Il primo a parlarmi di Giorgio Belli dell’Isca in maniera entusiasta è stato Angelo Campanella mentre eravamo nella casa di Leonardo Sciascia a Racalmuto. Giorgio non è soltanto uno stimatissimo professore, è uno scrittore, un intellettuale vero che possiede i contenuti, ha studiato e letto molti libri. La sua preparazione si sente immediatamente. Fortunatissimi i suoi alunni.
Il 2025 è stato per lui un anno straordinario, perché nel mese di dicembre hanno visto la luce, e in involontaria concomitanza, due opere ragguardevoli a cui ha lavorato per lunghissimo tempo. È uscito per primo Gli occhiali rosa. Diari di una genovese in Sicilia (1960-1977), un libro contenente preziosi materiali inediti di Pepita Misuraca pubblicato dalla casa editrice il Palindromo, per la quale a due anni di distanza Giorgio aveva già curato Quando l’anima sa leggere. Storie e personaggi di Sicilia.
-Chi era Pepita Misuraca?
Una signora genovese del 1901 che, trasferitasi in Sicilia a 18 anni, diventa gradualmente protagonista di una vita straordinaria e testimone dell’intero ‘900, dimostrando che anche in età matura si può attivare una rivoluzione dentro e fuori di sé, proprio a partire dalla scrittura.

-Per quale ragione Pepita ha lasciato Genova per la Sicilia?
È il destino ad averla portata in Sicilia: nel 1917 accetta di diventare madrina di guerra di un nobile soldato cefaludese impegnato al fronte nella Grande Guerra, Salvatore Misuraca. La sua natura lirica e una innata spregiudicatezza contribuiscono a trasformare il rapporto epistolare in amore, così nel 1920, dopo le nozze in Riviera, ha inizio la nuova vita di «una genovese in Sicilia».
-Perché Gli occhiali rosa è così importante nella letteratura contemporanea al femminile e perché dovrebbero leggerlo le donne?
Dovrebbero leggerlo anche gli uomini, non soltanto le donne. I Diari di Pepita Misuraca, testimoni di una vertiginosa autoanalisi e di una inopinata seconda giovinezza, sono il racconto vero di una sorprendente sofferta emancipazione attraverso l’arte, la musica e la cultura. In un vorticoso scavalcarsi di passato, presente e futuro, tra viaggi, incontri, immersioni nella natura e l’impetuoso prorompere di crescenti aspirazioni, Pepita dimostra che il matrimonio e la maternità non risolvono l’esistenza di una donna e con Gli occhiali rosa ci consegna un messaggio universale: nella vita non è mai troppo tardi per fabbricarsi una nuova «inverosimile felicità» e per contribuire al benessere e al progresso della propria comunità.
-Pepita, a partire dagli anni ’60, fa di Cefalù il centro del mondo…
Intuendone le ampie risorse turistico-culturali, nel fermento di quegli anni Pepita libera le sue energie creative e un’inarrestabile voglia di fare. Tutto ha inizio nel ’64 conl’apertura di un’esclusiva boutique di tendenza, da lei creata all’insegna di nuove contaminazioni tra alta moda, arte e antiquariato, dove visitatori stranieri e sofisticati intenditori vengono conquistati dall’eleganza de “La Lanterna” e dall’espansività della padrona di casa, che si rivela anche una brillante talent-scout: scoprendo e incoraggiando l’estro di giovani artigiani, ne valorizza le qualità artistiche, tra tutti il ciabattino Ciccio Liberto che diventerà il calzolaio dei campioni del mondo di Formula 1.
-La boutique di via Nicola Botta era anche qualcos’altro…
Ben presto “La Lanterna” diviene quasi un circolo di letterati, artisti, musicologi, giornalisti con cui Pepita stringe amicizie e feconde collaborazioni. Insieme a Mila Contini si fa ideatrice della sensazionale manifestazione “Cefalù Moda-Mare” per sette edizioni (1964-1970) nelle quali sfilano le grandi firme dell’Alta Moda, anche lo stilista Sergio Soldano, le cui rivoluzionarie pellicce indossate dalle dive del cinema, con Pepita nell’inedita veste di promoter, attraverseranno tutta la Sicilia sul tettuccio di una Fiat 850.
-E negli stessi anni che altro si inventa Pepita Misuraca?
Lo smisurato amore per la musica e per la sua città la spinge nel ’66 a fondare “l’Associazione degli Amici della Musica di Cefalù”, attiva ancora oggi senza soluzione di continuità nella sede del Teatro Comunale S. Cicero.Indimenticate le stagioni concertistiche da lei organizzate da cima a fondo con la presenza di illustri direttori d’orchestra e di giovani luminosi musicisti, spesso da lei promossi e lanciati.
-Eppure, ultrasettantenne, sembra inarrestabile. Cos’altro progetta e realizza a partire dagli anni ’70?
Il crocevia artistico della Lanterna, l’organizzazione dei concerti e le tentacolari conoscenze nel mondo musicale le lasciano pure il tempo per la scrittura, grazie alla quale stabilisce relazioni con il mondo intellettuale siciliano e italiano: Sciascia, Caruso, Consolo, Castelli, Quilici, per fare solo qualche nome. Mentre viaggia continuamente lungo la penisola matura il proposito di fondare il Centro di Cultura di Cefalù, l’impegno più ambizioso ed edificante che le varrà l’appellativo di “Pasionaria” per la vulcanica militanza al servizio instancabile del recupero e della salvaguardia dei beni culturali della città e dell’intera Sicilia attraverso una serie di storici Convegni nazionali e internazionali che la vedranno sulle barricate fino alla metà degli anni ’80.
-Pepita era una grande lettrice e già a scuola aveva letto Luigi Capuana e Giovanni Verga. Possiamo affermare che comprendeva la Sicilia ancor più dei siciliani?
Capuana e Verga, a cui seguirà Pirandello, li aveva letti da ragazza, ancor prima di arrivare in Sicilia nel 1920, per cui l’immagine della nostra terra se l’era costruita in primis a partire dalla letteratura del secondo ’800, inizi ‘900. Vivere nell’isola, provenendo da Genova, a cui rimarrà legatissima, le consente di osservare contemporaneamente dall’interno e dal di fuori la società e l’antropologia siciliane. Senza mai abbandonare la sua anima genovese, Pepita ne acquisisce una seconda, più forte ancora probabilmente e più consapevole perché scelta e confermata nella maturità: tale coabitazione di anime, per così dire, tra cui a volte fa capolino una terza, prezioso innesto degli 8 anni vissuti in diverse parti dell’Africa, si rivelò un prisma potentissimo per leggere in profondità e comprendere i valori e le contraddizioni della Sicilia.

-Qual è stato il suo rapporto con gli scrittori Leonardo Sciascia e Vincenzo Consolo?
Sciascia lo aveva conosciuto da Flaccovio, la libreria di via Ruggero Settimo che Pepita aveva iniziato a frequentare alla fine degli anni ’50. Quando finisce di scrivere il suo primo lungo racconto, Una genovese in Sicilia, decide di sottoporlo all’attenzione dello scrittore lasciandogli il dattiloscritto nella portineria di via Scaduto, come racconta nei Diari (1/3/’72), ma lui deve averla incoraggiata a battere un’altra strada, probabilmente più opportuna per un esordio letterario: Pepita si dedicherà infatti a una serie di brevi racconti ambientati negli anni ’20 (I personaggi, Flaccovio 1973), mentre il testo autobiografico, dopo una revisione, vedrà la luce solo nel 1982 all’interno di un volume contenente altri nuovi racconti, anch’essi, questa volta per libera iniziativa di Bruno Caruso, sottoposti alla lettura di Sciascia poco prima della pubblicazione.
Vincenzo Consolo, che aveva un rapporto elettivo con Cefalù e villeggiava per un periodo dell’estate a Gibilmanna, frequentava “La Lanterna” e conosceva dunque Pepita, soprattutto per il suo impegno culturale in città attraverso le iniziative legate al mondo della moda e agli Amici della Musica. Quando il suo Centro di Cultura organizza il primo convegno nel ‘76, è lei a inserire in chiusura di quest’ultimo la presentazione de Il sorriso dell’ignoto marinaio con l’autore e l’italianista prof. Steno Vazzana, amico sia di Pepita che di Consolo. Lei aveva un rispetto reverenziale anche per questo grande scrittore, tuttavia la legava a lui una maggiore confidenza, tanto che si incontravano pure a Milano, dove – ce lo racconta nei Diari(2/3/’76) – si confrontarono sulla pubblicazione dei Racconti africani.
-Cosa ha lasciato in eredità alla Cultura? Era nata nel 1901 ed è stata capace di fare una rivoluzione culturale in Sicilia pur non essendo siciliana.
L’eredità è grande e preziosa, sia in termini di risultati che di approccio. Voglio ricordare a tal proposito le parole del violinista e direttore d’orchestra Fabio Biondi, oggi osannato in tutto il mondo e scoperto proprio da Pepita quasi 60 anni fa:«L’evocazione di Pepita Misuraca deve servirci profondamente a una attivazione comportamentale nei confronti della cultura che oggi non c’è». Le sue battaglie per la Cultura, intesa in modo libero e aperto ai diversi settori delle arti e della conoscenza, hanno cambiato il volto di Cefalù: basti pensare alla clamorosa “Tavola rotonda sul Duomo” del ’77, le cui lotte, che arrivarono persino a denunciare le responsabilità della Curia, porteranno pochi anni dopo allo stanziamento di 4 miliardi da parte dello Stato per il restauro della Basilica-Cattedrale; o ai finanziamenti ottenuti per l’avvio di campagne di scavo dai risultati straordinari perché ridisegnarono la storia della Cefalù antica; o ancora all’avveniristico “Convegno Internazionale per la salvaguardia dei monumenti siciliani dall’inquinamento atmosferico” del ’79, ma la lista sarebbe davvero lunga. Giuseppe Palmeri, nel 2000, scriveva che «nell’atteggiamento culturale di Pepita Misuraca nei confronti della città in cui viveva, emergeva la fede nel coinvolgimento diretto della comunità, aggregata in gruppi o in associazioni, nello sviluppo economico eculturale di tutti. […] non ammetteva che si disdegnasse di fare direttamente tutto quello che materialmente era possibile fare». Era lei in prima persona ad attivarsi, ad ogni livello, persino andando a Roma per interloquire de visu con i ministri della Repubblica. Prima condivideva le sue idee con esperti di riferimento e poi faceva trattare le urgenti questioni locali da luminari nei rispettivi campi di competenza. Le sue azioni erano dettate da un insopprimibile desiderio di adoperarsi per il progresso sociale, civile, culturale della sua comunità. Fabio Biondi, nell’intervista che gli feci nel 2023, aggiunse anche questo con un certo disincanto: «Oggi quello che manca non sono le possibilità economiche, non sono i luoghi, sono le menti, non ci sono più queste persone».
-Passiamo ora a parlare del tuo importante e attualissimo saggio sui naufraghi e la cultura greca. Come è nato?
Nel 2021, mentre insegnavo al Liceo classico T. Mamiani di Roma e in una classe di 28 alunni, spesso costretti in Dad, leggevamo l’Odissea, ho sondato il terreno per una ricerca sulla figura e la condizione del naufrago nella Grecia antica. Ho cominciato a lavorarci di notte e nelle poche domeniche libere dagli impegni scolastici, finché in primavera mi sono messo sotto per preparare un progetto di ricerca da presentare a 2-3 concorsi di dottorato. Trascorsi pochi mesi, mi sono ritrovato lontano dalla scuola e nuovamente a Palermo, dopo oltre 16 anni nella Capitale: ho iniziato e concluso circa un anno fa il dottorato in “Studi Umanistici” e quel progetto di ricerca è diventato non solo la mia tesi, ma ancheil libro Deriva, soccorso, abbandono. Essere naufraghi nella Grecia antica, dedicato “ai miei alunni, di ieri e di domani” e “ad Alaa Faraj”.
– Che cosa ti ha spinto a occuparti di un tema così drammaticamente attuale?
La disumanità che, in particolare nel corso degli ultimi 12 anni di cronaca, ho visto declinarsi in tutte le sue forme sulle acque del Mar Mediterraneo come risposta quasi univoca alle richieste di aiuto, soccorso, accoglienza di esseri umani alla disperata ricerca di salvezza, da morte, guerre, carestie, discriminazioni, violenze inaudite, o di una migliore condizione di vita. Questa disumanità e disumanizzazione, insieme ad una crescente criminalizzazione delle persone migranti e degli operatori umanitari, mi ha spinto a tornare all’università e a impiegare gli strumenti della mia formazione filologica per provare a fare qualcosa, a dare un piccolo contributo al dibattito pubblico sempre più assopito e marginalizzato su una questione di portata epocale. Le migliaia di morti nel Mediterraneo di oggi hanno reso in me urgente e indifferibile la necessità di uno studio e di un approfondimento critico, in chiave comparatistica, sul Mediterraneo di ieri.
– Puoi dirci in breve il contenuto di questo tuo lavoro scientifico che è a tutti gli effetti il primo studio sistematico sull’argomento?
Partendo dall’indagine ravvicinata delle categorie umane che nell’antichità rischiavano il naufragio e la morte in mare, sono passato poi a domandarmi come venissero nominati e rappresentati i naufraghi, quale fosse la loro condizione da vivi e a quale destino andassero incontro. Da qui ho esaminato la percezione e il trattamento da parte di altri uomini, interrogandomi sull’esistenza di leggi o consuetudini in tema di soccorso, accoglienza, respingimento.Ho sottoposto alla lente dell’osservazione un vastissimo repertorio di testi prevalentemente letterari, lungo un arco temporale di oltre mille anni, per analizzare nel profondo le complesse dinamiche del mondo dei naufraghi nel panorama della Grecia antica. I temi del soccorso e dell’abbandono di esseri umani nel Mediterraneo di un’epoca così lontana dalla nostra chiamano in causa e interrogano le coscienze di noi contemporanei, testimoni della Storia e di una deriva etica e umanitaria di proporzioni sempre più inquietanti.
-Questi due volumi appena pubblicati rivelano una poliedrica identità di scrittore. Quali sono i tuoi progettiper il futuro?
Innanzi tutto sono tornato da oltre un anno al mio fondamentale lavoro di insegnante, che mi ha restituito l’imprescindibile ruolo civile e sociale di cui non potrei fare a meno. In parallelo, mentre mi occupo dei libri appena pubblicati, la qual cosa mi sta permettendo di conoscere tantissime persone interessate e interessanti da cui ricevo numerose sollecitazioni e inviti, valuto i prossimi impegni e lascio decantare idee e diversi progetti di scrittura. Non sono ancora giunto a precise determinazioni e dunque non voglio anticipare nulla. Sento certamente un grande fermento interiore e, insieme alla voglia di sperimentare nuovi percorsi letterari, il desiderio di una partecipazione attiva e diretta alla vita civile.
Biografia:
Giorgio Belli dell’Isca, dottore di ricerca in “Studi Umanistici” presso l’Università degli Studi di Palermo, insegna Greco e Latino nei licei classici. In passato si è occupato di didattica delle discipline classiche e della poesia di Alda Merini; è il curatore dell’opera e dell’archivio della scrittrice Pepita Misuraca (1901-1992).
Il prossimo 7 marzo alle ore 11 ci sarà un evento speciale legato alla figura e all’opera di Pepita Misuraca, presso l’Hotel Principe di Villafranca a Palermo, luogo caro alla scrittrice durante i suoi soggiorni nella “capitale”.





