Ritratti: poeti del nostro tempo Maurizio Piscopo incontra Emanuela Mannino

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Urge

Urge la pioggia

che lavi via il mare

dai basolati d’onde

gli sporchi inganni.

Urge la terra

che liberi i pori del mondo

e sfiati germogli di pianto.

Urge un canto di nuovo vento

che scivoli voci allo spazio

dipinti di incanto

sui rami del tempo.

Urge un valzer di tramonto lento

che alzi note di dolore spento

all’alba – Santa madre scampanare.

Poesia breve tratta da: Movimenti- Les Flâneurs Edizioni, 2025.

(Emanuela Mannino)

Ho sentito parlare spesso delle poesie di Emanuela Mannino, da chi si occupa di poesia e di letteratura. L’ho incontrata almeno due volte al Palazzo del Poeta. La sua è una poesia delicata, con sfumature e rimandi letterari e sta sempre dalla parte delle donne. Da qualche tempo volevo raccontare la sua bella storia…

Emanuela, nel tempo libero, oltre a dedicarsi alla lettura (soprattutto) di poesie e romanzi, ama fare passeggiate immersa nella Natura scattando fotografie. Ama, altresì, cantare, disegnare, dipingere, cucinare, vedere film, risolvere giochi enigmistici.Ma andiamo a conoscerla più da vicino.

-Quando nasce la passione per la poesia?

Ho sentito il “fuoco dentro l’anima” quando, da piccola-intorno ai sette anni, mi trovavo seduta al balcone con mio padre a guardare il cielo stellato. Lui mi invitò a osservare il cielo per lungo e per largo, con attenzione, e a dirgli quello che sentivo dentro in pensieri. Iniziò lui con una frase e mi invitò a continuare.Fu lì che lui mi disse che avevo composto una poesia con una frase/verso. Continuammo per diverso tempo, anche in altri giorni, al mare, in campagna, giorno, tramonto, sera. Continuai a pensare e a scrivere pensierini (poesie?) in dei quadernetti. Intorno agli undici anni, scrissi la prima poesia più lunga, composta da vere e proprie strofe e da lì proseguii, sempre. A ciò, aggiungo che sin dalla scuola dell’infanzia ho amato imparare le poesie a memoria e soprattutto a sentirne i significati a modo mio.

-Si può dare una definizione della poesia?

Si può dare in modo soggettivo; oggettivamente è più complesso, nonostante le varie scuole di pensiero, canoni e critica letteraria. C’è chi sostiene che la poesia non possa essere definita, ed in parte reputo sia vero: reca qualcosa di inafferrabile, un movimento implicito sconosciuto per origine e destinazione, una motivazione esistenziale – solo in parte chiara all’autore. La mia definizione di poesia, si trova qui: https://www.lestroverso.it/emanuela-mannino-la-poesia-ha-una-funzione-ontologica-connaturata-alla-persona-del-poeta.

-È vero che la cultura nasce dalla povertà?

Sì, nella misura in cui “coltivare saperi e relazioni umane” parta da una mancanza di senso, da un vuoto conoscitivo/relazionale, dall’esigenza di capire e di orientarsi nel mondo. Ciò che non si conosce, di cui si difetta e si è “poveri” (povertà di senso) può spaventare. C’è anche una semplice spinta alla curiosità: curioso è chi non conosce, e si nutre di informazioni ed esperienze umane. Io correlo cultura e povertà, dapprima in senso ontologico e psicologico- individuale alle relazioni umane, quindi alla società. Cultura è in origine, sempre un “antefatto” psicologico, dopo arrivano le sovrastrutture sociali che cercano di influenzare il nostro pensiero. Accadono, sempre delle dinamiche tra percezione socio-culturale dell’ambiente e percezione individuale della propria identità correlata.

-La vita può essere una poesia o una tragedia…

La vita offre questa dicotomia fuori controllo umano: riscontri poesia, vivi tragedie, ne resti spiazzato. Viviamo in una sorta di quella che definirei “schizofrenia di senso esistenziale”. Credo che la poesia prevalga quando riesca a far convivere il dolore dentro e quando -nonostante tutto- smuova in noi la bellezza che è nell’umano e la bellezza della Natura. È una lente tramite cui attraversiamo il mondo coi suoi fuochi e le sue rose senza spine. È coesistenza di opposti in anelito di armonia, memoria e promozione del Bello e dell’armonia sperimentata. La poesia è tragedia mentre esprime sofferenza e smarrimento ma non è una tragedia in sé, la trascende.

-Cosa rappresentano i versi nella tua vita?

I versi sono dialoghi interiori che muovono e orientano la mia vita.

-Quali responsabilità hanno gli intellettuali se l’Italia è rimasta “analfabeta?

Nessuna responsabilità in assoluto; in parte, possono essere responsabili di avere trasmesso conoscenze adottando linguaggi troppo complessi. La persona di cultura è padrona del proprio sapere, non ha bisogno di leggere pedissequamente discorsi e trattati, sa riformularli in più modi, in modo subitaneo e con linguaggio chiaro: lo scopo è farsi capire dal mondo, con passione e motivazione culturale, spendendosi per un sapere condiviso pertanto utile alla società. Troppi discorsi complessi, sanno di maschera di nicchia: questa non è “Cultura”. Inoltre, gli intellettuali che diffondono pensieri orientati a influenzare le masse entro binari rigidi, con echi di utilitarismo politico o per scopi di puro marketing, sono responsabili di mentire alla gente, in qualche modo.Anche i docenti devono educare al pensiero libero e critico, non manipolando il pensiero dei discenti.

-I poeti e la guerra è un racconto doloroso che non dovrebbe essere scritto in nessuna pagina dei libri, né sui giornali, né in tv?

I poeti sono dei combattenti esistenziali, per Natura.Sin dalla nascita, l’uomo è soggetto a conflitto psichico interiore. La guerra è Umanesimo sanguinante, manifestazione di tragedie di senso umano che i poeti evidenziano per non far passare come normalità sofferenze, dolore e morte, a memoria della Bellezza perduta, di ciò che accade e che non dovrebbe idealmente più accadere. Scrivere di guerra è atto rivoluzionario. Il dolore non va nascosto, può essere attraversato “insieme”. La poesia consente la coesistenza degli opposti, la sublimazione del dolore, l’anelito alla speranza e al cambiamento.

-Danilo Dolci ha scritto: “gli intellettuali sono mostri senza mani”, cosa intendeva dire?

Danilo Dolci definiva gli intellettuali come «mostri senza mani» per rilevare la loro tendenza a teorizzare sui problemi sociali senza intervenire concretamente per cambiare lo stato delle cose. È un’affermazione provocatoria, dura che nasce dalla disperazione, dall’empatia provata per gli emarginati. Credo che il cambiamento della società non possa essere esclusivo appannaggio degli intellettuali. In senso lato, gli “intellettuali” siamo tutti noi immersi nel pensiero sulle cose del mondo: lamentarsi senza mai agire, “è mostruoso”, è come assistere alla sofferenza da spettatori urlanti. La parola diviene azione mediante il lavoro onesto, tramite la denuncia dell’illegalità, attraverso le proteste pacifiche, mediante azioni solidali oneste, non ultimo con la diffusione di pensieri, articoli, opere d’arte che difendano il valore dell’umano.

-Ha ancora un senso parlare di poesia in tempo di guerra mascherata da buoni propositi?

Giocare ai buoni samaritani, e non vivere poeticamente in coerenza di pensiero poetico e azione nobile, nel rispetto della dignità umana e del senso dell’onore altrui, non ha mai senso ed è controproducente. Crea sfiducia nella poesia stessa. Parlare di poesia in tempo di guerra, come ho argomentato alla domanda numero quattro, ha senso, direi che è molto importante.

-Un tuo commento su un pensiero dello scrittore polacco Isaac Bashevis Singer: “Se Dio è misericordioso perché muoiono i bambini”?

È una domanda che mi ricorda quella che posi da bambina a mia madre: “Se Dio è buono perché muoiono i bambini?”. A scuola ci avevano detto che tanti bambini morivano di fame e povertà. Mia madre mi rispose che Dio ci mette alla prova, attraverso il dolore e la sofferenza per diventare persone migliori e che ci sono uomini cattivi che non hanno a cuore la vita umana. Per un po’ ci ho creduto. Oggi la parte bambina di me è ancora arrabbiata e non può accontentarsi di questa soluzione speculativa. La parte adulta crede che Dio come Entità dominante, arbitro fra bene e male, e Padre misericordioso non esista, non senza il contributo umano. Siamo noi a decidere della vita e della morte altrui. Siamo noi “dei” umani. Siamo responsabili di guerre, atrocità, povertà culturali ed economiche, come Sistema complesso mal organizzato a vantaggio del benessere di pochi. Dio è in noi, in ciò che è nel nostro poter essere e fare, nei nostri talenti e nelle nostre possibilità, nel nostro divenire di personalità, in parte già scritto (Destino e Biologia). Abbiamo dei limiti. La stessa idea di Dio è limitante: non compensa il danno vitale dell’umanità. Non possiamo salvarci tutti, da tutto e da tutti, possiamo salvare idee giuste, azioni utili, e i sogni di un mondo migliore. Possiamo ripartire dalla compassione verso le nostre fragilità e il perdono altrui, dal cedere in qualcosa, dal dare valore umano agli altri.

-Scrittura e musica cosa preferisci?

Preferisco scrivere. La musica, come ritmo interiore, anima la mia scrittura. Scrivere è nelle mie corde, sin da quando ero bambina. “Ho amato scrivere sin dai primi scarabocchi di vita”: questo ho espresso in una mia pagina social. Ricordo i primi scarabocchi, dove mi trovavo, chi era con me. Ricordo il piacere della scoperta grafica. I miei genitori mi hanno riferito che io abbia imparato a leggere e a scrivere, alcuni suoni, intorno ai quattro anni e mezzo, poi a cinque anni l’alfabeto e le prime parole. A sei anni mi mettevo sotto ai mobili, come il tavolo dello studio di papà o quello della camera da pranzo, e con la matita scrivevo delle parole…Inoltre, a casa, amavo inventare piccole storie cantate a partire da un oggetto pensato oppure osservato come una mattonella del bagno…Talvolta, scrivevo piccole frasi su fogliettini e le lanciavo dal balcone della cucina: messaggi per “il mondo…”.

Da circa dieci anni, canto in un coro a cappella, il Goethe Chor, diretto da Serena Pantè, con repertorio mondiale multilingue. C’è un lavoro “poetico” dietro: cerchiamo di dare “colore” alle frasi musicali, modulando il timbro vocale per trasmettere emozioni e sfumature, e per farlo dobbiamo “sentirlo dentro”, conoscere il significato dei testi, correlarlo un minimo all’epoca del brano e alle intenzioni dell’autore.

-Cosa sfugge agli uomini della fragilità delle donne?

Gli uomini sono mentalmente strutturati per agire pragmaticamente sulle cose del mondo; non si soffermano molto sui perché dei problemi, ma sul come fare per risolverli. Non vuol dire che non sentano il peso interiore dello smarrimento, della sofferenza, dello sconforto. Non rilevo differenze assolute di genere. Le differenze, spesso, sono più delle sovrastrutture culturali. Siamo esseri viventi uguali, con sfumature differenti, nel nostro cercare di trovare un posto “comodo” in noi stessi e nel vivere al meglio con gli altri. Agli uomini, di solito, sfugge il pensiero complesso delle donne, più votato al “processo alle intenzioni”. L’uomo, a un certo punto, smette di seguire tutti i ragionamenti: guarda più ai risultati. Ma sono meccanismi non esenti da intercambiabilità: sfugge e si attacca ciò che non si è chiarito, quando non si anteponga alla comprensione, l’intento di mediazione comunicativa e la dichiarazione esplicita di ricerca di senso condiviso. È un percorso ad ostacoli, dove si vince e si perde insieme. L’essere umano, in fondo, ha bisogno di rassicurazioni: è questa, forse, la nostra più grande fragilità.

-Se ai bambini si insegnasse la gentilezza, la bellezza e la poesia sin da piccoli come sarebbe il mondo?

Sarebbe un mondo più pacifico. Un mondo vissuto attraverso le lenti dell’immedesimazione empatica, del rispetto dei sentimenti altrui, del recupero del Bello come piacere condiviso, della cura dell’ascolto dell’anima, e della parola come fiore e non come arma di supremazia.

“Un tempo gli alberi avevano occhi” (Donzelli, 2004) è il titolo di un libro di poesie di Ana Blandiana, poetessa rumena. Conosci questa poetessa?

Sinceramente, non la conosco e ti ringrazio perché mi attiverò per leggere i suoi versi. Posso dirti, da “profana” o da “ignorante” che il titolo “Un tempo gli alberi avevano gli occhi” mi fa pensare a una sorta di umanizzazione della Natura per trasmettere il pensiero sulla riflessione meditativa intorno alla Vita, ai suoi crolli e alla morte. È come se quegli alberi, in allerta, in certe condizioni non potessero più avere gli occhi per guardare con limpidezza al tutto. Mi fa pensare alla sensazione di impotenza umana, seppure mai assoluta, ma transitoria. Gli alberi hanno, pur sempre… radici.

-Che cosa non hanno capito gli adulti dei bambini? Una volta i bambini giocavano per la strada. Oggi sono guardati a vista e a sei mesi hanno in mano un cellulare di ultima generazione…

Io Direi: Che cosa non hanno capito gli adulti della loro parte bambina? Come la vivono?Quanto l’adulto è disposto a lasciare i propri figli liberi di sperimentare sé stessi, di scegliere, di uscire, di frequentare coetanei o persone più grandi?Viviamonella società del consumismo e del controllo a più livelli,con ampi margini di rischio psicosociale, e forti conflitti intergenerazionali. A nove anni mi recavo a scuola a piedi e rientravo a casa con il mio mazzo di chiavi; eppure non giocavo mai per strada. Spesso, non mi sentivo compresa e valorizzata adeguatamente. Oggi si è passati dall’educazione imposta (stile anni ‘50) all’educazione condivisa di scelte genitoriali, giustificate con difficoltà dai genitori stessi. I cellulari danno ai genitori l’illusione di poter “fermare” i propri figli, in parte proteggendoli dai pericoli compresi quelli della “strada”; d’altro canto, l’uso del cellulare comporta rischi significativi per lo sviluppo fisico, cognitivo e psicologico dei bambini; inoltre,si può entrare in contatto con dimensioni virtuali pericolose. E allora, che cosa non hanno capito gli adulti della loro parte bambina e dei bambini, come la vivono? Il bambino ha bisogno di muoversi in mezzo alla Natura, ha bisogno di essere ascoltato attentamente, di esplorare, fare scoperte. Egli non aspira ad avere il cellulare baby-sitter o l’amico cellulare: vuole dei no e dei limiti, vuole essere orientato con spazi di azione e di scelta,sperimentando l’autonomia progressiva. Necessita di ascolto attivo, mai sminuito per le proprie paure ed errori, premiato per ogni piccolo sforzo, amato così com’è, con la sensazione di fiducia di provenienza adulta. Comunque vada, sarà un successo (cit.): conoscere meglio sé, imparando ad agire al meglio. Soprattutto, sarà una palestra di fiducia per sé stessi.

Neil Postman ha ipotizzato la scomparsa dell’infanzia. Uccidendo l’infanzia si uccide l’umanità?

L’umanità, è in parte, già moribonda. Adulti moribondi, con bambini avvizziti dentro. Bisogna recuperare la parte bambina, il “fanciullino”, l’ingenuità, la curiosità, il pensiero fantastico ma creativo sulle cose. Postman parlava di adultizzazione dell’infanzia. Tema di enorme attualità. Concordo: occorre scindere la parte bambina da quella adulta. I bambini facciano i bambini, gli adulti facciano gli adulti. I bambini non devono avere accesso a tutte le informazioni adulte, come una testa mozzata, una madre ferita, una notizia di stupro. I bambini hanno dei tempi di maturazione che vanno rispettati, anche in tema di sessualità. Bisogna vigilare sui contenuti cui hanno accesso i minori, sia in tv che tramite i cellulari, e in tutte le occasioni di interazione umana sapere con chi si è in compagnia. Se uccidiamo l’infanzia, uccidiamo la sana evoluzione ontologica e filogenetica della specie umana. Rischiamo di creare persone fragili senza gli strumenti accurati per decodificare il mondo, un passo alla volta. Gli adulti devono fare da filtri. Bisogna distruggere le “serre dell’infanzia” in cui coltivare infanzie apparentemente ipercontrollate ma paradossalmente mancanti di cure evolutive adeguate.

-Ciaula moderno è prigioniero nelle grotte virtuali di internet. È convinto che il mondo reale sia tutto lì. Quali sono le problematiche della rete che disturbano la vita dei bambini?

Basti pensare al fenomeno del cyber-bullismo. Le problematiche del virtuale sono tante, a partire dal rischio di compromettere la sana costruzione dell’identità individuale e sociale.

-Cosa salverà il mondo?

La capacità di credere alla potenza del Sogno, gli ideali di armonia, l’amore coraggioso, l’ironia buona, l’accettazione dei limiti umani, la solidarietà, il riconoscere nell’altro “diverso” parti di noi, il perdono, la giustizia, la speranza e ogni tanto… una sana risata! Sarà quel che sarà…

Forse non salveranno il mondo completamente ma, da qualche parte, un uomo o una donna, ameranno di più la Vita e la difenderanno.

-Se Dio si mettesse a scrivere che tipo di poesia scriverebbe?

Scriverebbe una poesia con poche strofe, versi semplici e chiari a tutti, di Bellezza, Speranza e Perdono. Una poesia che non partecipi ad alcun Concorso letterario. E la cui chiusa è a discrezione del lettore. Forse è già stata scritta.

-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Non avere troppi progetti. Un romanzo.

Biografia

Emanuela Mannino, docente di sostegno, ha una Laurea in Psicologia (V.O.) e una in Scienze della Formazione Primaria. Esordisce per la poesia con Sole Ribelle (Ensemble, 2020). Nel 2022 pubblica la silloge Eppure (Controluna).Inserita nell’Almanacco Secolo Donna 2023 (Macabor), nel 2023 pubblica Erotanasie – Fantasie d’amore e morte – poema a due voci con Giannino Balbis (Macabor). Nel 2025 per Les Flâneurs Edizioni (Collana Icone) pubblica Movimenti. La silloge viene candidata alla Terza Edizione del Premio Nazionale di Poesia “Calabria – Veneto” 2025. Una sua poesia A piedi nudi fa parte del disco Old folk for new poets (New model label, 2021). Sue poesie, un micro-romanzo e racconti sono presenti in varie antologie. Scrive per Circolare Poesia e fa parte della Comunità poetica Versipelle.