinvolgimenti di Usa , URSS e Israele, il consenso di pezzi deviati dello Stato.
Se per Moro non fu ben chiaro chi esattamente e con quale intensità lo volesse morto, su Peppino Impastato non ci furono dubbi: il boss Tano Badalamenti, altrimenti conosciuto come Tano Seduto. Quest’ultimo era solo uno dei nomignoli con cui Peppino amava apostrofare in radio il mafioso, “collega”, talaltro, del padre. Il figlio di un mafioso che si ribella: storie d’altri tempi. Come d’altri tempi fu il lungo iter giudiziario per l’individuazione del colpevole dell’omicidio. Prima si cercò di depistare le indagini, mettendo in piedi il teatrino dell’attentatore suicida. Dopo la presentazione di un esposto alla Procura vi fu la chiusura del “caso Impastato” , almeno riconosciuto omicidio di mafia ma ancora senza un colpevole. Finalmente, nel 1997, viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Quasi venti anni dopo l’omicidio di Peppino.
E invece proprio venti anni fa, sempre in un 9 di maggio, la voce di una emblematica figura tuonava dalla Valle dei Templi di Agrigento. Era Papa Giovanni Paolo II, nella sua storica visita in Sicilia. Un incontro a un popolo che, appena un anno prima, aveva perso Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Un popolo offeso più volte e vilipeso. Davanti a questo popolo, Papa Wojtyla si è rivolto ai mafiosi con quelle parole che rimarranno per sempre nei nostri cuori:
“Nel nome di questo Cristo crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via, verità e vita. Lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta, un giorno, verrà il giudizio di Dio”.





