Ad introdurre questa pregevole intervista è la maestra Alessia Fazzi che ho conosciuto quest’anno, a Campobello di Licata, in occasione del Festival “Questa terra è la mia terra e io la difendo”, giunto alla sua terza edizione. Ecco la sua descrizione:
“Quando si parla di impegno sociale e civico a Modica, non si può che parlare di Maurilio Assenza. Docente di Storia e Filosofia, è stato direttore della Caritas diocesana di Noto e adesso presidente della Cooperativa Sociale “Don Puglisi”. Ispiratore del cantiere educativo “Crisci Ranni”, continua a donare la sua vita ai giovani e al mondo dell’educazione, costituendo una vera colonna portante per la società modicana. Personalmente ho avuto modo di conoscerlo grazie alla mia esperienza di servizio civile presso la sede territoriale di Ragusa di Confcooperative, e questa per me è stata una grande fortuna. Ho conosciuto un uomo dal cuore grande, pronto ad aiutare chiunque abbia bisogno, grande ascoltatore e soprattutto grande oratore, al servizio della società in ogni modo possibile. Ogni sua parola è un insegnamento, soprattutto per chiunque creda nel valore dell’educazione come motore del cambiamento. Una persona che dà lustro ad una città intera, ad una provincia intera e che merita di ricevere la giusta risonanza”. E su queste parole intense e significative inizio l’intervista a Maurilio Assenza.
-Dove sono finiti i diritti delle persone più fragili?
Nel fiume carsico della storia! Oggi sono sotterrati in modo traumatico. Come il diritto alla vita a Gaza, in Congo, in Sudan, in Ucraina … e in tante altre zone dove c’è una guerra cinica e infinta. Come il diritto alle cure nella nostra Italia, per lo smantellamento dello stato sociale. Come il diritto alla dignità in una terra, pur bella e ricca di fermenti, come la Sicilia, dove il clientelismo genera degrado, sottomissione, ingiustizia. Rinasceranno!Non sappiamo quando, ma i diritti sono tutt’uno con il restare umani e si dovrà lottare perché ci siano quei “diritti inviolabili” di cui parla l’art. 2 della nostra Costituzione, assumendo “gli inderogabili doveri di solidarietà politica, economica e sociale” sia “come singoli sia nelle formazioni sociali in cui la personalità si svolge” (esce dal suo accartocciamento!). Ricordo una mia classe che non andava benissimo in alcuni risultati scolastici, ma era ricca di sensibilità. Nel saluto di fine anno mi dissero: «Professore, ci dispiace per le nostre medie basse, ma una cosa gliel’assicuriamo: cammineremo sempre “a testa alta”!». Espressione cara a don Puglisi quando sottraeva i giovani alla mafia, sostanza di una cittadinanza che sempre, comunque (anche in pochi, anche contro tanto degrado etico e politico), dovremo coltivare perché, vivere da sudditi, significa abdicare alla nostra dignità.

-Veramente basta un quaderno, una matita e un maestro per cambiare il mondo?
Sì, seppur ancora una volta non nell’immediato, ma nei flussi profondi della storia. Educare semina futuro e l’educazione vera accade quando ci sono processi attivi, maieutici – diremmo con Danilo Dolci. E in quei cerchi in cui il Maestro a volte diventa il dolore, altre volte i piccoli e i poeti. Allora si “scrive”: con se stessi, insieme agli altri. Si scrive delicatamente, potendo cancellare e riscrivere. E un maestro significa qualcuno che, come diceva don Milani, vuole elevare! Per questo è diverso dal commerciante, per questo è uno dei servizi più alti che servono per restare umani.
-Un bacio salva una vita?
Sì, soprattutto quando c’è pericolo grande. Abbiamo bisogno di affetto, abbiamo bisogno di cuore! L’educazione vera è «affare del cuore» – per la Montessori come per don Bosco. E il bacio, inteso nella sua purezza di offerta delicata sulla fronte o sulla guancia di un bambino, di un ammalato, di un disperato, può riaccendere speranza in chi l’ha persa e riavviare relazioni a partire dal centro della persona, dal cuore.
-In che modo la parola fa eguali, educare è il vero progetto politico?
La parola, come diceva don Milani, rende uguale Gianni, figlio del contadino con poche possibilità di strumenti culturali, a Pierino, il figlio del dottore che ha tante possibilità. Forse oggi – con il prevalere del virtuale che intontisce – anche Pierino ha surrogati della cultura e manca di parola. Che serve per capire e farsi capire, per esprimere talenti e donare consolazione. Ricordo uno dei progetti della nostra Caritas diocesana, dal titolo “L’ottavo sacramento”, che non comportava tanti soldi (cosa che oggi diventa centrale in tanti progetti come fine e con grandi somme), ma solo di attivare attorno a un bambino che va male a scuola un raccordo tra la scuola e le parrocchie, per individuare delle famiglie disposte a farsene carico (magari della stessa classe), accompagnati nel cammino da un educatore (di fatto era l’unica spesa, molto sostenibile, che mi spingeva come direttore Caritas a sognare che si attuasse in ogni parrocchia). Ricordo in una parrocchia di campagna lo stupore e la gioia della comunità nel vedere, come frutto del progetto, la capacità di una bambina, non solo di andare bene a scuola, ma anche si superare la sua timidezza e leggere la lettura a messa, ma poi scoprire dal parroco anche la delicatezza e la tenacia con cui stava aiutando una sua compagna a fare pure lei un cammino simile. Era il suo modo di dire grazie, come nel racconto evangelico della guarigione dei dieci lebbrosi fa il decimo, l’unico che ringraziò: anche lei, non solo guarita, ma salvata e capace di salvare.
-Puoi commentare questa frase di Giorgio La Pira: “Le città non sono cumuli di pietra ma hanno un’anima…”
Se guardando le città si va oltre i monumenti di pietra, anche belli, e si incontrano la gente semplice e i testimoni, si capisce bene quello che ha scritto La Pira. Nei quartieri della mia città di Modica da giovane incontravo tanta gente che diceva «U Signuri c’è (andrebbe tradotto non alla lettera ma:«Me lo sento accanto, il Signore!») e restava serena anche tra tante prove; «U Signuri viri (andrebbe tradotto: lo vede il Signore ciò che gli uomini non vedono, e sarà il giudice finale») e esercitava un lucido discernimento sulla vita. Tra i migranti che sono morti all’ospedale di Modica dopo gli sbarchi, per le torture in Libia, Segen aveva in tasca due poesie. In una chiedeva: «Se siamo fratelli, perché non chiedi notizie di me?». Nell’altra professava una vera e propria fede messianica: «Storia archivio di ingiustizia, ma con Dio vittoria agli oppressi». Ecco l’anima antica della città e l’anima donata o ridestata da fratelli che fuggono da guerre e fame per una speranza, spesso senza esito, spesso morendo in mezzo al mare o per le torture subite! Nel mezzo l’anima che si ridesta nella comunità (famiglie, scuole, parrocchie, strada) se si ascolta, se si racconta, se si cerca. Un fermento, una brace spesso sotto le cenere! Non conta la consistenza, conta la qualità.
-Cosa pensi del nostro Sud tradito e ingannato da false promesse, territorio di conquista e di eterne ingiustizie?
Che dovrebbe alzare la testa! Ma anche, come ha fatto notare Giuliana Martirani aprendo un corso di formazione per docenti che vogliono una scuola non burocratica e non aziendale, la Sicilia è una contaminazione già esistente di civiltà e di culture che annuncia un futuro vero per l’umanità, senza confini di patria ma come unica famiglia. Un giorno a scuola in tutte le classi si trovò un volantino anonimo con scritto “Svegliamoci!”. Poi scoprimmo che erano stati alcuni miei carissimi studenti che non ce la facevano più a sopportare l’inerzia diffusa tra i compagni.Vale anche per il Sud, magari collegando Sud d’Italia e Sud del mondo, laddove ci sono tanti movimenti dal basso per la terra, la casa e il lavoro. Che papa Francesco e ora papa Leone hanno riconosciuto come veri soggetti politici capaci di cambiamento. E noi abbiamo avuto i fasci siciliani, abbiamo avuto profeti e visionari, abbiamo un pensiero meridiano che ci apre all’invisibile, al grazioso, al bello. Lo so è difficile: ci sono corruzione e rassegnazione connesse in un circolo vizioso, ma occorre lottare, occorre collegarsi, costruire ponti e dighe, attivare processi virtuosi liberanti. Del ponte di Messina non ne abbiamo bisogno, non abbiamo bisogno di faraoni. Abbiamo bisogno di segni come la diga nel Belice, frutto della coralità di impegno promossa da Danilo Dolci.

-“Crisci ranni” due parole per affrontare un mondo difficile con le proprie forze e far volare gli aquiloni controvento…
Un imperativo, e non un semplice congiuntivo! Per i genitori che con questo grido lanciano in alto i bambini il dovere di essere veri adulti, che sanno dire no quando è necessario e altrettanto dire sì quanto diventa importante per aiutare a crescere. Per i ragazzi e i giovani che sono chiamati, a questo grido, a fare un salto, se i genitori non sono all’altezza del compito, possono loro stessi darsi un imperativo. Affidandosi a chi, genitori e figli? Non solo alle proprie forze, ma a ciò che si riceve, all’inedito, ai messaggi che parlano di libertà. Il rito è pasquale: dice la necessità di attraversare il Mar Rosso, dice che il frutto è la felicità, dice l’apertura all’inedito. A Modica Crisci ranni è diventato cantiere educativo – circuito virtuoso tra giovani e bambini, aiutati nel loro far scuola, ma anche nel loro essere parte di una comunità, con tante fedi e culture diverse – rito, preparato nelle scuole a partire da una fiaba, rinnovato il sabato dopo la Pasqua come una grande e corale alleanza, esplicitata in un patto educativo.
-Dietro ogni bambino c’è una storia, quel che conta è una buona relazione…
Sì!Per questo, come canta il poeta Mario Luzi, occorre «mettersi ai piedi della loro crescita». Occorre che ogni bambino abbia accanto qualcuno che lo aiuti a crescere con buoni cibi e, quando la famiglia non ce la fa per tanti motivi, ci sia la città che con i suoi servizi sta accanto, protegge, aiuta, promuove. C’è stato per qualche anno in alcune città (anche nella mia) una bella prassi da parte del Comune: a ogni neonato un assistente sociale regalava un libro di fiabe e la carta dei servizi. L’augurio di una relazione nutrita di lettura (anzitutto da parte dei genitori), ma anche di diritti (la rete di servizi che ci vorrebbero, e che spesso purtroppo risulta una “rete smagliata”). Un gesto volto alla cittadinanza, ma anche un potenziale farsi carico nelle necessità. Una relazione buona ha sempre una dimensione affettiva e riflessiva, ma anche civica.
-Puoi commentare questa espressione: “Ogni vita merita un romanzo”…
Vorrei commentarla con le storie della Casa don Puglisi, pensando anche a tante altre storie di ogni giorno … Non c’è niente di predefinito, la vita è un insieme di possibilità, per tutti e anche per le persone più vulnerabili. Ho presente quella storia di una donna che era arrivata a pattuire la vendita dei figli: oggi uno si è perso (anche avendo ricevuto opportunità di affidamento), due si sono salvate, hanno ricordato quanto hanno appreso nella Casa e lo riportano alla loro cura genitoriale. E anche per uno che si perde, un antico romanzo, una parabola, dice che c’è Uno che si mette sempre in ricerca dei perduti e li riaccoglie sempre con un abbraccio. Fosse pure, per il mio alunno dalle ali troppo pesanti, il suo lancio nel vuoto che lo ha sfracellato e le sue poesie/grido che la mamma mi ha consegnato. Merita il romanzo del ricordo silenzioso e la tessitura di attenzioni che aiutino altre storie ad avere esiti diversi già qui in terra, mentre in cielo il grande romanzo della storia avrà la sua conclusione nell’unica cosa che conta: avere amato!

-Nel tuo libro “Crici Ranni” hai scritto: “ripensiamo le città partendo dalle periferie”. E’ il grande progetto che stai realizzando con la Casa Don Puglisi e altre opere di volontariato?
Una chiamata all’inizio, più che un progetto. Non si potevano spedire donne e figli con difficoltà come se fossero pacchi postali nei pochi posti dove c’era un servizio per loro. Doveva nascere qualcosa a Modica, e nacque nel 1990 nella forma della Casa, una Casa che sempre più si è data una postura educativa per far ripartire nella vita. Per questo si è aggiunto il lavoro:così dopo l’Associazione don Puglisi costituita nel 1996 per gestire la Casa, è nata nel 2005 la Cooperativa. Che man mano ha preso la forma di un’esperienza di economia civile e ha maturato scelte etiche come la cioccolata fatta con massa di cacao proveniente da cooperative del Ghana, caratterizzate dall’impegno di una sostenibilità sociale e ambientale. Esperienze che tracciano la via per una città fraterna e giusta. Non possiamo cambiare città e mondo, ma – diceva don Puglisi – dei segni possiamo porli. A Modica nel suo nome c’è come una costellazione di segni, che aiutano a legare la terra al cielo, la ferialità alla festa, l’impegno educativo a quello civico. Con “visione”, seppur occorre pensare sempre alla sostenibilità di ciò che si avvia – come tutte le famiglie d’altronde: con fatica, ma anche con speranza e tenacia.
-Cosa è rimasto nella chiesa del pensiero “ribelle” di Papa Francesco che considerava la chiesa come un ospedale di campo?
Penso che resti vivo, perché ha ravvivato non qualcosa di suo, ma quella forza profetica che nella Chiesa si ravviva se ci sono testimoni e processi corali. Che papa Leone ha continuato, certo con il suo stile, ma senza venir meno alla Chiesa pensata come agli “inizi”: sale e lievito, e non cittadella chiusa; giardino, e non museo. E mi sembra significativo che i vescovi italiani hanno scritto una nota sulla pace che mette al centro l’educare, ma anche che denuncia la corsa agli armamenti come iniqua (“una pace disarmata e disarmante” – dicono in continuità Francesco e Leone), raccoglie le voci profetiche (onorandole, come ha fatto papa Bergoglio) e arriva a mettere in discussione l’inquadramento dei cappellani militare nell’esercito … E poi sono tanti i segni di carità con cui la Chiesa continua ad essere “ospedale da campo” …
-Quante cose deve farsi perdonare la chiesa nei confronti degli ultimi?
Molte! Ci sono state e ci sono alleanze con i potenti, silenzi, complicità (spesso per un “piatto di lenticchie”). Durante il giubileo del 2000 Giovanni Paolo II avviò una corale richiesta di perdono, che però non è ancora diventata un processo convinto e convincente. Sarà tale quando i poveri avranno la stessa predilezione che ha avuto per loro Cristo, ma anche quando la Chiesa (come comunità di discepoli, e quindi con un impegno di tutti i cristiani) sarà veramente povera e “dei “poveri. Povera sul serio: povera nella sobrietà di parole e vita, nella sua libertà dai potenti e nell’accoglienza delle diverse culture. E “con” i poveri: non assistiti, ma accolti come familiari e come visita di Dio. Poveri a cui viene data voce, posto, ascolto, fino a poter diventare nostri maestri, e ancor più salvatori. Non per meriti, ma perché provocano una conversione del cuore, dei pensieri, degli stili di vita, che diventano liberanti e arricchenti per tutti.

-Ripensiamo il significato della scuola, che ha l’impronta aziendale e ristabiliamo un patto vero con i bambini…
Sì, non la “buona scuola”, ma la scuola vera. Con insegnanti che esercitano una libertà di insegnamento fino a pratiche o esplicite obiezioni di coscienza alla burocrazia che tutto invade (penso alla gabbia burocratica a cui è stata ridotta l’educazione civica) e all’idea aziendale che deforma mete e stili educativi (con molte/troppe cose fatte per i soldi). Solo così sono possibili patti, ma radicalmente direi: solo così la scuola è tale! Al momento c’è poco coraggio e ci sono troppe attrattive nei progetti, formalmente a posto e scritti con apparente linguaggio educativo ma, nella sostanza, tesi spesso soprattutto a ricompense economiche e comunque distruttivi di sani e ordinati percorsi disciplinari e/o momenti veramente scelti dagli studenti o finalizzati veramente a loro. Con tanta ansia e corsa denunciate come pesanti, ma non sanate da scelte sapienti e coerenti!Personalmente ho fatto anzitutto scuola, mancando il meno possibile (solo per motivi gravi, quasi mai per i miei compiti ecclesiali) ed evitando/rifiutando progetti sovrapposti e non inseriti nel cammino educativo ordinario e finalizzato alla statura adulta della responsabilità (in me come dovere, nei miei studenti come fine chiaro), inserendo nell’ordinario solo spazi per la relazione/cooperazione e testimonianze e cammini significativi. Con i miei studenti abbiamo pensato la scuola come studio e relazione e ci dicevamo come il profeta Geremia: «Piantiamo vigne, pur in mezzo alle macerie.»
-Don Milani diceva: “Facciamo crescere i figli più grandi di noi”. Cosa intendeva dire?
L’ho sperimentato con i miei studenti. La maggior parte di loro li ho visti restare ricchi di umanità … Un mio studente fa il dentista: non solo c’è nel suo studio spazio per cure gratuite per i più poveri, ma anche lo ha collocato in periferia dando un tocco di bellezza che altri hanno voluto imitare. Un altro, che ha concluso il liceo con un lavoro per gli esami intitolato “Un altro mondo è possibile”, è in Colombia impegnato in missioni umanitarie. Un altro, che ha studiato “la metafisica del silenzio”, l’ha concretizzata in un birrificio sociale (si uniscono poli apparentemente opposti se c’è vita vera). Li incontro ancora con sogni, li incontro con i loro figli, li incontro – come ci dicevamo ai tempi del liceo – nell’agorà, continuando a confrontarci su come essere cittadini, ad approfondire storia e filosofia, ad abbracciarci, a sperare e lottare insieme.
-Don Milani, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira cosa hanno in comune?
La capacità di visione e di concretezza al tempo stesso! Sono giganti su cui, come nani, possiamo appoggiarci perché, come diceva Balducci, «ci precedono». Ci indicano ancora come deve essere il futuro e ci danno preziose ispirazioni. Come diceva da giovane papa Giovanni, è infantile pensare di poter imitare i santi (hanno i loro caratteri, sono vissuti nella loro epoche), è più saggio lasciarsi ispirare. Seppure per Milani, Dossetti e La Pira la loro epoca l’hanno vissuta guardando in anticipo alla nostra, e quindi possono anche aiutare discernimenti. E il loro fare scuola, politica, monachesimo hanno una qualità che diventa per noi fonte di creatività e di coraggio.
-Esiste ancora il bene comune, è un pensiero che i politici hanno dimenticato da tempo?
I politici siamo noi, nel senso dato alla parola dai ragazzi di Barbiana: «Uscire da soli dai problemi è egoismo, uscirne insieme è politica». Gli altri sono sindaci, deputati consiglieri, a cui – come diceva santa Caterina – «la città è prestata». E se non fanno il bene comune – lo diceva sant’Agostino – «vanno chiamati banda di ladroni». Siamo in balia di predoni, ma da cittadini dobbiamo reagire. E ci sono sentieri che portano lontano, da scegliere: il Piano B di Becchetti e altri, che concepisce il bene comune come attrazione che fa umani nell’alveo dell’economia civile; il Forum delle disuguaglianze, che esamina e puntualizza nodi con lucidità; il “terzo racconto” che vuole dare valenza politica al sociale del Sud … Sentieri, ma che portano lontano, seppur piccoli e affidati a un piccolo gregge … ma ci sono, e vanno percorsi!

-Se dico che l’amore è la vera essenza della vita, qualcuno mi guarda male visti i tempi che stiamo vivendo…
Il mio anziano parroco avrebbe detto: «Come la giraffa alza il collo e passò oltre ciò che striscia in basso!». Don Mazzolari scriveva: «Ci impegniamo, noi e non altri; ci impegniamo, anche se altri non lo fanno; ci impegniamo, nonostante tutto. Non per riordinare il mondo ma per amarlo. Amare, solo questo ci interessa. La vita è breve, e vogliamo viverla per qualcosa che sa di eterno e che duri per sempre».
-E’ vero che mancano gli adulti veri quelli che si preoccupano degli altri, dell’ambiente. Alla fine tanti adulti non sono cresciuti sono rimasti adolescenti…
Purtroppo sì! Ne possiamo uscire con la personale ricerca e testimonianza di una vita veramente adulta, non reattiva e capace di cura per sé, per gli altri, per il creato. E sperare che veramente possano crescere «figli migliori di noi!».
-Cosa accadrebbe se un giorno la città si svegliasse come una comunità ?
Come dice il salmista, «la pace si affaccerà dal cielo e la verità germoglierà dalla terra»!
-La città a misura di sguardo è un’espressione del cardinale Carlo Maria Martini…
Sì, è il suo testamento civico alla fine del suo episcopato a Milano ed è un messaggio ancora attuale. La città “a misura di sguardo” genera un controllo etico ravvicinato e una politica attenta agli ultimi, e al prezzo che c’è da pagare per questa attenzione. Una città ancora capace di polifonia nell’accoglienza dell’altro … Un progetto di politica vera, che aspetta cittadini e governati capaci di esserlo sul serio, e comunque una traiettoria, un orizzonte, una provocazione e una possibilità … Noi abbiamo dato qualche anno fa questo nome a una rete di cantieri educativi con cui costruire comunità. Ancora una volta un piccolo segno, ma anche un preciso orientamento.
-Noi siamo nani sulle spalle dei giganti…
Quando lo comprendiamo, siamo fortunati. E anche diventiamo generativi …
-Può andare la Costituzione a braccio con il Vangelo?
Non può, va … Il Vangelo è grazia, ma anche messaggio preciso di giustizia e fraternità. La Costituzione è legge fondamentale, ma anche viva, sostanziata da valori che sono una traduzione laica e attuale del messaggio evangelico, soprattutto quando si parla di uguaglianza sostanziale o ripudio della guerra … Sono orizzonti capaci di mettere in cammino insieme credenti e non credenti (o gente in ricerca) per essere popolo, nel senso più alto di una comunità in cui ci sente legati da valori e storia e si è protesi verso un futuro di bene comune. Un cammino in cui servono stelle, e Vangelo e Costituzione brillano e non si contendono spazi, ma si intrecciano e accrescono luce.

-Il quartiere della Vignazza e le difficili realtà di Modica…
Modica è una città ancora con risorse di bene, ricchezza di storia e di cultura, ma anche una città in bilico, con quartieri che risentono di più dei problemi per scelte politiche sbagliate (la zona 167, con i suoi palazzoni e tante famiglie in difficoltà concentrate nello stesso sito e per di più sradicate e condotte in luoghi anonimi e senza servizi) o per contingenze spazio temporali (come la Vignazza, quasi dormiente per passaggi storici e collocazione geografica, tra la parte alta e bassa della città). Oggi però alla Vignazza c’è il cantiere educativo Crisci ranni, una splendida fioritura di socialità ed educazione, che diventata l’anima viva del quartiere e attrazione per il resto della città in tanti momenti: dal rito Crisci ranni al grest, e quest’anno per un bellissimo e partecipato 25 aprile, festa della Resistenza ricordata sul serio e con passione …
-Hai inteso la Caritas come strumento di educazione comunitaria e non come un ente di assistenza. E’ così?
Paolo VI e i primi responsabili nazionali (Mons. Nervo, Mons. Pasini) l’hanno voluta con funzione pedagogica! Se vogliamo capirlo bene, dobbiamo dire che i suoi destinatari non sono i poveri … ma le comunità (civile ed ecclesiale), perché insieme ci si preoccupi dei poveri, con la qualità evangelica (e per tutti costituzionale) della condivisione e della giustizia. Purtroppo, facilmente la carità viene delegata a pochi e la Caritas viene ridotta a una rete assistenziale, perché è più facile pensare che serva una pacco di pasta, senza arrivare a dire almeno che serve anzitutto la visita … E serve che il Corpo di Cristo che è la Chiesa e il tessuto sociale della città abbiano occhi per vedere, mente per capire, cuore per appassionarsi: solo così piedi e mani incontreranno veramente i poveri e costruiranno con (e non per) loro percorsi di futuro. Aiutati da opere di carità che siano segno, anticipo e non supplenza. Per 33 anni sono stato direttore della Caritas diocesana, e alcuni messaggi sono comunque passati, con fatica ma anche – laddove hanno trovato terreno buono – con la capacità di offrire senso per la vita (sostanza del volontariato autentico), anticipo di welfare comunitario e generativo (con percorsi qualitativi dal punto di vista educativo e sociale), speranza.
-La casa di Don Puglisi si regge sulla provvidenza. Il doposcuola, le attività sociali e sportive la produzione di dolci e tanto altro ancora…
Abbiamo iniziato nel 1990, per volere e con l’appoggio del Vescovo Mons. Salvatore Nicolosi, nella totale fiducia nella Provvidenza, anche perché tirandosi indietro il Comune (per tanta opposizione dei perbenisti), disse che la Chiesa non si poteva tirare indietro a motivo del Vangelo … e della Costituzione! E allora arrivò un’offerta di 10.000.000 di lire che avviò tutto … Poi, per molti anni, abbiamo unito Provvidenza e previdenza. Con tanta fatica e amore, con tanta gratuità (sempre necessaria se si vuole che una realtà resti vera e viva). Oggi siamo riusciti ad avere una sostenibilità essenziale che permette un’organizzazione migliore, e però diventa importante non perdere l’anima, sorgenti spirituali, orizzonti di bene comune … Abbiamo anche intrapreso con la Cooperativa il percorso di un’economia civile, che permette lavoro anche a chi fa più fatica, scelte etiche, qualità dei prodotti (non si vendono i biscotti e la cioccolata per pietà, ma perché sono veramente buoni, eventualmente doppiamente buoni per il fine sociale). Anche in questo caso con tanta fatica, ma anche con tanta generosità in cui avverte come sia importante un lavoro cooperativo e il fine del bene comune. E certo, a Crisci ranni, ci sono anche tanti percorsi di socializzazione. Ed anche, fatto importante per l’impatto sociale, come Casa don Puglisi e Crisci ranni, promuoviamo percorsi con le scuole e con i giovani … Provvidenza a questo punto significa sguardo lungimirante, che resta tale se ci sono umiltà, gratitudine, sobrietà, gratuità.

-Perché nessuno vuole vedere le frontiere della povertà?
Perché – direbbe don Puglisi – «ci si comporta come gli struzzi … o forse si è solo struzzi …». Diceva don Mazzolari: «Chi ama poco, vede pochi poveri; chi ama molto, ne vede molti». Facciamo appelli e pochi rispondono. Tante parole e tanti riti appagano di più, la carità e la solidarietà sono veri se costosi, ma appunto sono veri … ci vorrebbe più amore ma anche più sapienza … Continuiamo a interpellare!
-Tu e il terremoto dell’Irpinia.E’ da questa esperienza che hai appreso la mappatura del territorio?
Dal terremoto dell’Irpinia e dell’Aquila abbiamo appreso la mappatura come visita e ascolto dei problemi, per capire che la gente voleva altro rispetto a quanto si pensava di dare (vestiti, assistenza …): voleva comunità! Ed ecco che abbiamo pensato a rapporti di fraternità, in cui si dà (presenza anzitutto) e si riceve (la sapienza del dolore).
-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Non progetto. Mi affido al Signore.Sono “custodito” da mio fratello, come prima dai miei genitori (non avendo tempo per nulla, e con rapporti più che familiari, per la condivisione di valori e stili). Ho la gioia delle relazioni belle con tanti miei studenti e alcuni amici veri.Continuo a servire per come posso! Il mio cuore resta di insegnante, la “parte migliore” della mia vita! Come pure la Caritas resta esperienza bella, dentro il tessuto ampio della Chiesa locale pensata per intero e non settorialmente, con tante relazioni belle, tanta riflessione vera e il “vincolo di unità” dato dal vescovo. Ci sono anche i tanti anni della Casa don Puglisi e gli anni della Cooperativa don Puglisi (di meno e più recenti). Offro ancora il mio servizio e spero che si custodiscano “gli inizi”, non come museo ma come giardino che continua a fiorire se si custodiscono sorgenti. Sono anni difficili, crocifissi. In ogni ambito ho cercato di esserci con tutto me stesso, certo con errori ma sempre con retta coscienza e gratuità. Avere avuto responsabilità per molti anni (da parte mia ho corrisposto a necessità e spinto sempre a evoluzioni e coralità) può generare anche comprensibile reattività. Spesso non è facile capire la complessità e subito vedere e dire grazie per la bellezza di progressive trasformazioni, rese possibili da tante aperture e dedizioni, corali e spesso silenziose, aiutati da amici sapienti arrivati per grazia. La cosa che mi preoccupa di più è quando non si capisce che, laddove si perdono orizzonti ampi e sorgenti limpide, prima o poi ci si inaridisce o si avranno inquinamenti. Poi però alcune cose maturano, malgrado tutto! Un giorno spero solo di poter dare un apporto silenzioso di vicinanza, relazione, riflessione, preghiera, simile a qualcosa che già cerco di fare vivendo la gioia della condivisione con chi fa più fatica ma ha anche tanto da insegnarci, e oggi pure coprendo tempi e spazi che permettono ad altri di meglio svolgere il loro lavoro e le giuste pause di riposo.
Biografia Maurilio Assenza
Docente di storia e filosofia nell’Istituto Galilei-Campailla, di Modica è direttore della Casa don Puglisi e vicepresidente della Fondazione della comunità Val di Noto. E’ stato per lunghi anni direttore della Caritas diocesana di Noto, sviluppandone le dimensioni pedagogiche e culturali. Tra le sue pubblicazioni: Come un roveto ardente (Piemme). Lo sguardo dal basso (insieme ad altri), per la EdiArgo. Ricollocarci nel Vangelo (Qiqajon). Per le edizioni “Il Pozzo di Giacobbe” dirige le collane “I Quaderni dell’Osservatorio” e Paraplesios ed ha pubblicato Ai piedi della loro crescita (con altri). Il Magnificat alla periferia dell’impero (con altri). La brace e la cenere. Ha curato gli atti del secondo sinodo della Diocesi di Noto.





