Un tempo, passeggiando per Ribera, si incontravano diverse edicole e numerosi punti vendita di giornali. Al mattino si acquistava il quotidiano e ci si fermava a scambiare qualche parola con l’edicolante e con gli altri clienti. L’edicola non era soltanto un’attività commerciale: era un punto di riferimento e un luogo d’incontro.
Oggi quel mondo sembra allontanarsi. I quotidiani vendono sempre meno copie, molte riviste sono scomparse e alcune edicole hanno abbassato definitivamente la saracinesca. Internet e i social network hanno cambiato il modo di informarsi, soprattutto tra i giovani, abituati a ricevere le notizie direttamente sul telefonino.
La crisi non riguarda soltanto Ribera. Secondo un’indagine di Unioncamere e InfoCamere, tra il 2019 e il 2023 in Italia sono scomparse quasi 2.700 edicole, con una riduzione superiore al sedici per cento. Alla fine del periodo ne rimanevano circa 13.500, contro le oltre 16.000 esistenti quattro anni prima.
Questi dati, però, non bastano a raccontare che cosa rappresenti la chiusura di un’edicola per una comunità. Per comprenderlo bisogna ripercorrere la storia delle rivendite riberesi, ricordare il rapporto che avevano con le famiglie e ascoltare chi ha vissuto direttamente questa trasformazione.

La storia delle edicole di Ribera
Tra edicole e rivendite, in alcuni periodi Ribera contava più di otto punti vendita. Nella memoria cittadina rimangono Vito Cudia, Rosa Ceroni, Davilla sul corso Umberto I, Filippo D’Amato in via Verga, le sorelle Russo a Seccagrande, Gulisano in via Rosa, Palminteri in via Belinguer e Palermo-Fallea sempre sul corso principale.
A questi si aggiungevano alcune stazioni di servizio, come l’Esso della circonvallazione, e tabaccherie come Capizzi, Bordonaro, Alaimo e Valenti, nelle quali, fino a non molto tempo fa, si potevano acquistare i quotidiani.
Oggi le edicole ancora in attività sono due: quella di Francesco Vento, unica rivendita aperta stabilmente durante tutto l’anno nel centro abitato, e quella delle sorelle Russo a Seccagrande, attiva durante la stagione estiva nella borgata di Seccagrande.
La storia delle edicole riberesi comincia nel 1955 con Vito Cudia, che lavorava come mugnaio. A seguito di una grave malattia dovette subire l’amputazione di una gamba e non poté più continuare il proprio mestiere. Anche dietro suggerimento del figlio, decise di aprire la prima edicola di Ribera, scegliendo un’attività che gli consentisse di lavorare rimanendo seduto e di continuare a mantenere la propria famiglia.
L’edicola passò successivamente alla figlia Antonietta, poi al figlio Vincenzo e infine al nipote Manlio, che la mantenne aperta per circa un anno prima della chiusura definitiva. Di fronte all’edicola di Cudia si trovava quella di Davilla, legata nei miei ricordi alla figura di zia Mariannina, spesso in compagnia della sorella zia Vicenzina.

Una volta alla settimana mia madre mi prendeva per mano e mi accompagnava a comprare Confidenze, Intimità, la Settimana Enigmistica e la rivista con il palinsesto televisivo. Allora i canali erano pochi e quella pubblicazione permetteva alle famiglie di conoscere con una settimana di anticipo i programmi che sarebbero andati in onda.
Si entrava da una porticina laterale e si trovavano le due sorelle sedute, talvolta impegnate a lavorare all’uncinetto. Prima di andare via ci si fermava a parlare del più e del meno. L’acquisto non era un gesto rapido e anonimo, ma un piccolo momento di vita condivisa. Il momento che aspettavo arrivava quando mia madre pagava. Zia Mariannina contava ad alta voce le monete del resto: «una, dui , trei…» . Quel numero tre detto in quel modo mi faceva morire dalle risate. Può sembrare un dettaglio insignificante, ma sono proprio questi ricordi a raccontare il rapporto umano che si creava attorno a un’edicola.
Quando il quotidiano entrava nelle scuole
Le edicole distribuivano giornali, ma erano le famiglie e la scuola a trasformarli in strumenti di crescita. Per un certo periodo, anche grazie all’iniziativa del giornalista Enzo Minio e del professore Emanuele Siracusa, vennero proposti alle scuole e ai circoli ribersi abbonamenti ai quotidiani, quasi a metà prezzo. Gli insegnanti potevano così portare il giornale nelle aule e commentare con gli alunni le notizie più importanti. Era un modo concreto per educare i ragazzi a leggere, comprendere l’informazione, distinguere una notizia da un’opinione e sviluppare la capacità di confronto. Il giornale quotidiano entrava nei sodalizi e circoli e dava la possibilità a centinaia di soci di conoscere meglio le notizie locali e quelli del mondo.

Molti anni prima, già negli anni Settanta, il professor Ferlita aveva compreso il valore educativo del giornale. Portava regolarmente i quotidiani nella scuola elementare, al “ 2° Circolo” di via Platania, ne spiegava l’impostazione, mostrava come erano organizzati i titoli, gli articoli e le pagine e faceva leggere e commentare alcune notizie. Fu un precursore del giornalismo nelle scuole. Con i suoi alunni realizzava un giornalino di classe utilizzando le vecchie matrici e il ciclostile. I bambini sceglievano gli argomenti, scrivevano gli articoli, svolgevano interviste, preparavano i disegni, coloravano e impaginavano le copie. I giornalini venivano spediti alle scuole con le quali la classe aveva avviato gemellaggi e corrispondenze epistolari in varie parti d’Italia, da La Thuile, in Valle d’Aosta, a Carpi. Gli alunni potevano così entrare in contatto con coetanei di altre regioni e conoscere realtà diverse dalla propria. In quinta elementare furono accompagnati a visitare la redazione del Giornale di Sicilia a Palermo, dove poterono osservare direttamente come nasceva un quotidiano.
Queste esperienze dimostrano quanto il giornale potesse diventare uno strumento educativo: non soltanto un insieme di notizie, ma un mezzo per imparare a scrivere, osservare la realtà, fare domande e confrontarsi con gli altri. Un’attività simile sarebbe preziosa ancora oggi. I ragazzi ricevono continuamente informazioni, ma hanno bisogno di imparare a riconoscere le fonti attendibili, verificare ciò che leggono e non fermarsi a un titolo apparso sui social.
Francesco Vento e il crollo delle vendite
Per comprendere che cosa sia accaduto negli ultimi decenni abbiamo incontrato Francesco Vento, titolare da ventitré anni dell’unica edicola aperta stabilmente durante tutto l’anno a Ribera.

Vento ci racconta che, prima di diventare edicolante, lavorava come pasticcere. Acquistò l’attività dal cognato Tabbone che, a sua volta, l’aveva rilevata dalla signora Davilla. Quando iniziò, il quotidiano più richiesto era il Giornale di Sicilia, del quale si vendevano oltre trecento copie. Oggi ne vengono consegnate appena quindici o venti. Anche la Gazzetta dello Sport è passata da circa trenta copie giornaliere a cinque. Complessivamente, secondo la sua esperienza, le vendite di quotidiani e riviste sono diminuite di circa l’ottanta per cento.
Vento ricorda il successo di periodici come Panorama, Oggi e Gente e delle raccolte dedicate ai libri, alla storia e alla musica. Oggi resistono alcuni quotidiani e poche riviste specializzate, acquistati prevalentemente dalle persone anziane che hanno conservato l’abitudine della lettura giornaliera. Per continuare l’attività ha dovuto affiancare ai giornali giocattoli, borsette, squishy, personaggi di Spider-Man, bustine di Pokémon e altri articoli. I bambini rappresentano ormai una parte importante della clientela, perché la vendita dei soli prodotti editoriali non sarebbe sufficiente.
Un altro problema è rappresentato dai ritardi nella distribuzione. Il giorno dell’intervista, alle 11.15, il corriere non aveva ancora consegnato i giornali. Secondo Vento, questa situazione si ripete da circa sei mesi. Quando il quotidiano arriva così tardi, molte notizie circolano già da ore sui telefoni.
Vento ha pensato più volte di chiudere. A trattenerlo sono stati soprattutto l’affetto dei clienti e la forza di un’abitudine durata oltre vent’anni: «È come quando sali su un treno e non puoi più scendere».

Stefano Palminteri: un’edicola ancora produttiva
La recente chiusura dell’edicola di Stefano Palminteri potrebbe essere interpretata come un’altra conseguenza della crisi del settore. La sua testimonianza racconta, invece, una realtà differente. Palminteri ha chiuso perché è andato in pensione e non riusciva più a gestire l’attività, non perché fosse diventata improduttiva. Nonostante la diminuzione delle vendite dei giornali, l’edicola continuava a garantirgli un reddito mensile abbastanza interessante.
Anche Palminteri conferma che la carta stampata viene acquistata ormai da una cerchia ristretta di lettori tradizionali. Molti giovani preferiscono informarsi attraverso il telefonino e si accontentano spesso di una notizia rapida che, a suo parere, si esaurisce nello stesso momento in cui viene letta. La sua esperienza dimostra però che un’edicola può adeguarsi ai cambiamenti. Poiché si trovava davanti a una scuola, aveva affiancato ai giornali quaderni, penne e altro materiale didattico, riuscendo così ad “aggiustare il tiro”. Cartoleria, libri, pagamento delle bollette, gioco del lotto e altri servizi possono contribuire alla sostenibilità di queste attività.
L’edicola era stata quasi venduta a un padre che desiderava offrire una sistemazione lavorativa al figlio. Il giovane, però, non volle trascorrere l’intera giornata chiuso dentro un chiosco. Questo episodio non deve diventare un’accusa contro i giovani. Gestire un’edicola richiede sacrificio, continuità e molte ore di presenza. Bisogna piuttosto chiedersi come trasformare questi punti vendita in attività più moderne, varie e capaci di offrire alle nuove generazioni non soltanto un lavoro, ma un progetto nel quale credere.
Conclusioni: trasformare, non cancellare
La progressiva scomparsa delle edicole assume un significato ancora più rilevante in una città come Ribera, dove manca una vera libreria. Eppure il desiderio di leggere esiste ancora. Lo dimostra il Caffè letterario di RiberaLab, passato nell’ultimo anno da 19 a circa 65 partecipanti. Ogni mese viene scelto un libro da leggere e commentare, ma per acquistarlo bisogna rivolgersi a Internet oppure recarsi ad Agrigento o Palermo.
Durante l’intervista abbiamo chiesto a Francesco Vento se avesse mai pensato di trasformare gradualmente la propria attività in una libreria. La sua risposta ha evidenziato il problema della concorrenza online: un libro venduto in negozio a 15 euro può essere acquistato su Internet a 10 o 12 euro e consegnato rapidamente a domicilio.
Eppure acquistare un libro online non è la stessa cosa che entrare in una libreria. Tra gli scaffali ci si ferma, si osservano le copertine, si leggono le sinossi e si può scoprire un titolo che non si aveva intenzione di cercare. La libreria, come l’edicola, è anche un luogo d’incontro e di curiosità.

Il futuro non può consistere nella semplice conservazione del passato. L’edicola potrebbe diventare un piccolo punto culturale e di servizio nel quale riunire giornali, libri, cartoleria, pagamenti, servizi digitali e iniziative con le scuole. Anche la tecnologia potrebbe essere utilizzata per raccogliere prenotazioni, segnalare le nuove uscite e mantenere un rapporto con i clienti.
L’esperienza di Palminteri dimostra che un’attività capace di adattarsi può continuare a produrre reddito. Ai giovani non dobbiamo consegnare soltanto un chiosco nel quale restare chiusi, ma un progetto da innovare e rendere proprio. Le istituzioni, le associazioni e i cittadini potrebbero accompagnare questa trasformazione, perché conservare un punto d’informazione e di incontro risponde all’interesse dell’intera comunità.
Oggi Francesco Vento continua ad alzare la saracinesca dell’unica edicola aperta tutto l’anno a Ribera. Dietro quella saracinesca ci sono gli edicolanti che lo hanno preceduto, i giornali portati nelle scuole, le esperienze di giornalismo in classe del professor Nicolò Spallino e di Marianna Pianelli negli anni Novanta, le riviste acquistate dalle nostre madri e le abitudini di intere generazioni.
Quando chiude un’edicola scompare un pezzo della città. Ma quel pezzo può essere recuperato se la memoria diventa il punto di partenza di un progetto nuovo, affidato anche alle idee, alla creatività e alla speranza dei giovani.
EMANUELE MICELI





