Ritratti: giornalisti del nostro tempo / Maurizio Piscopo incontra Roberto Leone

186

 

 

Roberto Leone è un giornalista palermitano che conosce bene il mestiere ed ha raccontato per anni la storia di Palermo con i profumi e i veleni della Giustizia e, con lo stesso spirito da cronista, ha incrociato le tragedie e i sogni dei perseguitati. È un giornalista che parla non solo con le parole ma anche con lo sguardo. È attento e sa cogliere ogni dettaglio che ad altri può sfuggire. È un giornalista che rappresenta la saggezza e l’esperienza del cronista legato alla Sicilia che non si arrende. È un punto di riferimento della nostra cultura e soprattutto del giornalismo italiano.

-Quando nasce la tua passione per il giornalismo?

La passione nasce per caso a scuola quando frequentavo il penultimo anno del liceo Garibaldi partecipando a un corso che prevedeva incontri con giornalisti e poi la visita nelle redazioni. Così mi sono ritrovato a fare il giro di nera con Francesco La Licata, a entrare nell’ufficio del capo della squadra mobile Boris Giuliano e ad assistere a un colloquio che non dimenticherò mai: il cronista arrivava già con le notizie e chiedeva al poliziotto particolari da confermare. E ancora per caso sono entrato nelle radio private e a dar vita a uno dei primi radiogiornali nella redazione di Radio Palermo Express, un’incredibile fucina di giovani giornalisti. Basti pensare che lì hanno iniziato anche Mario Azzolini che poi è stato quarant’anni alla Rai o Angelo Mangano che per i canali Mediaset ha raccontato la Sicilia e Gaetano Perricone che è stata una delle firme più apprezzate del giornalismo sportivo siciliano.

-Giornalisti e informazione. Cosa sta cambiando nell’era di internet?

Molto, moltissimo, forse troppo. Bisogna distinguere l’era di Internet prima e dopo i social, perché fin quando è stata soltanto la rete e cioè la possibilità di comunicare in maniera più veloce ma pur sempre professionale le notizie, il cambiamento è stato soltanto di mezzo. Un’evoluzione, come era successo passando dal giornale di piombo a quella fotocomposto. Un aumento della velocità nella trasmissione della notizia o dalla redazione del giornale di carta o da quella televisiva:mutava solo il modo ma la sostanza, la professionalità è la stessa. Il vero cambiamento è stata la totale deregulation con cui si sono imposti i social, togliendo di mezzo la intermediazione del giornalista nel raccontare i fatti o la professionalità che serve nel commentare una notizia, nell’analizzare una vicenda. Oggi, spesso nascondendosi dietro anonimi o pseudo-profili o addirittura come sappiamo e come è successo, dietro veri e propri troll che hanno il compito di inquinare il dibattito e di condizionare l’opinione pubblica. Tutto questo è un cambiamento che mina alla base la correttezza dell’informazione. Quando si va, ancora pochi lo fanno, all’edicola si sa quale quotidiano si compra. Lo stesso quando premi un tasto del telecomando. Parliamo della costruzione di una opinione pubblica che abbia in modo trasparente tutti gli strumenti necessari nell’affrontare le scelte della vita di ogni giorno, ma che sono anche quelle del voto e della politica che ne consegue. In sostanza la qualità di una democrazia.

-Il giornale L’ora e i palermitani, ne vuoi parlare?

È un rapporto che è ancora vivo oggi. Tantissimi lo rimpiangono e lo vorrebbero ancora presente e questo vuol dire che ha lasciato un segno profondo nella storia della città. E lo ha dimostrato il volume che abbiamo pubblicato con tanti colleghi, una cinquantina “L’ora edizione straordinaria, il romanzo di un giornale raccontato dai suoi cronisti”, secondo una geniale formula di Antonio Calabrò.Nella prefazione il direttore della Biblioteca centrale della Regione, Carlo Pastena, il volume è edito dalla Regione siciliana, scrive che le collezioni dell’Ora sono quelle più consultate da tutti gli storici che vogliono ricostruire gli avvenimenti palermitani, dagli studenti che devono preparare tesi di laurea e naturalmente dai giornalisti che vogliono andare a vedere quello che era successo in un determinato periodo a Palermo.“Da qui – scrive Pastena- nasce la leggenda dell’Ora, un quotidiano morto oltre trent’anni fa ma che è estremamente vivo” non solo nella immagine e nella mente dei palermitani ma anche nella storia italiana tant’è vero che sulle sue vicende sono sempre all’attenzione dei media anche perché ci sono stati tre suoi cronisti uccisi: Cosimo Cristina, Mauro de Mauro e Giovanni Spampinato. Il libro è stato curato da un comitato editoriale presieduto da Marcello Sorgi con il coordinamento di Sergio Buonadonna e il lavoro di Claudia Mirto e Franco Nicastro. Gaetano Perricone e io abbiamo poi seguito la seconda edizione.

-Puoi aggiungere qualche altra cosa sempre su L’Ora?

Sì. Una positiva: oggi la strada in cui c’era la redazione si chiama via Giornale L’Ora, caso unico in Italia di una strada intitolata a un quotidiano. L’altra amara: nell’ultimo numero con il famoso titolo “Arrivederci” dell’9 maggio 1992, sono state pubblicate ben seimila firme di persone che chiedevano di non sospendere le pubblicazioni. Ebbene, se quelle seimila persone avessero comprato ogni giorno L’Ora, il giornale non avrebbe chiuso.

-Com’è stato il tuo rapporto con Vittorio Nisticò?

Non è stato un rapporto quotidiano né di consuetudine, perché lui non era più direttore ma presidente della cooperativa di giornalisti che in quel momento editava il giornale. Quindi, in realtà, per me che facevo il comitato di redazione, cioè dell’organismo sindacale, era almeno sul piano formale una controparte. Però lo spirito e la lezione di Nisticò erano presenti nel modo di lavorare, nei racconti di chi era stato con lui e ancora era in redazione. Parlo di Mario Farinella. Aldo Costa, Kris Mancuso, Etrio Fidora, colleghi che hanno vissuto interamente i vent’anni della direzione di Nisticò. Sicuramente è stato uno dei giornalisti più innovativi oltre che più coraggiosi nel panorama italiano. Penso che sia stato, con Eugenio Scalfari, il direttore che ha inciso di più sulla redazione e sul mondo che lo circondava.

-Cultura e cronaca possono sposarsi, è stata una geniale intuizione del direttore Vittorio Nisticò?

Certamente è stata un’intuizione più che geniale ma anche un modo di vivere il giornalismo e la vita di redazione, perché non c’era solo il prodotto giornale ma l’aver trasformato la sua redazione in un vero e proprio cenacolo culturale dal quale passavano tutti gli intellettuali, gli artisti, i grandi personaggi del mondo dello spettacolo, gli scrittori: chi veniva a Palermo, faceva tappa al giornale L’ora e andavano a incontrare Vittorio Nisticò.Ci sono delle splendide fotografie, soprattutto di Nicola Scafidi, che raccontano questo modo di interpretare il giornalismo e di essere punto di riferimento della realtà culturale. In quegli scatti ci sono tutti: da Claudia Cardinale a Pierpaolo Pasolini da Ornella Vanoni a Milva ovviamente i siciliani da Sciascia a Guttuso che erano tra gli ospiti fissi di Nisticò, come Luchino Visconti ai tempi delle riprese del Gattopardo… ma tra questi c’erano anche, ad esempio, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Aggiungerei infine un’altra particolarità: L’Ora non era solo una redazione ma una vera e propria comunità. In quegli anni, infatti, dopo ore e ore di lavoro, ci si riuniva anche nel tempo libero: cene, serate a suon di musica. E non si può dimenticare che in quel gruppo c’erano intellettuali del calibro di Salvo Licata e Michele Perriera. E oggi questa comunità è ancora viva con un senso di appartenenza molto forte che difficilmente si riscontra in altri luoghi di lavoro.

-Molti siciliani non ricordano Mario Farinella giornalista e scrittore. Puoi tracciare un ricordo?

Mario Farinella quando ho lavorato io tra l’ottanta e l’ottantacinque seguiva la terza pagina o il paginone nel primo sfoglio, cioè e doveva curare e coordinare il fatto del giorno, l’avvenimento più importante su cui giravano a turno i giornalisti che si occupavano di quella cosa e quindi spesso eravamo noi della cronaca nera. Mario era attentissimo, precisissimo dotato di una cultura eccezionale che non faceva pesare ma nello stesso tempo era molto schivo, non era uno che dava confidenza a noi giovani, ma che ha poi aveva la battuta pronta e soprattutto aveva la capacità di trovare il titolo fulminante che riassumeva perfettamente il senso non solo del tuo pezzo ma anche della giornata. Posso dire che era un po’ custode di un moralismo forse un po’ antico e, non me lo scorderò mai, che quando mi vide passare con la sacca con gli sci perché ero tornato da Piano Battaglia e dovevo lavorare di pomeriggio al giornale, sussurrò dalla sua stanza, ma sapeva da dove venivo benissimo, lo sentivo perché ero in corridoio “a questo punto non ho più che cosa vedere in questo giornale”.

-Ti è capitato di incontrare Leonardo Sciascia al giornale L’Ora?

Sciascia sicuramente l’ho incontrato, perché veniva a trovare il direttore che era Nicola Cattedra nel periodo in cui lui era stato eletto al consiglio comunale di Palermo con Renato Guttuso come indipendente nelle liste del Partito comunista ma non ho mai avuto occasione di fermarmi a parlare con lui. Però era una presenza importante che dava il senso della centralità del giornale.

-Hai mai lavorato con Letizia Battaglia?

Con Letizia Battaglia ho lavorato a lungo, ho passato ore e ore insieme sui fatti di cronaca ma non solo con lei con tutti quelli che lavoravano nel suo studio a due passi dal giornale in via Meccio. A cominciare naturalmente da Franco Zecchin, con una delle sue figlie, Shobha, e con gli altri ragazzi che erano bravissimi da Fabrizio Lupo a Salvo Fundarotto. Naturalmente Letizia aveva qualcosa in più, qualcosa di indescrivibile. È difficile da definire e da raccontare soprattutto adesso che non c’è più. È stata una presenza importante perché spostava la capacità di guardare le cose con la sua umanità anche nei momenti più drammatici, senza perdere di vista però il lavoro che andava fatto e che alla fine risultava essere stato fatto molto bene, perché le sue foto sono istantanee di storia, fermano dei momenti purtroppo indimenticabili. Quelle immagini non solo partono da un’idea ma hanno un’anima.

-Come hai vissuto gli anni della mattanza al giornale L’Ora?

Rispondere a questa domanda porta a ricordi indimenticabili ma riapre ferite mai guarite anche se sono passati quarant’anni. Allora ero un ragazzo, anzi eravamo tutti dei ragazzi perché la squadra della cronaca del giornale che ha dovuto raccontare la guerra di mafia e quegli anni terribili dal ‘79 al ’92, anche se io sono andato via da Palermo nell’Ottantasei, era una vera e propria linea verde. Ci siamo trovati in trincea senza avere maturato prima grandi esperienze. Per comprendere l’atmosfera devo ricostruire chi eravamo, perché i nomi sono importanti. Posso fare questo elenco anche se è un po’ lungo?

-Certo, se è importante per la ricostruzione di quanto è avvenuto…

Al mattino presto nello stanzone di cronaca ero insieme ad Attilio Bolzoni,Gian Mauro Costa, Bianca Stancanelli, Giuseppe Cerasa, Nicola Lombardozzi, Enzo Raffaele e Gianluigi Cortese. C’era una generazione intermedia oltre ai grandi vecchi a cui ho fatto riferimento: Giacomo Galante, Antonio Calabrò e Angelo Arisco e naturalmente Gianni Lo Monaco, cronista senza tempo e un giornalista geniale come Tano Gullo. Erano appena andati via Franco Nicastro, Daniele Billitteri, Marcello Sorgi, Ciccio La Licata e Alberto Stabile. A breve sarebbero partiti anche Gaetano Rizzuto e Nino Sofia.Dunque, forse proprio per questo che per un periodo breve ma importante tra l’80 e l’82 a guidare la cronaca venne chiamato da Paese Sera Walter Buzzoli:aspetto da cerbero, severità e semplicità: “Quello che scrivi lo deve capire anche tua madre…”. Dopo l’86 e la fine del maxiprocesso c’è stata un’altra grande fuga e un nuovo ricambio: con Piero Melati, Giuseppe Crapanzano, Enzo D’Antona, Vittorio Corradino e poi ancora Sandra Rizza, Giuseppe Lo Bianco, Antonella Romano, Gian Mauro Costa e Sandro Tito purtroppo che è scomparso troppo presto. Tutta una generazione di cronisti che è stata buttata sul fronte come è sempre successo all’Ora e lo racconta in un bellissimo articolo Giuliana Saladino quando spiega il metodo Nisticò cioè “o bere o affogare”.Possiamo dire che siamo venuti fuori da quel periodo più forti, più bravi, capaci poi di andare nei giornali nazionali ad assumere quasi tutti i ruoli di grande prestigio. Però a molti di noi oltre all’impronta positiva è rimasta anche una pesante e drammatica eredità di quel periodo.

-Puoi spiegare meglio di cosa si tratta?

Io l’ho vissuta in maniera drammatica. Molti di noi, non so quanti, si sentono reduci di una guerra… forse mai finita. Bisogna tornare a quel periodo a quella guerra di mafia o a quella che a noi sembrava una guerra ma che in realtà era uno sterminio di una parte di Cosa nostra (i corleonesi) che noi cronisti in quel momento non riuscivamo a leggere, a comprendere. Ci aspettavamo la risposta dell’altra cosca

(i palermitani) che comunque chiamavamo perdente. In realtà c’erano infiltrati e traditori che abbiamo scoperto dopo. Questa mattanza si è intrecciata con l’attacco a una parte di Stato, a quella parte di magistratura, polizia e carabinieri che aveva deciso di rompere con la zona grigia, con gli intrecci tra politica e mafia tra cosche ed economia. Sembrava che la partita fosse messa bene dopo il pentimento di Buscetta e di Contorno; invece, è arrivata la terribile estate del 1985, quando sono stati uccisi Beppe Montana e Ninni Cassarà. Due poliziotti che conoscevo, che frequentavo molto bene Ninni Cassarà che incontravo ogni giorno, abbastanza Beppe. In mezzo il mistero dell’uccisione di Salvatore Marino in questura. Questo è, probabilmente, è uno degli episodi che rimangono oscuri, uno snodo mai chiarito e che ha portato danni irreparabili all’apparato investigativo palermitano. Una vicenda che resta inquietante. Per farla breve, la mattina il 6 agosto del 1985 ho rivisto dopo alcuni giorni Ninni Cassarà e abbiamo parlato a lungo della morte di Salvatore Marino. Fu una discussione molto accesa e che però si concluse con una stretta di mano e l’appuntamento al pomeriggio alla Squadra mobile. Un appuntamento che non si è mai concretizzato, perché alle 15 scattò l’agguato in via Croce Rossa dove Ninni Cassarà e Roberto Antiochia vennero uccisi a colpi di kalashnikov e Salvatore Mondo invece scampò miracolosamente alla morte. Quella sera, dopo aver dettato il pezzo all’Agenzia giornali locali sul massacro di via Croce Rossa, andai a mangiare un panino con un amico. Erano quasi le undici e attorno a noi c’era la musica ad alto volume, la gente rideva e scherzava. Avrei voluto il silenzio e tutti i locali chiusi per lutto. La sera dell’8 agosto arriva in redazione una telefonata dal Messico: Nicola Lombardozzi in vacanza ha scoperto in un trafiletto su un giornale in spagnolo della morte di Cassarà e di Montana. Parliamo per due ore e alla fine quasi tra i singhiozzi ci diciamo “basta, non possiamo più lavorare qui”.

Così decisi di andarmene via da Palermo e per tre anni non ci rimisi più piede. Dopo un breve periodo a Siracusa sono andato a lavorare a Padova poi a Mestre e quindi a Pescara. Ai colleghi che mi chiedevano perché lasci un posto di lavoro sicuro come quello dell’Ora per andare alla Gazzetta di Siracusa, appena nata e di certo non solida, rispondevo perché qui non c’è più speranza, muoiono solo le persone oneste e non posso lavorare odiando tutti coloro che mi stanno attorno.

-Perché ha chiuso la voce di questo giornale storico?

Il giornale L’ora ha chiuso nel ‘92 l’otto maggio. Come ho appena detto prima ero andato via qualche anno prima per motivi assolutamente personali, in un momento in cui probabilmente mi sarebbe piaciuto invece restare per affrontare un progetto molto bello e molto interessante in cui credevo che era quello del rinnovamento tecnologico. Ero passato dal comitato di redazione e quindi dal sindacato al consiglio di amministrazione nella cooperativa, votato dai colleghi e anche dai poligrafici. Avevo preso molti voti, non mi ricordo quanti, ma ero stato il terzo degli eletti, superando anche colleghi storici che si erano candidati e questo era successo a gennaio del 1985. Mi sentivo pronto ad affrontare questa sfida sul fronte delle nuove tecnologie, dell’arrivo dei computer in redazione e poi anche dello sviluppo editoriale. Invece quello che è successo ad agosto mi ha portato via da Palermo, ma questo c’entra relativamente, perché la crisi dei giornali del pomeriggio era scritta nell’evoluzione della informazione con l’avvento dei telegiornali all’ora di pranzo. Per la verità c’era stata l’esperienza di Tele L’ora ma c’era stato il boom delle televisioni private nazionali e quindi al pomeriggio non c’era più bisogno del giornale in edicola. Ma questo è solo uno degli aspetti poi ci sono tante altre questioni economiche sicuramente di gestione ma anche politiche perché se si vanno a rileggere le dichiarazioni di Vincenzo Vasile, ultimo direttore del giornale, si capisce che attorno al quotidiano nel pomeriggio ormai si era creata un’atmosfera sempre più difficile. C’è chi sostiene e non sappiamo quanto abbia ragione, che non è un caso che la chiusura sia arrivata proprio a 15 giorni dalla strage di Capaci e poco prima anche di quella di via D’Amelio. Tutto quello che è successo dopo non fa altro che confermare la linea politico-editoriale che aveva sostenuto L’ora, portando sempre in prima pagina con decine di inchieste gli intrecci mafia-politica, denunciando per primo negli anni 70 il potere illegale e pericoloso di un uomo come Vito Ciancimino.

-Danilo Dolci ha scritto: “gli intellettuali sono mostri senza mani”, cosa intendeva dire?

Nella produzione di Danilo Dolci ci sono tante cose importanti a cominciare dall’impegno per la pace e la capacità di mobilitare le persone dal basso e di convincerle nella giustezza delle loro ragioni per arrivare alla protesta e alla giustizia sociale. Il pensiero principalmente viene sviluppato dagli intellettuali che possono essere definiti anche dei mostri per le loro capacità ma che poi nella realizzazione pratica di quello che vanno costruendo con la loro mente, forse, non hanno le stesse capacità. Allora, probabilmente, c’è questo scarto tra la costruzione intellettuale anche elevata e la realizzazione pratica, direi manuale, di quello che si intende proporre e realizzare.

-Jorge Luis Borges afferma che non è stato Dio a creare il mondo, ma sono i libri ad averlo creato. Cosa ne pensi?

Creato non lo so, ma sicuramente i libri servono a conoscere quello di cui non si ha esperienza diretta, e a portarti in mondi a te sconosciuti. E quindi, in un certo senso, a creare attorno a te delle realtà che altrimenti non potresti raggiungere. Poi naturalmente in tutto questo ci può entrare anche la fede: se uno crede nella creazione e di conseguenza in tutto il resto. Chi crede nella scienza e nella capacità intellettuali nell’uomo probabilmente è più su questa linea di Borges ma purtroppo non tutto è spiegabile quindi rimane una parte che resta al di fuori dei libri e di chi li scrive.

-Pier Paolo Pasolini ha scritto molti libri di grande interesse fra i quali “Io so ma non ho le prove” e l’incompiuto “Petrolio”. Qual è l’eredità di Pasolini?

La prima cosa che mi viene di dire è che purtroppo non basta l’eredità di Pasolini perché è mancato lui in dei momenti fondamentali della vita di questo paese con la sua lucidità, intelligenza, cultura e anche spregiudicatezza. Nell’essersi messo in gioco totalmente e anche con la sua provocazione, la capacità di essere un provocatore senza schemi. Io so ma non ho le prove è quello che purtroppo ci ritroviamo oggi a dover dire davanti a 40 anni di storia di questo Paese che le verità giudiziarie non hanno saputo mettere in luce con sentenze che sono poi finite in prescrizioni o disperse in processi ripetuti all’infinito, sino a quando l’opinione pubblica si è stancata o non ha capito più niente. Questo è stato l’effetto pratico dei depistaggi oppure dei giudizi “ammazzasentenze” della Cassazione. Quindi il sapere dell’intellettuale, il mettere insieme tutta una serie di elementi che portano invece a una verità giornalistica, storica o letteraria è stata una grandissima intuizione che vale ancora oggi.

-Per un noto critico letterario il finale del giorno della civetta di Leonardo Sciascia e quello del film “In nome della legge” di Pietro Germi sono finali di resa…

Non so quanto volessero essere veramente pessimisti o provocatori per destare una reazione a quella diciamo apparente sconfitta dello Stato di diritto. Certo oggi fa un po’ impressione a pensare che un ministro di questo Paese possa dire che “il diritto, diciamo internazionale, vale fino a un certo punto”. Il problema è che in Italia, in Sicilia, non è da oggi che il diritto, non quello internazionale, quello normale vale fino a un certo punto. Il finale di quei film sicuramente sconta questo problema che poi non è un problema ma una volontà politica.

-Perché il potere ufficiale non ha mai voluto approfondire la ricerca della verità sui delitti di mafia?

La risposta sta in quello che ho detto parlando di Pasolini. O comunque una prosecuzione. Facciamo spesso un errore di fondo se parliamo di delitti di mafia staccati da quella che è la storia d’Italia nel suo complesso. Mi spiego meglio. Ci sono i delitti di mafia chiamiamoli interni, quelli che sono tra le cosche e che hanno come obiettivo gli uomini d’onore per vendette, guerre tra cosche che ci sono sempre stati nei centocinquant’anni di esistenza di Cosa nostra. Poi ci sono invece delitti che sono stati chiamati eccellenti, oppure di quello che è stato definito “l’attacco della mafia allo Stato” ma che in realtà è un regolamento di conti all’interno dello Stato, in cui una parte delle cosche mafiose è stato il braccio armato contro un’altra parte dello Stato che invece aveva cominciato a decidere di opporsi. E allora bisogna rivedere completamente l’analisi sulla strategia della tensione e mettere insieme i puntini che tengono il terrorismo politico al nord e quello mafioso in Sicilia. Al Nord si è manifestato con le stragi neofasciste da piazza Fontana alle bombe sui treni e alla stazione di Bologna e con le Brigate Rosse, al Sud il terrorismo mafioso dal 1979 in poi ha decapitato un’intera classe politica in Sicilia a cominciare da Piersanti Mattarella, proseguendo con Pio La Torre arrivando alle stragi nel 1992. Ecco se noi non riusciamo a inserire questi anni di storia siciliana nel quadro nazionale e probabilmente anzi sicuramente nel quadro internazionale, non capiremo le ragioni profonde che stanno alla base del perché non si arrivi mai a una conclusione. Una verità giudiziaria è praticamente impossibile, non resta altro che cercare una via giornalistica o storica e ci permette di allargare lo sguardo nel tempo e nello spazio per vedere il contesto nazionale e internazionale in cui si è giocata una partita che riguardava gli equilibri del mondo si possa spiegare una guerra civile non dichiarata che non ha paragoni nessun’altra parte d’Europa. È quello che ha cercato di fare il compianto Piero Melati nella “Notte della Civetta”, un libro fondamentale.

-Cosa sta succedendo a Palermo, cosa si nasconde dietro i fatti di violenza quotidiana, perché i giovani vanno in giro armati?

Molto difficile rispondere perché in queste settimane ci sono stati colleghi e sociologi, avvocati e magistrati impegnati nell’analizzare cosa sta succedendo in questa Palermo che da un lato sicuramente molto diversa da quella negli anni 80 in cui la mafia aveva un controllo pressoché totale del territorio, come era stato dal Dopoguerra in avanti. Perché non è che soltanto nell’ultimo ventennio del secolo scorso che c’era un’organizzazione criminale capace di controllare traffici, pizzo, e appalti in maniera pressoché totale. Basti ricordare, ad esempio, negli anni 70 quegli scippatori uccisi e incaprettati per avere sfregiato una ballerina cecoslovacca che aveva resistito uno scippo alla Vucciria. Su questo Cosa nostra ci ha campato per anni come se fosse un modello di sicurezza accettabile, come se fosse una prospettiva di sviluppo e garantisse una vita decente, non facendo comprendere in realtà che questo era la morte della concorrenza, la prevalenza della prepotenza e della capacità di chi non è il più bravo ma semplicemente il più violento di accaparrarsi posti di lavoro o semplicemente guadagni facili. Questo stato di oppressione e controllo ha provocato un decadimento totale della qualità delle professionalità nella nostra regione e in particolare nella Sicilia occidentale. Quando ci chiediamo ma perché in altre parti d’Italia le cose funzionano meglio, questo è uno dei motivi. Una situazione che non abbiamo superato, nonostante gli sforzi, nonostante le rivoluzioni, nonostante le primavere palermitane,perché si è proceduto solo su un’onda emotiva. Un’onda importante, che ha prodotto dei risultati perché effettivamente la città ma anche il contesto in cui si vive non è più lo stesso, ma non strutturale. Ci trasciniamo dietro un sottofondo di subcultura che adesso in molti casi viene fuori, non a caso amplificato da un fenomeno di cui parlavo all’inizio. E mi riferisco ai social dove tutti possono dire di tutto senza essere contraddetti e senza avere la necessità di dimostrare di essere competenti ed effettivamente prepararsi per dire le cose che dicono. Questo effetto è devastante in tutto il mondo ma lo è naturalmente ancor di più in una realtà in cui ci sono i problemi derivanti da cinquant’anni di sottosviluppo dovuto al governo della mafia e di chi si è servito di questo sistema per avere un potere politico.

-Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Difficile dire progettare a 70 anni. Mi piacerebbe continuare a essere impegnato in queste attività che siamo riusciti a rimettere in piedi con Assostampa. In particolare, con i Circoli della stampa che si sono dimostrati un importante luogo di confronto di discussione di riappropriazione da parte dei giornalisti della capacità di essere intellettuali e di potere confrontarsi con le altre parti sociali che operano nella stessa realtà. È un modo anche per rivendicare la presenza di una categoria che può svolgere una grande missione all’interno della società e che invece in questi anni si è privata soprattutto di questa possibilità rinchiudendosi in redazioni sempre più povere e spopolate, e che invece dovrebbero tornare ad essere luogo di confronto di stimolo di produzione di proposte di idee per i lettori e i cittadini. Purtroppo, in questi anni la professione si è svenduta moltissimo anche per colpa degli stessi giornalisti e non parlo solo della politicizzazione dell’informazione radiotelevisiva ma anche purtroppo del ruolo del sindacato dove ci sono state posizioni personalistiche che hanno prevalso sull’interesse collettivo. L’impegno, quindi, è di essere al servizio dei colleghi ma di pensare anche un po’ anche ai piaceri quindi allo sport che ho sempre praticato e che forse mi ha salvato la vita in tutti questi anni e naturalmente ai miei figli che nonostante sia sempre stato in giro per l’Italia mi stanno ancora ad ascoltare. Forse…

Biografia

Roberto Leone (Palermo, 22 novembre 1956) ha iniziato nel 1976 con i primi radiogiornali a Radio Palermo Express. Quindi nel 1978 è entrato nella redazione di TvR-Sicilia, direttore Michele Russotto, e ha iniziato a frequentare il giornale L’Ora, prima come collaboratore allo sport e poi in cronaca. Qui nel 1980 è stato assunto e ha seguito i fatti più importanti avvenuti in Sicilia, dalla strage di Ustica alla guerra di mafia, non tralasciando la vita e la politica comunale. In tutti questi anni, sino alla fine del 1986, è stato anche corrispondente della Sicilia dell’Agl, l’Agenzia giornali locali del Gruppo l’Espresso fornendo a tutti i quotidiani (all’epoca una quindicina) le cronache dall’Isola. Lasciato L’Ora nell’autunno del 1985, dopo alcuni mesi alla Gazzetta di Siracusa, è passato al gruppo Espresso (Mattino di Padova, Nuova Venezia e Centro di Pescara). Dal 1990 a Repubblica. Approda prima alla redazione di Milano, guidata da Mino Fuccillo. Dopo dieci anni di cronaca giudiziaria, in cui ha seguito anche l’inchiesta Mani pulite, è passato al desk come caposervizio. Ha lavorato nelle redazioni di Palermo e Bari (appena aperte), per arrivare alla cronaca di Roma, fortemente voluto dal caporedattore Giuseppe Cerasa per il lancio del sito Internet, dopo l’esperienza in Puglia, prima redazione locale in cui Repubblica ha iniziato a trasferire sul web i contenuti del giornale. Tornato a Palermo, è pensionato dal 2017. Dal 2019 segue la pagina Facebook “L’Ora edizione straordinaria” dove la memoria viene coniugata con l’attualità, grazie al lavoro di un gruppo costituito da Sergio Buonadonna, Daniele Bilitteri, Claudia Mirto e Gaetano Perricone.

Dal 2020 ha ripreso l’attività sindacale che aveva abbandonato dopo essere diventato caposervizio. Negli anni passati era stato componente del Cdr del giornale L’Ora e consigliere regionale di Assostampa e quindi a Milano fiduciario della redazione di Repubblica. Dal 2020 è vicesegretario regionale vicario dell’Associazione siciliana della stampa, il sindacato unitario dei giornalisti.

Un ringraziamento al fotografo-scrittore Salvatore Indelicato per le didascalie nelle foto.