Papa Leone a Lampedusa nella testimonianza di Paolo Casimiro, seminarista riberese. Le parole del Pontefice: “Questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti che, per essere umani, hanno bisogno di un cuore”.

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Le impressioni personali su eventi così importanti hanno una valenza relativa, chiunque sia a farle. Diventano invece importanti se le facciamo come se dovessimo raccontare gli eventi di questi giorni direttamente a Colui che il Santo Padre rappresenta qui su questo nostro mondo.

Tornando da Lampedusa, dopo la visita del Papa, dobbiamo ricordarci non tanto ciò che abbiamo vissuto, quanto piuttosto ciò che ci è stato dato in consegna.

 

Tutti siamo coinvolti, perchè tutti facciamo parte di quella medesima famiglia umana che abita questa terra come una nave, esattamente come la nave che ha portato me e il seminario a Lampedusa: piena si di seminaristi, sacerdoti, religiosi, ragazzi e ragazzi partiti per incontrare il Papa, insieme a persone delle parrocchie, o semplici curiosi, insieme, sulla stessa imbarcazione per una notte insieme a Vescovi, giornalisti o a persone che andavano a Lampedusa per motivi totalmente slegati dalla visita: questa pluralità di vite e di storie che però viaggiano insieme è la Chiesa.

Questo viaggio si inserisce in un momento storico e personale per il Papa quantomeno travagliato. Nello scorso giugno il Papa ha visitato Tenerife, pronunciando una forte denuncia nei confronti dei trafficanti di uomini, con un forte “Fermatevi e convertitevi”.

 

Cosa evochi il grido “convertitevi” a chi ha vissuto il pontificato di Giovanni Paolo II ad Agrigento è un lungo elenco di riflessioni da fare, ancora oggi.

Nello stesso mese, nel cuore della politica europea, il Parlamento Europeo, ha espresso un voto favorevole su un nuovo regolamento sui rimpatri talmente restrittivo da indurre la Commissione delle conferenze episcopali dell’Unione Europea a prendere una decisa posizione critica.

 

Questi sono solo alcuni degli eventi che il Papa sta vivendo in questi giorni, nel cui solco si inserisce la visita a Lampedusa.

Siamo arrivati con il seminario qualche giorno prima. A Lampedusa, la chiesa madre e il salone parrocchiale erano aperti a chiunque avesse bisogno, sia di pregare che di trovare un punto dove riposarsi. Sugli scalini della chiesa si recitavano i vespri, i turisti passeggiavano per la via centrale, i volontari trasportavano materiale, i sacerdoti si incontravano in un clima che i ritmi serrati della vita parrocchiale non avrebbero permesso.

 

Esattamente così era rimasta aperta la chiesa di Lampedusa durante i naufragi, quando su quegli stessi gradini c’erano uomini e donne avvolti solo dallo strato dorato delle coperte termiche.

La chiesa ospedale da campo, come amava sognarla papa Francesco.

 

E proprio a papa Francesco è stato intitolato il molo Favaloro, sottile striscia di cemento dove si arriva ancora oggi, a volte accolti da una mano amica, altre volte semplicemente considerati problemi da risolvere e numeri da smistare.

Eppure, la statua della Madonna di Porto Salvo vigila su quello che oggi si chiama “molo papa Francesco”.

 

La Madonna di Porto Salvo è stata collocata sull’altare papale. È la patrona di Lampedusa, chiesa di periferia, come al tempo di papa Francesco.

Questa volta però, quasi a sottolineare l’unità con la chiesa Agrigentina nel suo centro, ha avuto accanto a se il grande crocifisso della cattedrale, che tante volte abbiamo visto durante le celebrazioni solenni e sotto il cui sguardo, ancora oggi, ci sentiamo interrogati.

 

Dovremmo a volte sentirci anche accusati, ma quell’uomo sulla croce non accusa mai.

L’emozione è stata tanta durante le prove per la celebrazione. Ma tutto ciò ha avuto un significato tutt’altro che semplice scenografia.

 

Monsignor Diego Ravelli, maestro delle cerimonie pontificie, oltre a prepararci, ci ha ricordato il vero senso della liturgia, come espresso nella costituzione Sacrosantum Concilium al numero 9: il fatto che sia il culmine non significa né che la liturgia sia l’unica azione della Chiesa né tantomeno la più importante. Ma il culmine, appunto, dove cioè tutte le nostre azioni convergono: volontari, operatori, catechisti, insegnanti, animatori, sacerdoti, uomini e donne di buona volontà come coloro che hanno preparato la celebrazione e magari qualche giorno prima davano il primo bicchiere d’acqua a chi era arrivato al molo.

 

I diaconi della celebrazione erano gli stessi che ancora oggi si occupano dei migranti.

 

Le famiglie che hanno portato i doni sono tra quelle che hanno offerto la loro casa.

 

Ecco cosa è venuto a fare il Papa a Lampedusa: lo ha detto lui stesso durante l’omelia:

 

_“ Non sono venuto per fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia, segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi. Il gesto di Gesù che spezza il pane per donare Sé stesso dà senso e forza ai nostri gesti quotidiani di assistenza e di condivisione. Sì, questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore. Per questo ci siamo radunati qui: per attingere da Cristo l’amore che solo Lui può darci, perché il mondo di oggi e di domani sia più umano, più umano per tutti”_

 

 

Con questo spirito, ormai con gli abiti liturgici, abbiamo seguito come potevamo la visita del Papa mentre lo attendevamo per la Messa: con il cellulare e su internet nella diretta di Vatican News.

 

In attesa di celebrare con lui lo abbiamo visto al cimitero di Lampedusa, davanti alle piccole croci che segnalano la sepoltura dei bambini.

Lo abbiamo visto attraversare la porta d’Europa insieme ad una famiglia e poi, fuori programma, avanzare da solo verso uno scoglio di cemento tra il forte vento. Possiamo solo immaginare quali pensieri siano corsi nella mente del Santo Padre.

 

Al Molo ha stretto la mano a ragazzi che erano arrivati da poche ore. Per tutti un saluto. Per tutti una mano tesa. Per tutti una presenza.

 

Con questi sentimenti noi lo attendevamo. E con questi sentimenti ci siamo incontrati. I nostro sguardi si sono incrociati, per tutti.

 

E così, ognuno con le proprie storie alle spalle, i propri ricordi e le proprie responsabilità siamo usciti per celebrare _“il segno supremo della presenza di Cristo in mezzo a noi_ ”. È Lui che ci ha fatto incontrare lì.

 

È lui che a Lampedusa ha fatto incontrare persone e storie.

Il Vangelo è stato quello che noi comunemente chiamiamo “del buon samaritano”.

 

Leggere in quella situazione, alla presenza della popolazione lampedusana le parole “ _si chinò, gli fasciò le ferite, se lo caricò sulle spalle”_ non avrebbe avuto la stessa valenza in un altro luogo.

 

Ecco perchè il Vangelo è sempre attuale, e, a volte, diverso ogni volta che lo leggiamo. Perchè siamo diversi noi.

 

E noi? Siamo anche noi costruttori di quella “ Civiltà dell’amore” sognata dai predecessori di Leone XIV o andiamo di fretta come il sacerdote e passiamo oltre diretti verso il nostro Io, per noi fondamentale, assoluto, primario, esclusivo e allo stesso tempo distruttivo?

 

A chi si è rivolto? Per chi è questo Vangelo?

 

_“tutti coloro che, con o senza il dono della fede, hanno scelto di amare insieme“_

 

Ecco a chi il Papa si è rivolto. A tutti, non solo a coloro i quali si professano credenti, ma, come ha detto durante il saluto iniziale, a tutti, perchè _“ il mondo di oggi e di domani sia più umano, più umano per tutti”._

 

Un altro passaggio dell’omelia è stato particolarmente significativo: _” La prima Lettura ci ha ricordato che, praticando l’ospitalità, «alcuni, senza saperlo, hanno accolto degli angeli» (Eb 13,2). Siate dunque, nel piccolo, profezia di ciò cui possiamo tendere insieme su grande scala. A beneficiarne sarete voi per primi e le vostre famiglie, superando le divisioni e le divergenze che solo la carità può sciogliere. La parrocchia, in particolare, sia una comunità dove, alla scuola del Vangelo, si impara insieme ad accogliere, accompagnare e integrare, in stile di comunione”_

 

 

E il Papa celebra l’Eucaristia. E tutte quelle persone, storie e vite insieme fanno davvero la comunione.

 

L’altra cosa che il Papa è venuta a a fare è una cosa molto semplice: è venuto a dire “Grazie!”.

 

Lo ha ringraziato il nostro Vescovo, monsignor Alessandro Damiano. In un passaggio del suo saluto ha fatto riferimento ad una Terra promessa, ma una terra promessa “strana”, come l’ha definita lui.

 

Nel ministero dell’ospitalità, dove possiamo incontrare il Signore e lasciarci incontrare da Lui, la Terra promessa “strana”,la nostra, “ _strana perchè non ha potenzialità e risorse tali da poter garantire un futuro e proprio per questo, solitamente, è solo una terra di passaggio”._

 

Ha ancora senso parlare a questo punto dei migranti come “altro” da noi?

 

Come non ricordare, dopo aver sentito le parole del Vescovo, gli aggettivi che usò Paolo Borsellino riferendosi alla sua amata Sicilia in un momento pesante, attribuendole i connotati di “ _Terra bellissima e disgraziata_ ”.

 

È questa la nostra consegna: le parole del Vangelo ascoltato ieri devono in noi fare in modo che in chi lavora le nostre terre o accudisce i nostri parenti o ci porta la spesa o cammina spaesato per le vie della nostra città vediamo nostro padre, madre, sorella, figlio.

 

E noi a volte togliamo loro anche il loro nome, dandone uno nostro più facile da pronunciare per noi senza nemmeno lo sforzo di dare loro questa ultima e primaria dignità.

 

Tutti loro hanno un passato e devono avere un futuro.

 

E noi dobbiamo farcene carico. Non per dovere, non per obbligo morale o religioso, ma perchè, come ribadito dal Papa, è “umano”.

 

Il Santo Padre va via. Ci salutiamo per l’ultima volta. La visita è conclusa ma la consegna è iniziata.

 

Diverse volte in questi anni di seminario sono stato a Lampedusa. È ogni volta, sulla nave del ritorno avviene sempre la stessa cosa.

 

C’è un nuovo inizio per tutti.

 

Ho aspettato che scendesse dalla nave il pulmino del seminario. Nel frattempo, una fila di donne che erano state identificate preliminarmente a Lampedusa camminavano salendo sul pullman che le avrebbe condotte non so dove, ma sicuramente un po’ più vicine, spero, al loro sogno.

 

Tra di loro una ragazza con il velo hijab teneva per mano il suo bambino. Aveva circa tre anni. Aveva solo una maglietta, un paio di pantaloncini e dei sandaletti. Guardava la banchina di Porto Empedocle con occhi scurissimi e bellissimi.

 

Avevo viaggiato sulla sua stessa nave. Ma io non lo sapevo.

 

Succede sempre così. Pensiamo di sapere, di conoscere. Di capire ciò che ci accade intorno.

 

Esattamente come pensiamo di conoscere la parabola detta “del buon Samaritano”. Forse la conosciamo, ma solitamente se conosciamo bene la parabola non conosciamo abbastanza bene la domanda introduttiva che da il senso a tutto il brano che solo così può diventare realmente qualcosa di sensato senza il rischio di essere solo parole vuote.

 

La parabola, come qualunque atto di chi fa qualunque cosa, anche un semplice segno di croce, nel nome di Gesù, inizia, semplicemente così:

 

_“chi è il mio prossimo?”_ .

 

Paolo Casimiro