C’è un limite che la criminalità organizzata ha varcato calpestando ogni codice di umanità, e c’è un obbligo morale, civile e sociale che impone a una comunità che ha a cuore la democrazia di non voltarsi dall’altra parte. Nel cuore di una cornice incantevole e suggestiva come quella del Giardino Scandaglia a Sciacca, la presentazione del libro “La storia del bambino senza voce” (editore Ottavio Navarra) ha assunto i contorni di un profondo e necessario esame di coscienza collettivo.
L’incontro, tenutosi lo scorso 24 luglio davanti a un pubblico insolitamente attento, numeroso e partecipe, si è trasformato in un dibattito di alto spessore giornalistico e istituzionale. A trent’anni da uno dei delitti più efferati e disumani della storia criminale italiana — il sequestro, la tortura psicologica e fisica durata 779 giorni e la successiva soppressione del piccolo Giuseppe Di Matteo —, riflettere su quella pagina buia non è soltanto un esercizio di memoria, ma un atto d’accusa contro la ferocia calcolata di un’organizzazione mafiosa priva di qualsiasi scrupolo etico.

La ricostruzione storico-giudiziaria e il dramma dei diritti dell’infanzia violata
Il volume, nato dalla penna del magistrato e procuratore della Repubblica di Marsala, Fernando Asaro, e della giornalista professionista Maristella Panepinto, non si limita a ripercorrere i fatti di cronaca nera. Attraverso una chiave narrativa che fonde il rigore dell’inchiesta storico-giudiziaria con la delicatezza della favola, il testo restituisce dignità a una giovanissima vita calpestata.

Il dibattito — introdotto e guidato con incisività dai dialoghi tra gli autori, la moderatrice dell’incontro Valentina Vitale e il giornalista professionista e cronista parlamentare del Giornale di Sicilia Giacinto Pipitone — ha posto l’accento sul tema cruciale della difesa dei diritti dell’infanzia. Colpire un bambino di dodici anni, strappandolo ai suoi affetti con l’inganno di un finto salvataggio per piegare la volontà del padre, ha significato per Cosa Nostra colpire il futuro stesso della società civile.
La giustizia, i collaboratori e il conto giudiziario
Nel corso del dibattito è stato affrontato con rigore analitico un altro nodo nevralgico della vicenda: il ruolo del collaboratore di giustizia, Santino Di Matteo, padre della vittima. La scelta di collaborare con lo Stato e la drammatica risposta di una mafia feroce e spietata — decisa a lanciare un messaggio trasversale e intimidatorio a chiunque osasse rompere il muro dell’omertà — sono state analizzate alla luce delle pesanti sentenze emesse dai tribunali.

La giustizia, pur non potendo colmare il vuoto incolmabile di quella perdita, ha risposto con la forza dello Stato: oltre 47 condanne complessive, tra cui ben 29 ergastoli inflitti ai mandanti e agli esecutori materiali di un efferato omicidio che ha segnato per sempre la coscienza nazionale. Nomi e volti di una catena di comando mafiosa che ha dovuto fare i conti con la durezza della legge.
Quando l’arte si fa presidio di civiltà
La gravità dei temi trattati ha trovato una sponda di straordinaria intensità emotiva nei contributi artistici che hanno scandito la serata, dimostrando come la cultura e l’arte siano gli unici veri anticorpi contro l’indifferenza:
Lidia Fortunato, cantastorie e musicista folk, ha dato voce e anima ai testi taglienti di Ignazio Buttitta, legando la protesta civile alla radice della cultura popolare siciliana.

Franco Bruno, attore e regista, ha letto alcuni passaggi chiave dell’opera letteraria, calando la platea nel gelo di una prigionia disumana e scuotendo le coscienze dei presenti.
Giovanna Puccio, pittrice, scenografa e restauratrice, ha impreziosito con la sua cifra stilistica l’atmosfera di un luogo votato alla bellezza e alla condivisione.
La serata al Giardino Scandaglia ha dimostrato che la memoria non è un esercizio retorico, ma un imperativo etico. Ricordare che dietro quella violenza inaudita c’era una mafia organizzata e spietata serve a ricordarci chi siamo e da che parte dobbiamo scegliere di stare ogni giorno.

(Nota di rilievo istituzionale della serata è stata anche la significativa e indicativa presenza tra il pubblico di Salvatore Vella, procuratore della Repubblica di Gela, che ha impreziosito ulteriormente il parterre degli ospiti e testimoniato la vicinanza delle istituzioni ai temi della legalità).





